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Art. 385 Codice Penale — Anno 2023

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840 provvedimenti

Altri anni per Art. 385 Codice Penale

Applicazione della recidiva: quando i precedenti pesano sulla pena
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva in relazione al reato di evasione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati riproducevano pedissequamente le medesime questioni già sollevate e correttamente respinte in appello. I giudici hanno confermato che l'applicazione della recidiva era ampiamente giustificata non solo dai numerosi precedenti penali e da una precedente condanna per lo stesso reato, ma anche dal forte disvalore della condotta, indicativo di una spiccata propensione a delinquere. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: allontanarsi da casa costa carissimo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. Il soggetto si era allontanato dal proprio domicilio senza autorizzazione, venendo rintracciato in un altro comune dopo ricerche delle forze dell'ordine. La Suprema Corte ha ribadito che i motivi personali dell'allontanamento sono irrilevanti. Inoltre, ha escluso l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della durata dell'assenza, della distanza dal domicilio e della presenza di precedenti penali specifici che configurano la recidiva. L'imputato è stato condannato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Reato di evasione: condannato chi viola gli orari di lavoro
Il Ricorrente, sottoposto a una misura restrittiva con autorizzazione ad allontanarsi solo per motivi di lavoro, è stato sorpreso all'esterno della propria abitazione in orari non consentiti e quando l'attività lavorativa era ormai cessata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del soggetto, confermando che il rintraccio fuori casa al di fuori delle fasce orarie autorizzate integra pienamente il reato di evasione. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Delitto di evasione: la finta pazzia non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il delitto di evasione. La difesa sosteneva l'incapacità di intendere e di volere del ricorrente, richiedendo una nuova perizia psichiatrica. I giudici hanno respinto la richiesta poiché la perizia proposta era stata redatta cinque anni dopo i fatti e non vi erano prove di disturbi mentali all'epoca del reato. La Corte ha inoltre confermato la pericolosità sociale del soggetto, desunta da uno stile di vita incline alla recidiva e da precedenti condanne per reati simili. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: condannato chi sale di due piani
Il Detenuto, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione per recarsi in un appartamento situato due piani sopra il suo per acquistare droga. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che anche lo spostamento all'interno dello stesso condominio viola i limiti della misura cautelare. È stata inoltre confermata la recidiva a causa dei numerosi precedenti penali specifici del soggetto.
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Reato di evasione dai domiciliari: finta visita e condanna
Un uomo sottoposto alla misura dei domiciliari si è allontanato da casa dichiarando di doversi recare dal medico per controlli sanitari. I Carabinieri hanno però accertato che il soggetto non si era mai presentato presso l'ambulatorio, nonostante le telefonate di avviso di uscita e rientro. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione dai domiciliari, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. La Suprema Corte ha chiarito che l'allontanamento con un falso pretesto integra pienamente il reato, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: anche un breve allontanamento costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di evasione. L'imputato si era allontanato dal luogo di esecuzione degli arresti domiciliari senza alcuna autorizzazione. La Suprema Corte ha ribadito che, per configurare il reato di evasione, è sufficiente il solo allontanamento non autorizzato dal domicilio. Non hanno alcuna rilevanza la durata dell'assenza, la distanza dello spostamento o i motivi personali che hanno spinto il soggetto a eludere la vigilanza. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Oltre il portone: quando scatta il reato di evasione
Il caso riguarda un uomo sottoposto a una misura restrittiva che è stato sorpreso dalla polizia giudiziaria all'esterno del portone del proprio condominio. La Corte di Cassazione ha confermato che superare la soglia dell'abitazione, anche solo per trovarsi nell'area condominiale esterna, configura pienamente il reato di evasione. Il ricorrente ha cercato di contestare la ricostruzione dei fatti e l'applicazione della recidiva, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso del tutto inammissibile. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende, confermando la gravità della violazione delle prescrizioni imposte dall'autorità giudiziaria.
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Liberazione anticipata: reati successivi negano lo sconto di pena
Il Tribunale di sorveglianza ha negato la liberazione anticipata a un detenuto per alcuni semestri di pena a causa di condotte illecite successive (evasione e violazione della disciplina sugli stupefacenti), sebbene non ancora accertate con sentenza definitiva. Il detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che tali condotte non potessero influenzare retroattivamente i semestri precedenti in cui aveva mantenuto un comportamento corretto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il comportamento negativo successivo può legittimamente escludere il beneficio anche per i periodi precedenti, poiché dimostra la mancata reale adesione al percorso rieducativo. Inoltre, il giudice di sorveglianza può valutare autonomamente fatti costituenti reato anche prima della condanna definitiva.
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Reato di evasione: telefonare alla polizia non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione (art. 385 c.p.). Il soggetto, sottoposto alla detenzione domiciliare, si era allontanato dalla propria abitazione fuori dall'orario consentito. Egli aveva preventivamente telefonato alle forze dell'ordine per rappresentare una presunta necessità di uscire, ma aveva violato il divieto esplicito intimatogli dagli agenti. I giudici hanno confermato la condanna, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La decisione si basa sulla notevole distanza percorsa, sulla durata prolungata dell'assenza e sulla totale mancanza di una giustificazione valida. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Delitto di evasione: basta non rispondere al citofono per la condanna
