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Art. 3 Convenzione EDU — Sezione Prima Penale

233 provvedimenti

Altri anni per Art. 3 Convenzione EDU

Indennizzo detenzione inumana: tardività vs. continuità della pena
Un Detenuto ha chiesto una riduzione della pena (indennizzo detenzione inumana) per aver subito condizioni carcerarie disumane in un periodo di detenzione precedente, invocando l'Art. 3 CEDU e l'Art. 35-ter Ord. pen. Il Magistrato di Sorveglianza ha dichiarato la sua richiesta inammissibile per tardività, poiché era stata presentata oltre i sei mesi dalla fine della detenzione contestata. Il Detenuto ha fatto ricorso, sostenendo che la detenzione attuale fosse in continuità con quella passata. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità, ribadendo che il rimedio specifico della riduzione di pena è applicabile solo se la detenzione inumana è collegata al titolo esecutivo in corso. Se la detenzione pregressa è slegata, è possibile solo un risarcimento monetario, da richiedere entro sei mesi dalla sua cessazione.
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Condizioni detentive inumane: la Cassazione aggrega i periodi brevi
Un Detenuto ha chiesto un risarcimento per condizioni detentive inumane, lamentando spazio insufficiente in diverse carceri. Il Tribunale di Sorveglianza aveva parzialmente negato la richiesta, escludendo i periodi brevi di detenzione. La Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto riguardo ai periodi brevi. Ha stabilito che, per il calcolo del risarcimento per condizioni detentive inumane, anche i periodi inferiori a quindici giorni devono essere considerati se fanno parte di una sequenza ininterrotta di detenzione, anche in istituti diversi. La Corte ha quindi annullato la decisione precedente e rinviato il caso per un nuovo esame.
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Ergastolo e liberazione condizionale: ricorso inammissibile
Un condannato all'ergastolo ha presentato ricorso per ottenere la commutazione della sua pena in trenta anni di reclusione, invocando principi europei e questioni di legittimità costituzionale sull'ergastolo. La Corte d'Appello aveva rigettato la sua richiesta. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che l'ergastolo non è incostituzionale se prevede la possibilità di liberazione condizionale. La Corte ha chiarito che il condannato non rientrava nei presupposti per la riduzione della pena, anche perché i motivi aggiunti non erano stati sottoscritti da un difensore abilitato.
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Detenzione inumana: Cassazione annulla diniego risarcimento per spazio.
Il Tribunale di Sorveglianza aveva negato il risarcimento a un detenuto per detenzione inumana e degradante, sostenendo che non fosse mai stato in celle sovraffollate. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione. Ha stabilito che il Tribunale aveva ignorato prove cruciali. Tali prove dimostravano che il detenuto aveva trascorso 191 giorni in celle con spazio insufficiente. La sentenza sottolinea l'importanza di valutare correttamente le condizioni detentive per garantire il diritto al risarcimento.
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Detenzione non conforme: Cassazione annulla per errore di calcolo
Un Detenuto ha contestato le condizioni di detenzione non conforme, chiedendo un risarcimento per sovraffollamento e spazio insufficiente. Il Tribunale di Sorveglianza aveva riconosciuto parzialmente il suo diritto a una detrazione della pena. Il Detenuto ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando errori nel calcolo dei periodi di detenzione e dello spazio disponibile. La Suprema Corte ha annullato l'ordinanza impugnata limitatamente al periodo di detenzione sofferta presso un carcere specifico, riscontrando un errore nel 'dies a quo' (data di inizio) del calcolo. Ha rinviato il caso al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo giudizio su questo punto, dichiarando inammissibile il resto del ricorso.
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41-bis: Internato Contesta Regime, Cassazione Conferma Pericolosità
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un ex detenuto, membro di spicco di un sodalizio criminale, sottoposto al regime detentivo 41-bis anche dopo aver scontato la pena, durante l'esecuzione di una misura di sicurezza. L'uomo contestava la proroga del 41-bis, sostenendo l'assenza di attuale pericolosità. La Corte ha ribadito che il regime detentivo 41-bis è applicabile agli internati, ma deve essere costituzionalmente conforme, garantendo attività lavorativa. Tuttavia, ha confermato la legittimità della proroga, basandosi sulla capacità dell'individuo di ripristinare i contatti criminali, data la sua storia e il ruolo di vertice.
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Detenzione inumana e risarcimento: solo indennizzo senza pena
Il Detenuto ha richiesto la riduzione della pena per le precarie condizioni carcerarie patite. Il Tribunale di Sorveglianza ha riconosciuto un indennizzo di 3.240 euro per 405 giorni, negando lo sconto di pena poiché, al momento della domanda, il richiedente si trovava in custodia cautelare e non in esecuzione di pena definitiva. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver diritto alla riduzione della condanna. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che per beneficiare dello sconto di pena la condanna deve essere già definitiva al momento della domanda. Il principio chiarisce i presupposti in materia di detenzione inumana e risarcimento.
