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Art. 493-ter Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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175 provvedimenti

Altri anni per Art. 493-ter Codice Penale

Indebito utilizzo di carte di pagamento: la povertà non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per furto e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'uomo era stato identificato grazie al riconoscimento di alcune vittime, alle riprese video della sua auto, al ritrovamento degli indumenti usati per i reati e ai dati dei tabulati telefonici che lo collocavano sul luogo dei fatti. La difesa contestava la valutazione delle prove e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche legate allo stato di povertà. I giudici hanno chiarito che in Cassazione non si può richiedere una nuova valutazione dei fatti già accertati nei gradi precedenti. Inoltre, lo stato di indigenza non giustifica la concessione delle attenuanti in assenza di elementi positivi. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di carte di credito: il possesso ingiustificato condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per concorso in utilizzo indebito e ricettazione di carte di credito, portafogli e un cellulare intestati a terzi. La difesa contestava la mancanza di prove sulla provenienza illecita dei beni. I giudici hanno chiarito che il reato di ricettazione di carte di credito si configura anche con il dolo eventuale. La prova della provenienza furtiva può infatti desumersi dalla natura stessa dei beni e dall'assenza di una giustificazione credibile sul loro possesso. Poiché l'imputato ha usato ripetutamente le carte insieme a un complice per acquisti comuni, è stato confermato il concorso pieno nel reato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro preventivo di denaro: il conto lecito non salva il profitto
Un uomo ha effettuato bonifici per 75.000 euro dal conto del fratello malato, usando le sue carte di debito. Dopo il decesso del fratello, che ha nominato erede una Onlus, il giudice ha disposto il sequestro preventivo di denaro sul conto dell'indagato. Quest'ultimo ha sostenuto che le somme sequestrate derivassero dalla sua attività professionale e che vi fosse una delega scritta del fratello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il denaro è un bene fungibile. Di conseguenza, il sequestro colpisce il valore equivalente al profitto del reato, rendendo irrilevante la provenienza lecita dei fondi presenti sul conto corrente al momento del blocco. Il sequestro preventivo di denaro è stato quindi confermato.
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Indebito utilizzo di carte di credito: dal sussidio al carcere
Il Titolare della Carta, beneficiario del reddito di cittadinanza, ha ceduto la propria tessera magnetica a un terzo in cambio di un compenso mensile in denaro. Durante la detenzione in carcere del titolare, il terzo ha effettuato diverse transazioni commerciali. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di indebito utilizzo di carte di credito. I giudici hanno chiarito che la natura strettamente personale della carta assistenziale ne vieta la cessione. Inoltre, l'abolizione del reddito di cittadinanza non cancella i reati commessi durante la sua vigenza, né influisce sul reato previsto dal codice penale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si contesta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per ricettazione e indebito utilizzo di carte di pagamento. L'uomo aveva precedentemente concordato una pena di un anno e sei mesi di reclusione in secondo grado. Successivamente, ha impugnato la decisione sostenendo che la pena fosse illegale a causa di una valutazione astratta della gravità del reato. I giudici di legittimità hanno ribadito che il concordato in appello limita fortemente i motivi di ricorso. La pena concordata non può essere contestata se rientra nei limiti edittali previsti dalla legge. L'imputato ha perso il ricorso ed è stato condannato alle spese processuali.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Un uomo, condannato dal Tribunale di Genova per ricettazione e utilizzo indebito di carte di pagamento, ha concordato la pena tramite patteggiamento. Successivamente, il suo difensore ha presentato un ricorso contro patteggiamento in Cassazione, lamentando la mancata motivazione del giudice sulla responsabilità penale e sulla quantificazione della pena, nonché l'omessa valutazione dei presupposti per un immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per legge, non è possibile impugnare una sentenza di patteggiamento contestando la mancata valutazione delle condizioni di proscioglimento immediato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso fraudolento di carta bancomat: nessun perdono se reiterato
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il duplice uso fraudolento di carta bancomat sottratta alla vittima. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la Corte d'Appello non avesse motivato la decisione rispetto ad alcuni motivi nuovi presentati dalla difesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'omessa motivazione sui motivi nuovi non annulla la sentenza se questi sono palesemente infondati. Nel caso specifico, l'uso fraudolento di carta bancomat ripetuto nel tempo esclude la particolare tenuità del fatto, data la reiterazione della condotta e il danno economico non trascurabile. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo di denaro: fondi leciti ma il blocco resta
