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Art. 3 Convenzione EDU — Sezione Prima Penale

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233 provvedimenti

Altri anni per Art. 3 Convenzione EDU

Reclamo 35-bis: la Cassazione corregge il rimedio
La Corte di Cassazione interviene su un caso di risarcimento per condizioni detentive inumane. Un detenuto aveva presentato ricorso in Cassazione contro la decisione di inammissibilità del Magistrato di sorveglianza. La Corte ha stabilito che il rimedio corretto non era il ricorso diretto, ma il reclamo 35-bis al Tribunale di sorveglianza, poiché la decisione era stata presa dopo un'udienza. Di conseguenza, ha riqualificato l'atto e lo ha trasmesso all'organo competente.
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Rimedi risarcitori detenzione: quando il ricorso è nullo
Un detenuto ha presentato ricorso per ottenere i rimedi risarcitori per detenzione inumana. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile perché mera riproposizione di una precedente istanza già decisa. La sentenza chiarisce la distinzione tra ricorso per cassazione e reclamo, confermando che la reiterazione di una domanda senza nuovi elementi sostanziali ne determina l'inammissibilità.
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Salute in carcere: quando è negata la detenzione?
La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale di sorveglianza di negare la detenzione domiciliare a un detenuto affetto da diverse patologie. La sentenza sottolinea che la tutela della salute in carcere è garantita se le cure sono possibili all'interno dell'istituto penitenziario. In questo caso, la pericolosità sociale del soggetto è stata ritenuta un fattore prevalente nel bilanciamento degli interessi, giustificando il mantenimento del regime detentivo.
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Permesso premio 41-bis: la Cassazione conferma il no
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto in regime speciale contro il diniego di un permesso premio. La Suprema Corte ha chiarito che la normativa vigente (art. 4-bis Ord. pen.) esclude esplicitamente la concessione di un permesso premio a un detenuto 41-bis. La persistenza stessa del regime speciale è considerata prova sufficiente del mantenimento dei legami con la criminalità organizzata, rendendo la richiesta inammissibile e le questioni di costituzionalità irrilevanti in assenza di prove concrete del contrario.
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Detenzione inumana: quando scatta il risarcimento?
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto che chiedeva un risarcimento per detenzione inumana. Pur in presenza di fattori di disagio come un bagno "alla turca" e una finestra apribile solo dall'esterno, la Corte ha stabilito che, avendo a disposizione uno spazio vitale superiore a 4 mq, non si raggiungeva la soglia minima di gravità per configurare una violazione dell'art. 3 della Convenzione EDU. La decisione sottolinea che non ogni disagio carcerario equivale a trattamento inumano o degradante, ma è necessaria un'afflizione che ecceda la sofferenza inevitabilmente legata alla detenzione.
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Regime 41-bis: Cassazione su proroga e pericolosità
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14329/2024, ha respinto il ricorso di un detenuto condannato all'ergastolo contro la proroga del regime 41-bis. La Corte ha stabilito che per la proroga non è necessaria la prova di contatti attuali con l'associazione criminale, ma è sufficiente la ragionevole probabilità di collegamenti, basata sulla storia criminale, sul ruolo apicale ricoperto e sulla persistente pericolosità sociale del soggetto.
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Trattamento inumano: quando il ricorso è inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava un trattamento inumano per le condizioni carcerarie. La decisione si fonda sulla genericità e contraddittorietà delle doglianze presentate, in particolare riguardo al calcolo dello spazio vitale disponibile in cella, e sulla tardiva presentazione di alcuni motivi di ricorso. La sentenza sottolinea l'importanza di formulare censure specifiche e coerenti fin dal primo grado di giudizio per poter validamente denunciare la violazione dei diritti fondamentali.
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Spazio minimo in cella: il calcolo con mobilio pensile
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Ministero della Giustizia, confermando il diritto a un indennizzo per un detenuto a causa di condizioni detentive inumane. La sentenza stabilisce che lo spazio occupato dal 'mobilio pensile' (arredi fissati a parete) deve essere sottratto dal calcolo dello spazio minimo in cella se impedisce l'uso dell'area sottostante. Inoltre, in caso di detenzione prolungata in spazi inferiori ai limiti di legge, i 'fattori compensativi' come l'accesso ad aree comuni diventano irrilevanti.
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Ricorso inammissibile detenuto: il caso analizzato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto che lamentava condizioni di detenzione inumane in vari istituti penitenziari. Il ricorso è stato giudicato generico, ripetitivo e non autosufficiente, in quanto non contestava specificamente le motivazioni della precedente decisione del Tribunale di Sorveglianza. La sentenza sottolinea che la mancanza di acqua calda in cella non è di per sé una violazione dei diritti se è garantito l'accesso a docce comuni. Questo caso di ricorso inammissibile detenuto evidenzia l'importanza di formulare censure precise e circostanziate nei ricorsi giudiziari.
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Spazio minimo detenuto: cosa si calcola nella cella?
Un detenuto ha contestato le condizioni di detenzione, sostenendo che lo spazio minimo a sua disposizione fosse inferiore a 3 mq a causa di armadietti pensili e un termosifone. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, chiarendo i criteri per il calcolo dello spazio minimo detenuto. La sentenza stabilisce che gli arredi fissati al muro, come i termosifoni, non riducono la superficie calpestabile e utilizzabile e quindi non vanno detratti. Viene confermato che lo spazio disponibile per il ricorrente era superiore alla soglia minima, escludendo la violazione dei diritti umani.
