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Art. 2598 Codice Civile

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213 provvedimenti

Contraffazione del marchio: dominio web e vizi della procura
Una nota multinazionale titolare di marchi internazionali ha citato in giudizio due società e due persone fisiche per contraffazione del marchio e concorrenza sleale, contestando la registrazione abusiva di marchi affini e l'uso indebito del segno in un nome a dominio web. La Corte d'Appello ha condannato l'amministratore che aveva registrato il dominio web a proprio nome, escludendo invece la responsabilità del soggetto acquirente dei marchi che non li aveva mai usati sul mercato. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'amministratore, confermando la sua responsabilità personale diretta per l'uso illecito del segno online. I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibile il ricorso della multinazionale per nullità insanabile della procura notarile rilasciata all'estero senza la presenza fisica del legale rappresentante davanti al notaio.
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Preuso del marchio: il nome storico vince sulla registrazione
Una società attiva nel settore dell'abbigliamento acquista una registrazione estera e tenta di registrare in Italia il segno distintivo per i servizi di trasporto aereo, diffidando una nota compagnia aerea. L'aerolinea dimostra di aver utilizzato tale denominazione e il rispettivo sito web da molti anni prima della nuova registrazione. Il Tribunale prima e la Corte d'Appello poi accertano il preuso del marchio da parte della compagnia di trasporti. I giudici dichiarano nullo il marchio registrato tardivamente dalla società tessile per difetto di novità, inibiscono l'invio di diffide e dispongono il risarcimento danni e il trasferimento del dominio web all'aerolinea. La Corte di Cassazione conferma integralmente la decisione, rigettando il ricorso dell'azienda di moda.
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Concorrenza sleale estera: il giudice italiano può punirla
Una società italiana cita in giudizio una ditta estera per concorrenza sleale, contestando la vendita di componenti industriali con un marchio di certificazione di sicurezza scaduto. L'azienda straniera sostiene che i giudici italiani non possano valutare le vendite avvenute al di fuori del territorio nazionale. La Corte di Cassazione respinge l'impugnazione della ditta estera e stabilisce un principio fondamentale: una volta accertata la giurisdizione italiana, il tribunale nazionale può sanzionare gli atti di concorrenza sleale commessi all'estero che hanno causato danni all'impresa italiana, applicando le norme sulla responsabilità extracontrattuale internazionale.
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Concorrenza sleale tra soci: accuse smentite senza prove certe
Una società in nome collettivo e il suo socio amministratore hanno citato in giudizio l'ex socio e la società mandante, chiedendo il risarcimento per presunti atti di concorrenza sleale. Gli attori sostenevano che la cessione delle quote, la revoca del mandato commerciale e il passaggio di personale costituissero una manovra fraudolenta per sviare la clientela. I giudici hanno respinto integralmente la domanda: la cessione delle quote era avvenuta con il consenso unanime per superare contrasti interni e motivi fiscali. L'interruzione dei rapporti commerciali non integrava alcun illecito preordinato. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, condannando i ricorrenti alle spese legali per difetto di prova circa il presunto piano corruttivo.
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Insegne simili: scatta la concorrenza sleale per confusione
Un commerciante ha citato in giudizio un concorrente vicino per concorrenza sleale per confusione. Il secondo soggetto utilizzava un'insegna quasi identica, differenziata solo da caratteri grafici minimi, svolgendo la medesima attività. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno accertato l'illecito, respingendo l'eccezione di preuso del convenuto a causa del mancato utilizzo prolungato del segno distintivo. La Corte di Cassazione ha confermato le decisioni precedenti e ha dichiarato inammissibile il ricorso del concorrente, ritenendo le doglianze mere contestazioni di fatto estranee al giudizio di legittimità. I giudici hanno inoltre escluso l'intervento di una nuova società non regolarmente costituita nel giudizio di merito.
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Concorrenza sleale: risarciti i danni per marchio e cataloghi rubati
Una società produttrice di materiali lapidei ha citato in giudizio un'impresa distributrice denunciando condotte di concorrenza sleale e contraffazione di marchio. Il distributore modificava i cataloghi originali e alterava i listini prezzi, appropriandosi indebitamente dei prodotti e della notorietà dell'azienda fornitrice. La Corte d'Appello ha confermato la condanna del distributore al risarcimento dei danni patrimoniali e d'immagine per oltre 156.000 euro. La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imprenditore scorretto. I giudici hanno chiarito che la concorrenza sleale scatta anche per un'espansione potenziale sul mercato e hanno convalidato la quantificazione del danno tramite perizia contabile e valutazione equitativa.
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Contraffazione brevettuale esclusa: nullo il titolo mal descritto
Un inventore e la società licenziataria hanno citato in giudizio un ex dipendente accusandolo di contraffazione brevettuale e concorrenza sleale. Il convenuto commercializzava un macchinario alimentare ritenuto copia dell'invenzione tutelata. I giudici di merito hanno respinto le domande attrici, dichiarando nullo il brevetto per carenza di sufficiente descrizione e giudicando inammissibile il tentativo di limitare le rivendicazioni estendendone la portata in corso di causa. Inoltre, i giudici hanno escluso la concorrenza sleale per la netta diversità estetica dei prodotti. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente tali decisioni, dichiarando inammissibile il ricorso dei titolari della privativa e condannandoli al pagamento delle spese di lite.
