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Art. 62 Codice Penale — Anno 2026

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614 provvedimenti

Altri anni per Art. 62 Codice Penale

Possesso di banconote false: condannato chi le nasconde a chiave
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per il reato di possesso di banconote false (art. 455 c.p.). Le forze dell'ordine avevano rinvenuto tre banconote da cento euro contraffatte all'interno di un locale chiuso a chiave, nella disponibilità esclusiva dell'imputato. La difesa sosteneva che l'uomo avesse ricevuto il denaro in buona fede (ipotesi meno grave ex art. 457 c.p.) e chiedeva l'attenuante del danno di speciale tenuità. I giudici hanno respinto il ricorso: l'alto valore delle banconote, la loro conservazione in un luogo separato dal denaro comune e l'impossibilità di riceverle come resto in un negozio dimostrano la consapevolezza della falsità. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Inammissibilità dell’appello per genericità: ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità dell'appello per genericità proposto da un uomo condannato per furto. L'imputato aveva contestato la pena e richiesto una sanzione sostitutiva, ma senza muovere critiche specifiche alle motivazioni della sentenza di primo grado. La Suprema Corte ha chiarito che l'atto di appello non può limitarsi a richieste generiche di riduzione della pena, ma deve confrontarsi direttamente e criticamente con le ragioni espresse dal primo giudice. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto di un tester: perché anche un campione costa caro
L'Imputata è stata condannata per furto aggravato dopo aver sottratto un flacone di profumo utilizzato come tester in un negozio. La difesa ha sostenuto che il furto di un tester non configurasse un danno economico, poiché l'oggetto non era destinato alla vendita, chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto e l'attenuante del danno lieve. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che il tester, corrispondente a un'intera boccetta di profumo, possiede un valore economico reale stimato in cento euro. Di conseguenza, il danno non può considerarsi irrisorio né il fatto di speciale tenuità. L'Imputata perde la causa ed è condannata a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Telecamere attive ma esposizione alla pubblica fede confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per tentato furto aggravato all'interno di un supermercato. La difesa sosteneva che la presenza di un sistema di videosorveglianza escludesse l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede. I giudici hanno invece ribadito che le telecamere non equivalgono a una vigilanza attiva e costante capace di impedire immediatamente il furto, ma rappresentano solo un ausilio per identificare l'autore in un secondo momento. Di conseguenza, la merce esposta sui banchi del supermercato rimane protetta solo dal senso di rispetto sociale, configurando pienamente l'esposizione alla pubblica fede. La ricorrente stata condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: oro e tablet non sono mai di scarso valore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di furto in abitazione. L'imputato contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità per la sottrazione di monili d'oro e un tablet, oltre al diniego di pene sostitutive. I giudici hanno chiarito che i beni sottratti non hanno un valore economico irrisorio e che la capacità economica della vittima di sopportare il danno è irrilevante. Inoltre, la presenza di precedenti penali specifici e recenti per reati contro il patrimonio dimostra una spiccata propensione a delinquere, escludendo l'efficacia rieducativa di misure alternative come la detenzione domiciliare. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Risarcimento del danno: senza prove certe salta lo sconto
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante per l'avvenuto risarcimento del danno prima del giudizio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere lo sconto di pena, il risarcimento del danno deve essere integrale, effettivo e documentato in modo da dimostrare il reale ravvedimento del colpevole. Nel caso in esame, la documentazione prodotta non forniva alcuna prova certa sull'esatto ammontare della somma versata alla persona offesa. Di conseguenza, non è stato possibile verificare se il danno fosse stato interamente riparato. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina impropria: la violenza cancella lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di rapina impropria aggravata dall'uso di un'arma. L'imputato aveva minacciato e usato violenza contro il titolare di un negozio per assicurarsi la refurtiva. La difesa lamentava il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità e delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato che la violenza immediata configura pienamente il reato e che l'attenuante non spetta sia per il rilevante valore economico del danno, sia per il grave turbamento causato alla vittima. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di un assegno: la firma falsa ne esclude la tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per il reato di ricettazione di un assegno di provenienza illecita. L'Imputato aveva utilizzato il titolo, di cui conosceva l'origine furtiva, per pagare una fornitura di merce, fornendo false generalità sulla propria identità e sulla paternità dell'assegno. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile invocare la particolare tenuità del fatto per la ricettazione di un assegno, poiché il valore del titolo non si limita alla cifra scritta sopra, ma si estende alla sua potenziale e indeterminabile utilizzabilità sul mercato. Inoltre, i giudici hanno ribadito che il rigetto della richiesta di riapertura dell'istruttoria in appello può essere motivato anche implicitamente, qualora le prove raccolte in primo grado siano già complete e pienamente utilizzabili.
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Attenuante del danno di speciale tenuità: negata per troppi beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati condannati per furto. I ricorrenti lamentavano la mancanza di prove e il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità. La Suprema Corte ha chiarito che le contestazioni sulle prove non erano state sollevate in appello, rendendole non proponibili in sede di legittimità. Inoltre, l'applicazione dell'attenuante del danno di speciale tenuità richiede una valutazione di merito basata sul valore e sul numero dei beni sottratti, insindacabile in Cassazione se logicamente motivata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Rapina violenta: negata l’attenuante della lieve entità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per rapina, il quale richiedeva il riconoscimento della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità e dell'attenuante della lieve entità. I giudici hanno chiarito che l'attenuante della lieve entità (introdotta per la rapina dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 86/2024) richiede una valutazione complessiva del fatto. Nel caso specifico, la rapina era stata commessa da più persone con violenza significativa e i beni sottratti avevano un rilevante valore economico. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la decisione dei giudici di merito, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di rapina: l’arma giocattolo non cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di rapina aggravata. L'imputato aveva sottratto beni dall'abitacolo di un'auto usando violenza contro la vittima. La difesa chiedeva di riqualificare il fatto in furto con strappo e di escludere l'aggravante dell'uso dell'arma, sostenendo si trattasse di un'arma giocattolo. I giudici hanno respinto le richieste, confermando che l'uso della violenza finalizzato alla sottrazione configura il reato di rapina e che anche un'arma giocattolo ha una forte idoneità intimidatoria. È stata inoltre respinta l'attenuante del risarcimento del danno poiché la proposta risarcitoria è stata presentata in modo tardivo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuante del danno di speciale tenuità: negata se la somma pesa