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Risarcimento detenzione inumana: ricorso inammissibile per il detenuto
Un detenuto ha richiesto il risarcimento per detenzione inumana, ai sensi dell'Art. 35-ter Ord. Pen., per periodi di reclusione già conclusi e non collegati alla pena attuale. Il Giudice di Sorveglianza ha dichiarato l'istanza inammissibile. Il detenuto ha presentato ricorso in Cassazione, contestando la decisione per violazione dell'Art. 3 CEDU e dell'Art. 35-ter Ord. Pen., oltre a vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità del ricorso. Ha chiarito che il ricorso in Cassazione in queste materie è ammesso solo per violazione di legge, non per vizi di motivazione, e che le ragioni di inammissibilità erano procedurali, precludendo l'esame del merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Classificazione detenuto: la discrezionalità dell’Amministrazione prevale sul ricorso
Un Detenuto aveva chiesto la declassificazione dal regime di alta sicurezza (AS 1). Il Magistrato di Sorveglianza aveva accolto la sua richiesta, rilevando un eccesso di potere da parte dell'Amministrazione Penitenziaria. Tuttavia, il Tribunale di Sorveglianza ha ribaltato questa decisione, ritenendo che l'Amministrazione avesse motivato adeguatamente il mantenimento del regime, basandosi sulla gravità dei reati, sulla riattivazione di un'organizzazione criminale da parte dei suoi associati e sulla mancata collaborazione del Detenuto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Detenuto, affermando che la valutazione sulla Classificazione detenuto e sulla sua pericolosità rientra nella discrezionalità dell'Amministrazione Penitenziaria, con un controllo giurisdizionale limitato ai vizi di legittimità e non al merito della decisione.
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Risarcimento Detenzione Inumana: Competenza del Giudice di Sorveglianza
Un ex detenuto, che aveva terminato la sua detenzione domiciliare, ha chiesto il risarcimento detenzione inumana per le condizioni subite. Il Magistrato di sorveglianza ha dichiarato di non essere competente, ritenendo che la questione dovesse essere trattata dal giudice civile. L'ex detenuto ha presentato ricorso in Cassazione. La Corte ha chiarito che il Magistrato di sorveglianza è competente per il risarcimento detenzione inumana anche per chi era in detenzione domiciliare al momento della richiesta. Ha quindi convertito il ricorso in reclamo e lo ha trasmesso al Tribunale di Sorveglianza per la decisione.
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Diritti del detenuto: orologio negato e arredi mancanti, la Cassazione decide
Un detenuto sottoposto al regime speciale dell'Art. 41-bis Ord. pen. ha contestato la mancata consegna di un orologio, l'assenza di mensole nel bagno e la negazione di sedia e tavolino per il computer, ritenendo lesi i suoi diritti del detenuto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che l'orologio era vietato per motivi di sicurezza (cassa non trasparente) e che mensole e arredi non sono diritti soggettivi, potendo i prodotti essere riposti altrove e gli arredi aggiuntivi essere a carico del detenuto. Non ha ravvisato alcuna discriminazione o violazione dei diritti del detenuto fondamentali.
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Detenuto vs Carcere: Risarcimento per Ingiusta Detenzione e Doveri del Giudice
Un Detenuto ha chiesto il risarcimento per ingiusta detenzione a causa di condizioni carcerarie disumane, in particolare il sovraffollamento. Il Tribunale di Sorveglianza ha ripetutamente rigettato il suo reclamo, sostenendo l'impossibilità di reperire i dati cartacei sulle condizioni detentive passate. La Corte di Cassazione, per la terza volta, ha annullato la decisione. Ha ribadito che il Tribunale non ha svolto adeguatamente l'indagine sui fatti e ha ignorato il principio della presunzione relativa di veridicità delle allegazioni del Detenuto, ponendo erroneamente l'onere della prova sull'Amministrazione penitenziaria. La sentenza sottolinea l'obbligo del giudice di indagare attivamente.
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Reclamo 35-ter ordinamento penitenziario: no al rigetto de plano
Il Detenuto ha presentato un Reclamo 35-ter ordinamento penitenziario per ottenere la riduzione della pena residua, lamentando di aver subito condizioni detentive contrarie all'art. 3 CEDU per un periodo non inferiore a quindici giorni in sei differenti istituti carcerari. Il Magistrato di sorveglianza ha dichiarato inammissibile l'istanza senza udienza, definendola de plano, sul presupposto che i motivi descritti fossero identici per tutte le strutture e quindi del tutto generici. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Detenuto, stabilendo che la presunta genericità dei motivi richiede una valutazione conoscitiva di merito. Tale valutazione non consente il rigetto immediato senza la necessaria garanzia del confronto difensivo in udienza. L'ordinanza impugnata è stata annullata con rinvio al giudice di merito.
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Risarcimento per detenzione inumana: confermato l’indennizzo
Il Tribunale di Sorveglianza ha riconosciuto a La Detenuta un Risarcimento per detenzione inumana pari a oltre 11.000 euro per aver trascorso 1404 giorni in una cella con uno spazio individuale inferiore a tre metri quadrati. Il Ministero della Giustizia ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che le attività lavorative, lo studio e il regime a celle aperte potessero compensare la ristrettezza degli spazi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Ministero. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro tali provvedimenti è ammesso solo per violazione di legge e non per difetti di motivazione. Inoltre, la durata prolungata della permanenza impedisce che le attività svolte possano neutralizzare l'illegittimità della sofferenza patita.