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Modello comunitario non registrato: design privo di novità
Un'azienda di moda ha citato in giudizio una società concorrente lamentando la contraffazione di tre capi di abbigliamento e accessori, nonché atti di concorrenza sleale. La parte attrice rivendicava la tutela per modello comunitario non registrato su una borsa e altri prodotti. La Corte d'Appello ha rigettato tutte le domande risarcitorie evidenziando la mancanza di novità e di carattere individuale del design, poiché sul mercato circolavano modelli identici già da anni antecedenti alla presunta creazione. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione di merito. I giudici supremi hanno ribadito che semplici bolle di consegna interne non dimostrano l'effettiva divulgazione e novità del modello. Il ricorso dell'azienda creatrice è stato respinto con condanna alle spese legali.
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Contraffazione brevettuale: i limiti della tutela
La sentenza analizza un presunto caso di contraffazione brevettuale relativo a un macchinario per il confezionamento di prodotti igienici. Sebbene il brevetto sia stato dichiarato valido per novità e altezza inventiva, il tribunale ha rigettato le richieste di risarcimento poiché le differenze strutturali del prodotto concorrente escludevano la violazione. Anche le accuse di concorrenza sleale sono state respinte per mancanza di prove.
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Contraffazione del marchio online: decide il giudice italiano
Una società italiana ha citato in giudizio una concorrente estera contestando la contraffazione del marchio e atti di concorrenza sleale compiuti tramite vendita online. La società estera ha eccepito il difetto di giurisdizione del giudice italiano. L'azienda italiana ha presentato un regolamento preventivo per chiedere la conferma della giurisdizione italiana. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno stabilito che i giudici italiani possiedono la giurisdizione per decidere la controversia. Il principio si applica sia ai marchi nazionali che a quelli europei quando i prodotti dannosi risultano pubblicizzati o commercializzati in Italia via internet. La causa è stata quindi rinviata al tribunale competente per il giudizio di merito.
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Concorrenza sleale tra tralicci: la Cassazione frena le demolizioni
Un'impresa di telecomunicazioni ha citato in giudizio un concorrente, lamentando che il nuovo traliccio di quest'ultimo, alto 75 metri, creasse interferenze elettromagnetiche al proprio impianto preesistente, configurando un'ipotesi di concorrenza sleale. Il Tribunale e la Corte d'Appello avevano ordinato la demolizione parziale del nuovo traliccio. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del proprietario del nuovo impianto, stabilendo che la semplice interferenza di fatto causata da un'opera regolarmente autorizzata non costituisce automaticamente concorrenza sleale. Il giudice deve valutare se il soggetto danneggiato avrebbe potuto adottare soluzioni alternative o accettare la condivisione delle infrastrutture (Tower Sharing) per garantire la pacifica coesistenza sul mercato, evitando posizioni di ingiustificato monopolio.
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Pubblicità ingannevole: rubinetto contro acqua minerale
La Federazione delle Acque Minerali ha citato in giudizio l'Azienda di Rubinetteria per concorrenza sleale e pubblicità ingannevole, contestando l'uso dei termini "pura" e "purezza" per l'acqua di rubinetto e l'uso di slogan comparativi. Sebbene la Cassazione abbia escluso l'esclusività del termine "purezza" per le acque minerali, ha accolto il ricorso della Federazione su punti decisivi. La Corte ha stabilito che l'Azienda deve attivarsi per rimuovere gli slogan vietati anche dai siti web gestiti da terzi e che i giudici d'appello hanno erroneamente escluso le prove testimoniali sulla continuazione dell'illecito. Inoltre, la quantificazione del danno deve considerare la rappresentanza delle trentanove imprese associate alla Federazione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Abuso di posizione dominante: l’Antitrust archivia, la lite resta
Un distributore di medicinali ha fatto causa a un'importante impresa farmaceutica, accusandola di aver ridotto ingiustificatamente le forniture di alcuni farmaci. Il distributore lamentava un abuso di posizione dominante e la violazione degli obblighi di correttezza contrattuale. I giudici di merito hanno condannato l'impresa al risarcimento dei danni, ritenendo che l'archiviazione del caso da parte dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) non escludesse l'illecito civile. L'impresa ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'archiviazione dell'Antitrust dovesse valere come prova a suo favore. La Suprema Corte, data la novità e l'importanza della questione, ha deciso di rinviare la causa alla pubblica udienza per stabilire se il provvedimento di archiviazione dell'Antitrust costituisca o meno una prova privilegiata nel processo civile.