Un uomo sottoposto alla misura cautelare dei domiciliari è stato condannato per il delitto di evasione. Le forze dell'ordine avevano accertato la sua assenza suonando ripetutamente il campanello di casa, precedentemente verificato come funzionante, senza ricevere alcuna risposta. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando le modalità dell'accertamento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la verifica dell'assenza non richiede modalità rigide o predeterminate. È sufficiente che il giudice di merito valuti in modo logico le prove, come il ripetuto squillo del campanello funzionante per un tempo congruo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione e particolare tenuità del fatto: no ai benefici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato lamentava la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'allontanamento dal domicilio non è stato di breve durata e che la versione dei fatti fornita dalla difesa è risultata inattendibile. Di conseguenza, la gravità dell'offesa impedisce l'applicazione del beneficio di legge. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione e fuga: niente particolare tenuità del fatto se si scappa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per evasione che richiedeva il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno stabilito che la fuga repentina alla vista delle forze dell'ordine e la presentazione di giustificazioni inverosimili dimostrano un'elevata intensità del dolo. Tali elementi impediscono l'applicazione della causa di non punibilità prevista dall'articolo 131-bis del codice penale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: anche un breve allontanamento costa caro
Il caso esamina la condotta di un uomo sottoposto alla misura degli arresti domiciliari che si è allontanato dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno ribadito che per configurare il reato di evasione è sufficiente qualsiasi allontanamento non autorizzato dal luogo di detenzione domiciliare. Non hanno alcuna rilevanza la durata dell'assenza, la distanza percorsa o i motivi personali che hanno spinto il soggetto a violare la misura cautelare. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Stato di necessità putativo: niente scuse per l’evasione
Il Detenuto, sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, si allontanava dalla propria abitazione senza autorizzazione. Per giustificare l'allontanamento, la difesa invocava lo stato di necessità putativo, sostenendo che l'uomo avesse accusato un improvviso e grave malore fisico. Tuttavia, i giudici di merito escludevano tale tesi, evidenziando che il soggetto non aveva effettuato alcuna chiamata telefonica ai servizi di pronto soccorso per chiedere aiuto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto, confermando che la versione del malore era del tutto inverosimile e priva di riscontri logici. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: anche un breve allontanamento costa caro
Un soggetto sottoposto alla misura degli arresti domiciliari si è allontanato dalla propria abitazione senza alcuna autorizzazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per il reato di evasione. I giudici hanno chiarito che per la configurazione del reato è sufficiente il solo allontanamento non autorizzato dal luogo di custodia, indipendentemente dalla durata dell'assenza, dalla distanza percorsa o dai motivi personali del soggetto. È stata inoltre esclusa l'applicazione della particolare tenuità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la scusa della sordità non salva il condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato si era giustificato sostenendo di non aver sentito il campanello a causa della propria sordità. Tuttavia, le forze dell'ordine avevano accertato il corretto funzionamento del campanello, suonandolo ripetutamente per un tempo congruo. La Suprema Corte ha stabilito che l'accertamento del reato di evasione non richiede modalità rigide o predeterminate. Di conseguenza, la valutazione del giudice di merito, basata sulla prova del funzionamento del campanello e sulla non credibilità della sordità, è insindacabile se logicamente motivata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: l’amore paterno non cancella la condanna
Un genitore sottoposto a misura restrittiva si è allontanato dal proprio domicilio senza autorizzazione per incontrare il figlio. Accusato del reato di evasione, l'uomo ha sostenuto che il diritto di visita del minore costituisse una causa di giustificazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che il diritto di vedere il proprio figlio non giustifica in alcun modo l'allontanamento arbitrario. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della reiterazione e delle modalità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Evasione dai domiciliari: l’illusione della fuga costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dai domiciliari. Il ricorrente contestava l'accertamento del dolo nell'allontanamento dalla propria abitazione e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno stabilito che la Corte d'Appello ha fornito una motivazione logica e coerente sulla gravità della condotta e sull'intensità del dolo, elementi che precludono benefici sanzionatori. Di conseguenza, oltre alla conferma della condanna, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato di evasione: la recidiva cancella la tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la condanna per il reato di evasione. L'imputato contestava la sussistenza del dolo e chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la presenza dell'elemento soggettivo, ritenendo irrilevanti le giustificazioni fornite. Inoltre, la Cassazione ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa dell'abitualità del comportamento, dimostrata da due precedenti condanne definitive per lo stesso reato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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