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Art. 385 Codice Penale — Anno 2023

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840 provvedimenti

Altri anni per Art. 385 Codice Penale

Reato di evasione: pochi metri da casa costano la condanna
L'Imputato, sottoposto agli arresti domiciliari, si è allontanato a bordo di un'auto ed è stato rintracciato su una strada interpoderale. Condannato nei primi due gradi per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha lamentato l'omessa valutazione di conclusioni scritte inviate via PEC e l'assenza di dolo, data la minima distanza dall'abitazione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'invio tardivo delle note difensive non invalida la sentenza se queste non contengono argomenti nuovi. Inoltre, per la configurazione del reato di evasione, è sufficiente l'allontanamento dal domicilio senza autorizzazione, a nulla rilevando la breve distanza o la mancanza di volontà di fuggire definitivamente, specie se il soggetto viene sorpreso alla guida di un veicolo sulla pubblica via.
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Lavoro o reato di evasione: la deviazione che costa la condanna
Un soggetto sottoposto agli arresti domiciliari, autorizzato ad assentarsi esclusivamente per lavorare presso un'azienda agricola a partire dalle ore 06:30, è stato sorpreso alle ore 06:05 alla guida della propria auto su un percorso più lungo e non autorizzato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione, rigettando il ricorso del difensore. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento anticipato e la scelta di un tragitto non ottimale, non giustificati da reali esigenze lavorative presso la sede autorizzata, integrano pienamente la condotta illecita. Anche la contestazione della recidiva è stata ritenuta corretta a causa dei gravi precedenti penali del soggetto, mentre le attenuanti generiche sono state applicate solo in regime di equivalenza.
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Reato di evasione: il bar costa caro al detenuto in permesso
Un uomo, autorizzato a lasciare il domicilio per motivi di giustizia, è stato condannato per il reato di evasione. Al rientro, anziché rincasare, si è trattenuto per circa un'ora in un bar con un pregiudicato, fuggendo alla vista dei carabinieri. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che il ritardo ingiustificato e la deviazione dal percorso prestabilito configurano pienamente il reato di evasione. Inoltre, la richiesta di interrogatorio presentata oltre i venti giorni dalla notifica personale dell'avviso di conclusione indagini è tardiva, rendendo legittimo il successivo decreto di citazione a giudizio. Infine, la gravità del comportamento e i precedenti penali escludono la particolare tenuità del fatto.
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Restituzione nel termine: sì all’evaso, no al latitante
La Corte di Cassazione ha esaminato la richiesta di restituzione nel termine presentata da un cittadino per impugnare tre sentenze di condanna. L'uomo sosteneva di non averne avuto conoscenza a causa di una detenzione all'estero sotto falso nome. La Corte ha respinto la richiesta per le prime due condanne, poiché l'imputato aveva eletto domicilio presso il difensore di fiducia o si era reso latitante. Al contrario, ha accolto il ricorso per la terza condanna, relativa al reato di evasione, in cui era assistito da un difensore d'ufficio e dichiarato irreperibile. I giudici hanno chiarito che la conoscenza del processo per evasione non equivale alla conoscenza effettiva del provvedimento di condanna finale. La decisione impugnata è stata quindi annullata con rinvio limitatamente a questo punto.