Il Tribunale di Milano confermava il sequestro preventivo di denaro per oltre 71.000 euro nei confronti di un soggetto accusato di utilizzo indebito di carte di credito. L'indagato proponeva ricorso in Cassazione, sostenendo che le somme sequestrate derivassero da fonti lecite (risarcimento danni e indennità di disoccupazione) e fossero quindi estranee al reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il sequestro preventivo di denaro, in quanto bene fungibile per eccellenza, costituisce sempre una forma di confisca diretta. Di conseguenza, non rileva la provenienza lecita delle specifiche somme depositate sul conto, poiché il denaro si confonde nel patrimonio del reo. L'indagato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentato utilizzo indebito di una carta bancomat: condanna valida
Un uomo è stato condannato per sostituzione di persona e per il tentato utilizzo indebito di una carta bancomat. L'imputato, con la complicità della compagna che si era finta la madre al telefono con la banca, aveva cercato di ottenere un duplicato della carta di pagamento della genitrice per utilizzarla. Il piano è fallito per cause indipendenti dalla sua volontà. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che il tentato utilizzo indebito di una carta bancomat è configurabile in quanto la condotta di utilizzo abusivo costituisce un reato di evento, per il quale il tentativo è pienamente ammissibile.
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Indebito utilizzo di carte di credito: l’errore non salva
Un uomo è stato condannato per l'indebito utilizzo di carte di credito per aver pagato un soggiorno in albergo a Roma con la carta di un'altra persona. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancata citazione della reale persona offesa (la società proprietaria dell'hotel anziché il direttore) e un presunto travisamento delle prove testimoniali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'imputato non ha alcun interesse giuridico a eccepire la mancata citazione della vittima, poiché tale adempimento serve solo a tutelare quest'ultima. Inoltre, la contestazione sulle prove non rispettava i requisiti di specificità e autosufficienza richiesti per il giudizio di legittimità. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva.
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Indebito utilizzo di carte di credito: tradito dal tatuaggio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per l'indebito utilizzo di carte di credito altrui. L'imputato era stato identificato, nonostante indossasse una mascherina protettiva, grazie a un vistoso tatuaggio, al taglio degli occhi e alla corporatura robusta. La difesa ha proposto ricorso lamentando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, delle attenuanti generiche e della speciale tenuità del danno per una somma sottratta di duecento euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che i motivi erano generici e ripetitivi. Inoltre, i giudici hanno escluso le attenuanti per l'assenza di resipiscenza o tentativi di restituzione, e hanno stabilito che un danno di duecento euro non può considerarsi irrisorio. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Arresti domiciliari con braccialetto elettronico: confermati
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per un indagato accusato di ricettazione e utilizzo indebito di carte di credito. La difesa contestava la sussistenza del pericolo di recidiva e l'adeguatezza del controllo elettronico, ritenendolo sproporzionato. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando la gravità della condotta e la personalità del soggetto, gravato da plurime condanne per reati predatori, violazioni della sorveglianza speciale ed evasioni commesse nell'arco di vent'anni. La Cassazione ha ribadito che la valutazione del rischio di reiterazione non richiede la presenza di occasioni immediate di reato, ma una prognosi basata sulla condotta complessiva del soggetto. Di conseguenza, la misura restrittiva è stata ritenuta pienamente proporzionata e necessaria per contenere la spiccata pericolosità sociale dell'indagato.
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Indebito utilizzo di carte di credito: condannata la badante
Una collaboratrice domestica ha utilizzato la carta di credito dell'anziana assistita, ricevuta solo per comprare la spesa, per effettuare prelievi e pagamenti personali non autorizzati per 421 euro. Il Tribunale l'ha condannata per il reato di indebito utilizzo di carte di credito, ma ha omesso di disporre la confisca del profitto. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'uso non autorizzato della carta consegnata per scopi specifici configura l'indebito utilizzo di carte di credito e non l'appropriazione indebita, poiché l'agente ha solo la detenzione temporanea del mezzo di pagamento. Di conseguenza, la confisca del profitto è obbligatoria per legge. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente alla mancata confisca, rinviando al Tribunale per l'applicazione della misura.