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Rimedi risarcitori 35 ter: Cassazione chiarisce i limiti
Un detenuto ricorre in Cassazione dopo il rigetto parziale della sua richiesta di compensazione per le condizioni di detenzione. La Suprema Corte respinge il ricorso, specificando che i rimedi risarcitori ex art. 35 ter ord. pen. non possono essere riesaminati nel merito in sede di legittimità. Il sindacato della Corte è limitato alla violazione di legge, che include la motivazione assente o apparente, ma non la sua manifesta illogicità, confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza.
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Condizioni detentive: no risarcimento per mero disagio
Un detenuto ha richiesto un risarcimento per le condizioni detentive subite, lamentando poco spazio vitale e fattori degradanti come un bagno alla turca in cella. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, in presenza di uno spazio personale superiore a tre metri quadrati, i disagi che non raggiungono una soglia minima di gravità, qualificabili come 'mero disagio', non costituiscono trattamento inumano o degradante e quindi non danno diritto a un risarcimento.
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Controllo corrispondenza 41-bis: legittimo se motivato
Un detenuto sottoposto al regime speciale dell'art. 41-bis ha contestato la proroga del controllo sulla sua corrispondenza. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, ritenendo la misura giustificata dalla persistente pericolosità sociale del soggetto e dal suo ruolo di vertice all'interno dell'organizzazione criminale di appartenenza. La Suprema Corte ha inoltre validato la prassi del "copia-incolla" nelle motivazioni, a patto che il ragionamento sia applicabile al caso concreto e adeguatamente argomentato.
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Regime 41-bis: la dissociazione non basta a revocarlo
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto sottoposto al regime 41-bis, confermando la proroga del regime detentivo speciale. La Corte ha stabilito che la semplice "dissociazione" dal clan di appartenenza non è sufficiente a dimostrare il venir meno della capacità di mantenere contatti con l'organizzazione criminale, soprattutto in presenza di una persistente pericolosità sociale. La sentenza distingue nettamente la dissociazione dalla collaborazione con la giustizia, ritenendo solo quest'ultima una cesura più netta con il passato criminale.
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Giudicato esecutivo e cella: quando non c’è novum
Un detenuto ha richiesto una riduzione di pena per sovraffollamento, istanza già respinta in passato. Ha ripresentato il ricorso sostenendo che una nuova sentenza delle Sezioni Unite costituisse un 'novum'. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che una pronuncia meramente chiarificatrice non è un elemento nuovo capace di superare la preclusione del giudicato esecutivo.
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Giudicato esecutivo e spazio vitale: la Cassazione
L'appello di un detenuto per una riduzione di pena dovuta a sovraffollamento è stato respinto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità, stabilendo che una successiva sentenza chiarificatrice delle Sezioni Unite sul calcolo dello spazio in cella non costituisce un 'elemento nuovo' in grado di superare la preclusione del giudicato esecutivo. La decisione originale, anche se potenzialmente errata, è considerata definitiva.
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Revoca detenzione domiciliare: quando è legittima?
Un uomo in detenzione domiciliare per motivi di salute si è visto revocare la misura dopo essere stato sorpreso a guidare un'auto, in contrasto con i referti medici che lo indicavano come bisognoso di una sedia a rotelle. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca detenzione domiciliare, stabilendo che la violazione delle prescrizioni dimostrava sia la pericolosità del soggetto sia che le sue condizioni di salute non erano, di fatto, incompatibili con il regime carcerario, giustificando così il ritorno in istituto.
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Detenzione domiciliare per salute: quando è negata?
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto di un'istanza di detenzione domiciliare per salute presentata da un detenuto affetto da gravi patologie. La decisione si fonda sul comportamento non collaborativo del richiedente, che rifiutava sistematicamente le terapie offerte in carcere. La sentenza sottolinea che il diritto alla salute non può essere strumentalizzato per ottenere benefici penitenziari attraverso il volontario aggravamento delle proprie condizioni.
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Regime 41-bis: quando è legittima la proroga?
La Cassazione conferma la proroga del regime 41-bis per un detenuto al vertice di un'organizzazione mafiosa. La decisione si fonda sulla sua elevata pericolosità, il ruolo apicale pregresso e l'assenza di ravvedimento, ritenendo irrilevante una recente assoluzione ai fini della valutazione preventiva del rischio di contatti con l'esterno.
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Revoca 41-bis: quando il ‘carcere duro’ persiste
Un detenuto in regime di 'carcere duro' ha richiesto la revoca del 41-bis sulla base di un'assoluzione parziale e per aver scontato la pena relativa al reato associativo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la valutazione sulla persistente pericolosità sociale, legata a un ruolo direttivo nel clan, è prioritaria. La Corte ha inoltre chiarito che le modifiche normative più restrittive sul 41-bis non costituiscono una trasformazione radicale della pena e possono quindi applicarsi a esecuzioni in corso. La questione di costituzionalità sull'accesso ai benefici è stata giudicata inammissibile per mancanza di rilevanza nel procedimento specifico.
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