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Detenzione inumana e degradante: no al risarcimento al detenuto
Il Detenuto ha proposto ricorso chiedendo i rimedi risarcitori per la detenzione inumana e degradante subita in tre diversi istituti di pena, lamentando uno spazio ridotto nelle celle, il riscaldamento guasto e carenze idriche. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso. La Corte ha chiarito che se lo spazio individuale in cella supera i tre metri quadrati non vi è una presunzione automatica di violazione dell'articolo 3 della CEDU. Bisogna invece valutare globalmente le condizioni di carcerazione. Nel caso specifico, la presenza di servizi adeguati, come l'accesso all'acqua calda, il bagno riservato e diverse ore di passeggio, bilancia i disagi lamentati. Inoltre, un guasto all'impianto termico in una cella molto ampia non supera la soglia minima di gravità richiesta. Il ricorso è stato quindi rigettato con condanna del pagamento delle spese processuali.
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Sorveglianza particolare: legittima la misura restrittiva
Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione contro la conferma del regime di sorveglianza particolare per la durata di sei mesi, disposto a causa di ventisette infrazioni disciplinari e minacce nel carcere. Il ricorrente sosteneva che la misura fosse una duplicazione sanzionatoria sproporzionata rispetto alle sanzioni disciplinari già ricevute. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sorveglianza particolare non ha funzione punitiva, ma preventiva e di sicurezza per tutelare l'ordine dell'istituto penitenziario. Pertanto, la misura non viola il divieto di doppio giudizio. Considerata la gravità dei comportamenti e la commissione di ulteriori reati in carcere, la durata di sei mesi è risultata proporzionata. Il Detenuto è stato condannato al pagamento delle spese e a tremila euro per la Cassa delle Ammende.
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Compensazione della pena pecuniaria: lo Stato blocca il rimborso
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un detenuto che aveva ottenuto un indennizzo di oltre 4.000 euro per detenzione inumana. Il Ministero della Giustizia ha chiesto di trattenere l'intera somma per saldare parzialmente una sanzione penale di 800.000 euro inflitta allo stesso detenuto con condanna definitiva. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta statale, ritenendo l'istanza generica e il credito non compensabile. La Suprema Corte ha ribaltato tale decisione, stabilendo che la compensazione della pena pecuniaria con il risarcimento del danno è pienamente legittima. Il credito statale derivante da una condanna irrevocabile è certo, liquido ed esigibile, configurandosi come una normale entrata patrimoniale dello Stato.
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Spazio minimo individuale in cella: va contato anche il letto
Il Detenuto ha richiesto un rimedio risarcitorio per le condizioni patite in carcere, lamentando la violazione dello spazio minimo individuale in cella. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza poiché, nel calcolare i metri quadrati a disposizione, ha sottratto solo la superficie occupata dal letto del compagno e non quella del letto singolo del richiedente. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del detenuto e ha annullato la decisione. I giudici hanno chiarito che, nel calcolare lo spazio minimo individuale in cella (fissato in tre metri quadrati per evitare trattamenti inumani), occorre detrarre la superficie occupata da tutti gli arredi fissi o ingombranti, compreso il letto singolo in uso al detenuto medesimo. Il caso torna ora al Tribunale di Sorveglianza per un nuovo calcolo.
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Trattamento Inumano e Degradante: Spazi e Fattori Compensativi
Un detenuto ha presentato reclamo per ottenere il risarcimento previsto dalla legge a causa delle precarie condizioni carcerarie e dei problemi di salute patiti in diversi istituti penitenziari. Il Tribunale di sorveglianza ha accolto la domanda per i periodi con spazio inferiore a tre metri quadrati, ma ha rigettato la richiesta per gli altri intervalli temporali. Il condannato ha quindi fatto ricorso in Cassazione sostenendo di aver subito un trattamento inumano e degradante per l'intero arco della detenzione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che lo spazio tra tre e quattro metri quadrati risulta pienamente legittimo in presenza di adeguati fattori compensativi, come le ore trascorse all'aperto, i servizi garantiti e la costante assistenza medica.
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Spazio minimo detenuto: cella ridotta e diritto al risarcimento
Il Detenuto presenta reclamo per le precarie condizioni patite in diversi istituti penitenziari, lamentando la violazione dello spazio minimo detenuto inferiore ai tre metri quadri. Il Tribunale di Sorveglianza respinge la richiesta, ritenendo il regime di detenzione aperto sufficiente a compensare le strettezze della cella. Il Detenuto propone ricorso in Cassazione. La Corte Suprema annulla la decisione e accoglie le doglianze. I giudici evidenziano che l'assegnazione di ore all'aperto non basta a sanare lunghi periodi trascorsi in celle sovraffollate. Occorre calcolare lo spazio effettivo detraendo gli arredi fissi. La causa torna al Tribunale di Sorveglianza per un riesame completo.
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