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Particolare tenuità del fatto: colpevole ma forse non punibile
Un uomo viene condannato per l'utilizzo illecito di una carta di pagamento presso uno sportello bancomat. La Corte di Cassazione conferma la sua colpevolezza, rendendola definitiva. Tuttavia, annulla la decisione della Corte d'Appello che aveva negato l'applicazione della non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il motivo è che i giudici precedenti avevano usato una motivazione 'apparente', cioè generica e non legata al caso concreto. La vicenda dovrà quindi essere riesaminata da un'altra corte solo per decidere se il reato, pur accertato, sia abbastanza lieve da non essere punito.
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Vizio parziale di mente: diagnosi non basta per sconto di pena
Due persone, condannate per reati predatori, ottengono una riduzione della pena in Appello grazie al riconoscimento del vizio parziale di mente. La Procura ricorre in Cassazione, sostenendo che manchi il collegamento tra le patologie diagnosticate e i crimini commessi. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo un principio fondamentale: per applicare l'attenuante del vizio parziale di mente non basta una diagnosi. È necessario dimostrare un nesso causale diretto e specifico tra il disturbo e il reato. Poiché la Corte d'Appello non ha motivato questo legame, la sua sentenza è stata annullata sul punto e il caso rinviato per un nuovo giudizio.
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Utilizzo Report Audit Bancario: Non Basta per Condannare
Due dipendenti di una banca vengono condannate per accesso abusivo a sistema informatico e indebito utilizzo di carte. La condanna si basa principalmente su un'indagine interna dell'istituto di credito. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza, stabilendo un principio fondamentale: l'utilizzo report audit bancario non è sufficiente per una condanna. Il documento, contenendo dichiarazioni e valutazioni di persone non sentite in aula, viola il diritto di difesa e il principio del contraddittorio. La Corte ha quindi ordinato un nuovo processo, che dovrà basarsi su prove raccolte correttamente.
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Indebito utilizzo di carte: condanna definitiva, appello respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per l'indebito utilizzo di carte di pagamento. L'imputato aveva presentato ricorso lamentando presunti vizi procedurali, come la mancata notifica di un rinvio d'udienza. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che le procedure erano state corrette e che non vi era stata alcuna lesione del diritto di difesa. Di conseguenza, la sentenza di condanna per l'uso illecito della carta è diventata definitiva, mentre un'accusa accessoria di furto era già stata archiviata per prescrizione.
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Indebito utilizzo carta: condanna confermata, negata lieve entità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un individuo per furto e indebito utilizzo di carta di pagamento. L'imputato aveva presentato ricorso sostenendo che il reato fosse ormai prescritto e che il fatto fosse di lieve entità. I giudici hanno respinto tutte le argomentazioni, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che i precedenti penali dell'imputato impedivano di considerare il fatto come occasionale o di lieve entità. La condanna per l'uso illecito della carta è quindi diventata definitiva, con l'obbligo per l'imputato di pagare le spese processuali.
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Impugnazione Patteggiamento: Accetta la Pena ma fa Ricorso, Perde
Un imputato, dopo aver concordato una pena tramite patteggiamento per furto e uso indebito di carte di pagamento, ha presentato ricorso in Cassazione. Egli sosteneva che la motivazione della sentenza fosse solo apparente e non spiegasse adeguatamente il calcolo della pena. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio stabilito è che l'impugnazione del patteggiamento è possibile solo in casi limitati, come quando la pena è illegale perché esterna ai limiti di legge. Non si può contestare la discrezionalità del giudice nella quantificazione della pena se questa rientra nei limiti legali. L'imputato ha quindi perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese e una sanzione.
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Carte di Credito Rubate: Doppia Condanna per Ricettazione e Uso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per due reati distinti: ricettazione e indebito utilizzo di carte di credito. L'imputato era stato trovato in possesso di due carte di provenienza furtiva e le aveva usate. La difesa sosteneva che il reato di ricettazione dovesse essere 'assorbito' in quello di utilizzo illecito. La Corte ha invece stabilito il principio del concorso tra ricettazione e indebito utilizzo. I due reati sono separati: il primo punisce il possesso della cosa rubata, il secondo il suo successivo impiego. La mancata giustificazione del possesso delle carte è stata considerata prova sufficiente della consapevolezza della loro origine illecita, confermando così la doppia condanna.
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