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Accesso abusivo a sistema informatico: condannato ma pena ridotta
Un intermediario assicurativo, d'accordo con una collaboratrice di un'agenzia concorrente, ha effettuato un accesso abusivo a sistema informatico per copiare i dati dei clienti e proporre tariffe più vantaggiose, realizzando uno storno di clientela. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato informatico, ritenendo provato l'uso illecito delle credenziali di un'altra dipendente. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per il reato di turbata libertà del commercio. I giudici hanno chiarito che la sottrazione di clienti, pur se attuata con mezzi scorretti, costituisce un illecito civile di concorrenza sleale e non un reato penale, a meno che non si miri a bloccare l'intera attività dell'impresa concorrente.
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Risoluzione per inadempimento: stop alle interferenze radio
Una storica emittente radiofonica lamentava continue interferenze sulle proprie frequenze causate da un'azienda concorrente. Le parti avevano firmato un accordo di coordinamento tecnico per evitare sovrapposizioni, ma la concorrente lo aveva violato riattivando un impianto con specifiche non consentite. L'emittente ha quindi chiesto la risoluzione per inadempimento dell'accordo e la cessazione delle turbative. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente degli impianti interferenti, confermando che il diritto a chiedere la risoluzione per inadempimento non era prescritto, poiché il termine decorre solo da quando l'inadempimento diventa intollerabile e continuo. Di conseguenza, è stata confermata la condanna a cessare immediatamente ogni interferenza radiofonica.
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Concorrenza sleale: pubblicità ingannevole ma nessun risarcimento
Un rivenditore autonomo ha citato in giudizio una casa produttrice di calzature e il suo distributore ufficiale, lamentando atti di concorrenza sleale e intese restrittive della concorrenza. Il distributore ufficiale aveva pubblicato un annuncio pubblicitario che suggeriva l'originalità dei prodotti solo se acquistati presso la rete ufficiale. La Corte d'Appello ha accertato il carattere ingannevole della pubblicità, ma ha rigettato la domanda di risarcimento per mancanza di prove sul danno economico subito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del rivenditore, confermando che l'illecito concorrenziale non genera un risarcimento automatico in assenza di una prova rigorosa del decremento patrimoniale o del mancato guadagno.
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Contraffazione di marchio debole: quando il colore batte il logo
Una società agricola ha impugnato la decisione che la condannava per la contraffazione di marchio debole di un'azienda concorrente, consistente in bottiglie di vino metallizzate color oro e rosa. La ricorrente sosteneva che le lievi differenze, come l'uso di una lettera diversa sull'etichetta, escludessero la confusione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per il consumatore medio l'elemento di maggiore impatto visivo è il colore specchiato della bottiglia, mentre le lettere rappresentano dettagli secondari non sufficienti a evitare l'inganno. La Suprema Corte ha chiarito che anche per un marchio debole la tutela impedisce imitazioni quasi identiche che creano confusione basata sul ricordo visivo del consumatore. Di conseguenza, la società agricola ha perso la causa ed è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Abuso di posizione dominante: condanna milionaria ma c’è rinvio
L'Operatore Concorrente ha citato in giudizio L'Operatore Storico chiedendo il risarcimento dei danni per abuso di posizione dominante. Secondo l'accusa, confermata dall'Antitrust, L'Operatore Storico ha ostacolato i concorrenti rifiutando ingiustificatamente l'attivazione di servizi di rete a banda larga tra il 2009 e il 2011. I giudici di merito hanno condannato L'Operatore Storico a risarcire oltre cinque milioni di euro. La Corte di Cassazione, rilevando l'estrema complessità delle questioni giuridiche sollevate nel ricorso (tra cui il nesso di causalità e la prescrizione), ha deciso di non emettere una sentenza immediata, ma di rinviare la causa a una pubblica udienza per un esame più approfondito.
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Concorrenza sleale: etichette rimosse ma il danno va provato
Una società di assistenza copriva le etichette originali dei macchinari di un noto produttore con proprie sigle, svolgendo manutenzioni non autorizzate. Il produttore ha avviato una causa per concorrenza sleale. La Corte d'Appello ha condannato la società al risarcimento dei danni all'immagine. La Cassazione ha confermato l'esistenza della concorrenza sleale per la comunanza di clientela, ma ha accolto il ricorso sul risarcimento. I giudici hanno stabilito che il danno all'immagine commerciale non è automatico (in re ipsa), ma deve essere concretamente allegato e dimostrato dal danneggiato. La sentenza è stata cassata con rinvio per ricalcolare i danni.
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Contraffazione di marchio: la stella vince sull’imitazione
Una nota azienda di calzature ha citato in giudizio un'impresa concorrente per la contraffazione di marchio del proprio celebre segno distintivo (una stella deformata e mozzata applicata sulle scarpe) e per concorrenza sleale. La società concorrente si è difesa sostenendo che il segno fosse nullo perché privo di capacità distintiva e assimilabile a un semplice marchio di forma ornamentale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'impresa concorrente, confermando la validità del marchio figurativo. La Corte ha stabilito che la stella deformata costituisce un marchio forte con elevato potere distintivo. Di conseguenza, l'uso di un segno simile sulle calzature concorrenti, anche con lievi varianti grafiche o parzialmente coperto da cuciture, integra la contraffazione di marchio e la concorrenza sleale per l'evidente rischio di confusione tra i consumatori.
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