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Art. 366 Codice di Procedura Civile — Sezione Lavoro Civile

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Altri anni per Art. 366 Codice di Procedura Civile

Trasferimento lavoratore: quando è illegittimo?
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un trasferimento lavoratore, una guardia giurata, che contestava la legittimità del suo spostamento sostenendo fosse avvenuto verso una diversa unità produttiva. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile non entrando nel merito della questione, ma sanzionando gravi carenze procedurali. In particolare, ha evidenziato la mancata allegazione di fatti specifici fin dal primo grado per dimostrare l'autonomia della nuova sede e l'errata modalità di produzione del contratto collettivo, elementi che hanno reso impossibile per la Suprema Corte valutare la fondatezza delle doglianze.
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Improcedibilità ricorso: onere del deposito atti
Una lavoratrice, dopo aver ottenuto in primo grado la conversione del contratto a termine, vedeva la sua domanda respinta in appello. Ricorreva quindi in Cassazione, ma la Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso. La causa di tale decisione è stata puramente processuale: la ricorrente non ha depositato, insieme al ricorso, la copia autentica della sentenza d'appello con la relativa relata di notifica, adempimento fondamentale per verificare la tempestività dell'impugnazione. La Corte ha ribadito che tale onere è inderogabile e la sua omissione determina l'inammissibilità dell'esame nel merito.
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Appello parte diversa: quando è inammissibile?
Un lavoratore propone appello contro una sentenza, ma lo notifica a una società diversa da quella del primo grado. La Corte d'Appello dichiara l'inammissibilità e la Cassazione conferma. L'ordinanza sottolinea come, in un appello parte diversa, sia onere dell'appellante spiegare chiaramente le ragioni del mutamento soggettivo, pena l'inammissibilità per difetto di specificità.
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Autosufficienza del ricorso: errore di fatto e di diritto
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 31421/2023, ha dichiarato inammissibile un ricorso per revocazione, chiarendo che l'errata interpretazione del principio di autosufficienza del ricorso non costituisce un errore di fatto, bensì un errore di diritto non impugnabile con tale mezzo. La Corte ha ribadito che il dissenso sulle modalità di adempimento degli oneri processuali, come la trascrizione degli atti, attiene all'interpretazione della norma e non a una svista percettiva del giudice.
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Opposizione a cartella esattoriale: l’onere della prova
La Corte di Cassazione rigetta il ricorso di un'azienda agricola contro una cartella esattoriale dell'INPS per contributi omessi. La sentenza chiarisce che nell'opposizione a cartella esattoriale, l'onere di provare il diritto a sgravi contributivi spetta al datore di lavoro. Inoltre, un verbale ispettivo dell'ente previdenziale è un atto idoneo a interrompere la prescrizione del credito.
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Stabilizzazione lavoro pubblico: contratto e requisiti
Una lavoratrice, assunta da un'amministrazione pubblica con un contratto di appalto di servizi, ha richiesto di essere ammessa a una procedura di stabilizzazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo che per la stabilizzazione lavoro pubblico sono determinanti la natura formale del contratto e il metodo di selezione. Anche se il lavoro svolto era di fatto subordinato, l'essere stata assunta tramite un appalto di servizi, aggiudicato con il criterio del miglior ribasso economico e non tramite una selezione comparativa, impedisce l'accesso alla stabilizzazione.
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Giurisdizione scelta sede: decide il giudice ordinario
Un dipendente pubblico, vincitore di concorso, si è visto negare la possibilità di scegliere la sede di lavoro vicino casa in base alla Legge 104/1992. La Corte di Cassazione ha stabilito che la questione sulla giurisdizione per la scelta della sede spetta al giudice ordinario e non a quello amministrativo. La decisione chiarisce che, una volta conclusa la fase concorsuale con la graduatoria finale, ogni controversia relativa all'assegnazione della sede rientra nella gestione del rapporto di lavoro di natura privatistica.
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Conversione contratto di lavoro: il caso co.co.co.
La Corte di Cassazione conferma la decisione dei giudici di merito sulla conversione di un rapporto di collaborazione in un contratto di lavoro subordinato. Il caso riguardava un consulente di una nota azienda di moda il cui rapporto, durato quasi un decennio, è stato riqualificato a causa della mancanza di uno specifico progetto, come richiesto dalla normativa all'epoca vigente (D.Lgs. 276/2003). La Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, sottolineando che la sostanza del rapporto prevale sulla forma e che l'assenza del progetto comporta l'automatica conversione contratto di lavoro.
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Onere della prova nel lavoro: la badante deve provare
Una lavoratrice domestica ha citato in giudizio il nipote della persona assistita per ottenere differenze retributive, sostenendo che fosse il suo datore di lavoro o erede. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando le decisioni dei gradi precedenti. Il motivo principale è che la lavoratrice non ha soddisfatto l'onere della prova, non riuscendo a dimostrare che il convenuto fosse effettivamente il soggetto obbligato al pagamento, al di là della semplice prestazione lavorativa.