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che lo condannava per un reato patrimoniale, contestando il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità (art. 62, n. 4, c.p.). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la richiesta di applicare l'attenuante del danno di speciale tenuità non può essere riproposta in Cassazione se si limita a ripetere i motivi già respinti in appello. Inoltre, la valutazione sulla gravità del danno e sulla misura della pena spetta al giudice di merito. Nel caso specifico, la Corte d'Appello aveva correttamente motivato il diniego evidenziando che il prelievo di denaro effettuato dall'imputato non era affatto trascurabile. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuante del risarcimento del danno negata per finto bonifico
L'Imputata ha impugnato la sentenza d'appello che le negava l'attenuante del risarcimento del danno. Nel caso specifico, un ente garante (Il Fideiussore) aveva risarcito il danno causato alla Pubblica Amministrazione (La Regione). L'Imputata sosteneva di aver successivamente rimborsato il garante, facendo propria la riparazione. Tuttavia, i giudici hanno accertato che l'Imputata aveva inizialmente ostacolato e ritardato l'intervento del garante creando una falsa apparenza di adempimento personale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la condotta ostruzionistica esclude la tempestività e la reale volontà riparatoria necessarie per concedere l'attenuante del risarcimento del danno. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso successivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal difensore de Il Condannato contro la sentenza d'appello. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena a seguito di un accordo tra le parti tramite l'istituto del concordato in appello. La difesa lamentava la mancata concessione di una circostanza attenuante e il difetto di motivazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che, una volta raggiunto il concordato in appello, il controllo del giudice si limita esclusivamente alla legalità della pena concordata, senza possibilità di modificare l'accordo o di sindacare la mancata concessione di attenuanti precedentemente rinunciate. Di conseguenza, Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: il recupero non cancella il furto
L'Imputato, insieme a un complice, ha rubato il borsone da spiaggia della Persona Offesa mentre questa faceva il bagno. Il borsone conteneva denaro, un cellulare e altri effetti personali. Il Tribunale ha inizialmente assolto l'uomo applicando la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, calcolando il danno solo sulla base del denaro contante non ritrovato, escludendo il valore del telefono e degli oggetti successivamente recuperati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che il danno va calcolato sull'intero valore dei beni al momento del furto, senza considerare i ritrovamenti successivi. La sentenza di assoluzione è stata annullata con rinvio per un nuovo giudizio.
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Ricettazione di lieve entità: no al doppio sconto di pena
Il Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esiguità del danno era già stata utilizzata per qualificare il fatto come ricettazione di lieve entità, impedendo così una doppia riduzione di pena per lo stesso motivo. Inoltre, l'applicazione della recidiva è stata ritenuta corretta, poiché il giudice di merito ha valutato concretamente il legame tra il nuovo reato e le precedenti condanne, evidenziando una persistente inclinazione a delinquere del soggetto. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Risarcimento del danno: perché pagare la refurtiva non basta
L'Imputato, condannato per rapina, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento dell'attenuante per l'avvenuto risarcimento del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rapina è un reato pluri-offensivo che lede sia il patrimonio sia la persona. Di conseguenza, il risarcimento deve coprire interamente sia il pregiudizio economico sia quello morale. La valutazione sulla congruità della somma spetta esclusivamente al giudice di merito e non è sindacabile in Cassazione se supportata da una motivazione logica e coerente. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese processuali.
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Circostanze attenuanti e recidiva: quando la pena non cala
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'appello lamentando l'eccessività della pena e la mancata applicazione delle circostanze attenuanti della lieve entità e della speciale tenuità del danno patrimoniale, che avrebbero dovuto prevalere sulla recidiva reiterata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla sussistenza delle circostanze attenuanti e la determinazione della pena spettano esclusivamente al giudice di merito. La Cassazione non può ridiscutere queste scelte se la motivazione della sentenza precedente è logica e completa. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falso grossolano e condanna: la Cassazione respinge i ricorsi
Tre imputati sono stati condannati nei gradi di merito per i reati di ricettazione e commercio di prodotti con marchi contraffatti. Gli stessi hanno proposto ricorso per cassazione, sostenendo l'esistenza di un falso grossolano, l'assenza di dolo per la ricettazione e la particolare tenuità del danno. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la semplice ripetizione dei motivi d'appello non è ammessa in Cassazione e che la questione sul dolo della ricettazione non poteva essere sollevata per la prima volta in questa sede. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo esclude nuovi sconti
L'Imputato, condannato per tentata rapina, ha concordato la pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione e di un'ulteriore attenuante per danno di speciale tenuità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando si stipula un concordato in appello, l'imputato rinuncia implicitamente a far valere qualsiasi circostanza attenuante che non sia stata espressamente indicata nell'accordo e che non abbia inciso sul calcolo della pena concordata tra le parti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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