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Evasione dagli arresti domiciliari: furto e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto ed evasione. L'uomo, mentre si trovava sottoposto alla misura cautelare presso la propria abitazione, si è allontanato per commettere un furto, integrando così il reato di evasione dagli arresti domiciliari. La Suprema Corte ha confermato la condanna, rilevando che i motivi di ricorso erano generici, ripetitivi e miravano a una inammissibile rivalutazione dei fatti già accertati nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, i giudici hanno ritenuto legittimo il diniego delle circostanze attenuanti generiche, ampiamente giustificato dalla gravità della condotta del ricorrente. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un uomo per i reati di evasione e tentata violazione di domicilio. L'imputato aveva proposto ricorso contestando la ricostruzione dei fatti operata nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati miravano a ottenere una nuova valutazione del merito della vicenda, preclusa in sede di legittimità. Inoltre, la difesa si è limitata a riproporre le medesime contestazioni già respinte in appello, senza confrontarsi con le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato continuato ed evasione: no allo sconto se manca il piano
Il Condannato ha proposto ricorso per ottenere il riconoscimento del reato continuato in relazione a più episodi di evasione commessi a distanza di diversi mesi l'uno dall'altro. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, evidenziando che il lungo intervallo temporale e l'assenza di una pianificazione iniziale escludevano un unico disegno criminoso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ripetizione di reati simili nel tempo non basta a dimostrare un progetto unitario, essendo più probabile che ogni evasione sia nata da occasioni isolate e decisioni estemporanee. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Metodo mafioso e finta terapia: la Cassazione conferma il carcere
Un uomo, in concorso con un esponente di un clan locale, ha aggredito violentemente la vittima con spray urticante e un tirapugni, minacciandola di non denunciare. Il Tribunale ha applicato la custodia in carcere, aggravata dal metodo mafioso e giustificata anche dall'evasione dai domiciliari per assumere metadone. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno confermato l'aggravante del metodo mafioso, poiché l'aggressione pubblica e le minacce erano idonee a evocare la forza intimidatrice del clan. Inoltre, l'allontanamento non autorizzato dai domiciliari configura sempre il reato di evasione, indipendentemente dai motivi terapeutici addotti, legittimando l'aggravamento della misura cautelare in carcere.
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Reato di evasione: il permesso premio si trasforma in condanna
Il Detenuto, dopo aver ottenuto un permesso premio, non è rientrato in carcere nei tempi stabiliti. Di conseguenza, i giudici lo hanno condannato per il reato di evasione. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la mancata riapertura del processo per raccogliere nuove prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che la Corte d'appello ha motivato in modo logico l'esclusione della particolare tenuità, ritenendo ingiustificabili le scuse presentate per il ritardo. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dagli arresti domiciliari: riparare l’auto in strada
Un uomo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari è stato sorpreso a riparare la propria automobile sul marciapiede pubblico antistante la sua abitazione. Il soggetto ha impugnato la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari, sostenendo che il marciapiede costituisse una pertinenza della sua casa. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il marciapiede pubblico non può essere considerato in alcun modo una pertinenza dell'immobile privato. Di conseguenza, l'allontanamento dall'abitazione per effettuare la riparazione configura pienamente il reato di evasione dagli arresti domiciliari. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione dai domiciliari: bere una birra costa la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione dai domiciliari. Il soggetto era stato sorpreso in due occasioni distinte a violare le prescrizioni: la prima volta mentre beveva birra fuori dal portone di casa con soggetti pregiudicati, la seconda non rispondendo al citofono durante un controllo di polizia. La Suprema Corte ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della reiterazione delle condotte in un breve arco temporale, confermando l'impossibilità di concedere le attenuanti generiche. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: incastrato dalle foto social
Un uomo, sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione per partecipare a festeggiamenti familiari. La polizia giudiziaria ha accertato l'assenza tramite ripetuti controlli e analizzando le foto pubblicate sul profilo social dell'indagato. L'uomo ha inoltre rilasciato dichiarazioni spontanee che confermavano l'allontanamento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la validità delle prove raccolte, comprese le immagini social e le dichiarazioni spontanee utilizzabili nel rito abbreviato. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria per il reato di evasione dagli arresti domiciliari.