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Ricorso inammissibile: come formulare i motivi
Un lavoratore impugna il suo licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile non per il merito della questione, ma per un vizio di forma: i motivi di ricorso erano confusi e mescolavano diverse tipologie di censure senza la necessaria chiarezza e specificità, rendendo impossibile per la Corte esaminarli. La decisione sottolinea l'importanza di una corretta redazione tecnica degli atti di impugnazione.
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Retribuzione di risultato: spetta al dirigente licenziato?
Un ex dirigente di un'amministrazione pubblica, licenziato a seguito di una condanna penale, ha richiesto il pagamento della retribuzione di risultato per gli anni precedenti al licenziamento. La Corte d'Appello ha respinto la domanda basandosi su un accordo sindacale integrativo che escludeva i dirigenti licenziati dal beneficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, specificando che i contratti collettivi integrativi non possono essere sindacati in sede di legittimità per violazione di legge, ma solo per vizi di motivazione o violazione dei canoni di interpretazione contrattuale.
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Retribuzione di risultato: ricorso inammissibile
Una ex dirigente pubblica ha citato in giudizio un Ente Locale per ottenere la retribuzione di risultato per un'annualità in cui non le erano stati assegnati obiettivi specifici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il suo ricorso inammissibile, non entrando nel merito della questione ma sanzionando i vizi procedurali dell'impugnazione. La decisione sottolinea l'importanza di formulare i motivi di ricorso in modo specifico e pertinente alla decisione impugnata.
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Licenziamento condizionato: quando è valido?
Una lavoratrice impugna un secondo licenziamento condizionato, sostenendo che avesse revocato il primo. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile, confermando la validità del primo licenziamento, regolarmente notificato tramite 'compiuta giacenza'. La sentenza chiarisce che il secondo licenziamento, subordinato a una condizione, era privo di effetti.
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Agevolazione tariffaria: non è un diritto acquisito
La Corte di Cassazione ha stabilito che l'agevolazione tariffaria sull'energia elettrica, concessa a ex dipendenti di una società energetica, non costituisce un diritto acquisito e permanente. Il beneficio, derivante da contrattazione collettiva e non legato a una specifica prestazione lavorativa, può essere legittimamente revocato a seguito della disdetta del contratto collettivo da parte dell'azienda, non trattandosi di un elemento retributivo intangibile.
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Retribuzione variabile: obblighi del datore di lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un'Azienda Sanitaria per non aver corrisposto la retribuzione variabile a una dirigente. L'inadempimento dell'obbligo di 'pesatura' degli incarichi, anche se complesso, costituisce una violazione contrattuale che dà diritto al risarcimento del danno per perdita di chance.
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Incentivo economico mobilità: quando è illegittimo?
Una dipendente pubblica accetta il trasferimento presso una provincia di nuova istituzione, attratta da un incentivo economico mobilità previsto da un accordo sindacale. La Corte di Cassazione ha confermato la nullità di tale incentivo, poiché non conforme e superiore ai limiti stabiliti dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), rigettando anche la richiesta di risarcimento danni per responsabilità precontrattuale.
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Risarcimento danni banca: quando il nesso causale manca
Un professionista ha citato in giudizio un istituto di credito per danni, sostenendo che i ritardi sistematici nei pagamenti lo avessero costretto a vendere un immobile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, negando il risarcimento danni banca. La decisione sottolinea che il professionista non è riuscito a provare il nesso di causalità diretto tra i ritardi e il presunto danno economico, evidenziando inoltre l'inammissibilità dei motivi di ricorso per vizi formali e per la richiesta di un riesame dei fatti, non consentito in sede di legittimità.
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Risarcimento danno dirigente medico: la Cassazione
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza 28250/2023, ha confermato il diritto al risarcimento danno per un dirigente medico a causa della mancata attivazione, da parte di un'Azienda Sanitaria, delle procedure di valutazione necessarie a determinare la retribuzione variabile. L'inerzia del datore di lavoro configura inadempimento contrattuale e una perdita di chance, liquidabile dal giudice in via equitativa.
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Indennità di posizione: risarcimento per mancata pesatura
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 28249/2023, ha stabilito che l'inerzia di un'azienda sanitaria nel completare la procedura di graduazione degli incarichi dirigenziali costituisce un inadempimento contrattuale. Tale omissione lede il diritto del dirigente medico a percepire la parte variabile dell'indennità di posizione, configurando un danno da perdita di chance risarcibile. La Corte ha confermato la condanna dell'ente, chiarendo che il giudice può liquidare il danno in via equitativa, anche basandosi su importi successivamente stabiliti dalla stessa amministrazione.
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Omessa graduazione SSN: risarcimento per il dirigente
Un dirigente medico ha citato in giudizio un'azienda sanitaria pubblica per non aver effettuato la graduazione delle funzioni dirigenziali, impedendogli di percepire la parte variabile della retribuzione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda al risarcimento del danno. L'inerzia della Pubblica Amministrazione configura un inadempimento che legittima il dirigente a chiedere un risarcimento per la perdita della possibilità (chance) di ottenere l'emolumento, danno che può essere liquidato dal giudice in via equitativa.
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