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Reato di evasione: la fuga cancella la particolare tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato contestava la propria identificazione, l'applicazione della recidiva e la mancata concessione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte di appello, rilevando che le contestazioni sull'identità erano di mero fatto. Inoltre, la recidiva è stata correttamente applicata a causa della gravità e della vicinanza temporale dei precedenti penali. Infine, la fuga attuata dall'uomo al momento del controllo delle forze dell'ordine impedisce la qualificazione del fatto come lieve, escludendo così l'applicazione del beneficio della particolare tenuità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della detenzione domiciliare: condanna per soli 30 minuti
Il Detenuto, sottoposto alla misura della detenzione domiciliare, si è allontanato dalla propria abitazione trenta minuti prima dell'orario in cui era autorizzato a uscire. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la sussistenza del dolo per la violazione della detenzione domiciliare. I giudici hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dell'intensità della colpevolezza e della presenza di precedenti penali. La Suprema Corte ha ritenuto corretto il bilanciamento delle attenuanti generiche con la recidiva contestata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione dai domiciliari: la breve durata non evita la condanna
Il Detenuto, in regime di detenzione domiciliare, si è allontanato dalla propria abitazione in un orario non autorizzato dal Tribunale di Sorveglianza. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'irrilevanza penale del fatto a causa della brevità dell'assenza. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la breve durata dell'allontanamento non esclude il reato di evasione dai domiciliari. La specifica disciplina di favore invocata non si applicava al caso concreto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la scusa del pericolo non salva il detenuto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per il reato di evasione. L'uomo si era allontanato dal luogo di detenzione sostenendo la necessità di evitare un grave danno a una persona cara. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto questa giustificazione del tutto priva di prove e non idonea a configurare uno stato di necessità. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego delle circostanze attenuanti generiche a causa del notevole curriculum criminale del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: omessa comunicazione e ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. L'Imputato lamentava la nullità del giudizio di primo grado poiché, al momento del processo, si trovava in stato di detenzione per altra causa e non era stato tradotto in aula. La Suprema Corte ha chiarito che, se la notifica dell'udienza è avvenuta correttamente presso il domicilio eletto, spetta all'imputato o al suo difensore l'onere di comunicare tempestivamente al giudice il sopravvenuto stato di detenzione. Non avendo adempiuto a tale dovere di informazione, il processo si è svolto validamente. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione dai domiciliari: l’acqua non scusa la fuga
Un uomo, sottoposto agli arresti domiciliari, si è allontanato dalla propria abitazione senza autorizzazione per acquistare acqua e ricaricare il cellulare. Fermato dalle forze dell'ordine, è stato accusato del reato di evasione dai domiciliari. La difesa ha invocato lo stato di necessità e la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che comprare acqua o ricaricare il telefono non costituiscono pericoli gravi e imminenti tali da giustificare la violazione della misura. Inoltre, il possesso delle chiavi dell'auto e di una somma significativa di denaro dimostra una pianificazione incompatibile con la particolare tenuità del fatto. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rito cartolare d’appello: la PEC smentisce la difesa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per evasione dagli arresti domiciliari. L'imputato lamentava la nullità del giudizio di secondo grado, svoltosi tramite il rito cartolare d'appello introdotto durante l'emergenza sanitaria, sostenendo che la cancelleria non avesse comunicato le conclusioni scritte del Procuratore Generale. La Suprema Corte ha tuttavia rilevato che, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, agli atti risultava la prova di una regolare notifica via PEC effettuata cinque giorni prima dell'udienza. Di conseguenza, l'eccezione di nullità è stata ritenuta del tutto infondata in fatto. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Evasione dagli arresti domiciliari: bastano 20 metri per la pena
L'Imputato, sottoposto alla misura degli arresti domiciliari, si è allontanato ripetutamente dalla propria abitazione per brevi distanze, venendo ripreso da una telecamera installata sulla pubblica via per un'altra indagine. Condannato nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'inutilizzabilità delle riprese e l'offensività minima del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. I giudici hanno chiarito che le videoriprese in luoghi pubblici non violano il domicilio e sono pienamente utilizzabili come prove atipiche. Inoltre, qualsiasi allontanamento non autorizzato, anche di soli venti metri, configura il reato, escludendo la particolare tenuità del fatto a causa della reiterazione delle condotte.
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