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Art. 240-bis Codice Penale

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1393 provvedimenti

Confisca allargata: i guadagni in nero non salvano il patrimonio
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca allargata dei conti correnti di un soggetto condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e usura. Il Condannato si opponeva sostenendo che i risparmi derivassero da attività commerciali di famiglia, vincite al gioco e compravendite immobiliari non registrate ("in nero"). I giudici hanno respinto il ricorso evidenziando l'enorme sproporzione tra i redditi dichiarati, quasi inesistenti, e le somme accumulate. La Cassazione ha chiarito che l'operatività "in nero" non può giustificare la provenienza lecita del denaro, poiché impedisce la tracciabilità delle entrate. Di conseguenza, la presunzione di origine illecita dei beni è pienamente legittima, portando al rigetto del ricorso e alla definitiva acquisizione dei beni da parte dello Stato.
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Confisca nei reati di droga: sì al denaro, no ai telefoni
Un uomo, fermato con due chili di cocaina nascosti in auto, ha patteggiato una pena di quattro anni di reclusione. Il giudice ha ordinato la confisca di oltre quindicimila euro in contanti e di vari oggetti personali, tra cui telefoni, carte di credito e un tablet. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la legittimità di tali provvedimenti. La Suprema Corte ha confermato la condanna e il sequestro del denaro, ritenuto sproporzionato rispetto al reddito. Ha invece annullato la misura per gli oggetti personali. La Cassazione ha stabilito che la confisca nei reati di droga per strumenti come i telefoni richiede una motivazione specifica che dimostri il loro reale e costante utilizzo nell'attività illecita, rinviando la decisione al Tribunale di Ravenna.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo non si cancella
Tre imputati, dopo aver concordato l'applicazione della pena per spaccio di cocaina ed estorsione, hanno proposto ricorso contro il patteggiamento. Due di essi lamentavano la mancata qualificazione del fatto come di lieve entità e l'assenza di motivazione individuale sulla responsabilità. Il terzo contestava il diniego di sostituzione della pena detentiva e la confisca del denaro sequestrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi e non consente di ridiscutere la responsabilità o la valutazione delle prove. Inoltre, la confisca del denaro è legittima se l'imputato non ha redditi leciti e il possesso del contante è sproporzionato. Di conseguenza, gli imputati perdono il ricorso e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Confisca di denaro: la Cassazione frena il sequestro facile
Il Tribunale di Lanciano applicava a un imputato la pena concordata di tre anni di reclusione per illecita detenzione di cocaina, disponendo anche la confisca di denaro sequestrato. L'imputato proponeva ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i motivi sul merito del patteggiamento, ma ha accolto il ricorso sulla confisca di denaro. La Corte ha chiarito che, nel reato di mera detenzione di stupefacenti, la confisca del denaro non è automatica. Il giudice deve motivare la sproporzione del denaro rispetto al reddito e l'impossibilità di giustificarne la provenienza, secondo le regole della confisca in casi particolari. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla confisca, con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca allargata: patrimonio perso anche se supera il profitto
Il Condannato, già giudicato colpevole di estorsione, subisce il sequestro e la successiva confisca di beni immobili a causa della sproporzione tra il loro valore e i redditi minimi dichiarati dal suo nucleo familiare. Il soggetto propone ricorso contestando la mancanza di proporzione tra il valore dei beni confiscati e il profitto effettivo del reato commesso. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso, confermando la legittimità del provvedimento. I giudici chiariscono che la confisca allargata non richiede una proporzione diretta con il profitto del singolo reato, ma si fonda unicamente sulla sproporzione tra il patrimonio accumulato e le entrate lecite dichiarate, nel rispetto del principio di ragionevolezza temporale.
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Sequestro per sproporzione: non basta il sospetto sul prestanome
Il Tribunale aveva confermato il sequestro per sproporzione di ingenti beni intestati a una donna, ritenendola una prestanome di un indagato per reati fiscali e autoriciclaggio. La donna ha impugnato il provvedimento rivendicando la reale proprietà dei beni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che per sottrarre i beni al terzo intestatario non basta dimostrare che quest'ultimo non avesse i soldi per comprarli. L'accusa deve provare concretamente che il vero possessore sia l'indagato e che l'intestazione sia solo una finzione per evitare la confisca. La decisione è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Ricorso per cassazione dopo patteggiamento: condanna confermata
L'Imputato, condannato dal Tribunale di Milano per spaccio di lieve entità a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione. L'uomo era stato trovato in possesso di cento grammi complessivi di hashish, un bilancino di precisione e strumenti per il confezionamento. La difesa ha sostenuto l'uso personale della droga e l'illegalità della confisca del denaro sequestrato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione dopo patteggiamento per contestare la qualificazione giuridica è ammesso solo in caso di errore manifesto. Inoltre, la confisca per sproporzione è applicabile anche ai reati di droga di lieve entità, qualora vi sia una sproporzione evidente tra i beni posseduti e i redditi dichiarati dall'imputato.
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Confisca allargata: annullato il sequestro senza prove
L'Imputato ha concordato una pena per detenzione di sostanze stupefacenti. Il giudice ha disposto anche la confisca di una somma di denaro ritenuta sproporzionata rispetto ai suoi redditi. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando l'assenza di motivazione su tale sproporzione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche nel patteggiamento il giudice deve motivare rigorosamente l'applicazione della confisca allargata. Non basta una formula generica: occorre dimostrare l'incompatibilità del denaro con i redditi dichiarati e confutare le giustificazioni dell'interessato, specialmente in caso di sola detenzione e non di spaccio. La sentenza è stata annullata limitatamente alla confisca, con rinvio per un nuovo giudizio.
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Sequestro preventivo: barbiere perde i contanti per sproporzione
Durante una perquisizione, le forze dell'ordine hanno trovato nell'abitazione e nello scooter di un barbiere oltre due chilogrammi di hashish e 5.145 euro in contanti. Il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo del denaro per sproporzione rispetto al reddito dichiarato. L'indagato ha fatto ricorso sostenendo che il denaro derivasse dalla sua attività lavorativa, anche se parzialmente non dichiarata, e che non vi fosse un legame diretto tra i contanti e la detenzione della droga. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che, sebbene il denaro non sia l'immediato profitto del reato di detenzione di stupefacenti, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per sproporzione è pienamente legittimo quando vi è un divario evidente tra i beni posseduti e i redditi ufficiali, non potendo i guadagni in nero giustificare la provenienza lecita delle somme.
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Reato di usura: la Cassazione tutela le vittime e confisca i beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di usura ed estorsione. La difesa contestava l'attendibilità delle vittime, l'aggravante dello stato di bisogno e la confisca di sproporzione del patrimonio. La Suprema Corte ha ribadito che le dichiarazioni della persona offesa possono fondare da sole la condanna, senza necessità di riscontri esterni, se ritenute credibili dal giudice. Inoltre, lo stato di bisogno è dimostrato dall'accettazione di tassi d'interesse esorbitanti a causa di una crisi di liquidità aziendale. Infine, è stata confermata la confisca dei beni poiché il patrimonio accumulato risultava del tutto sproporzionato rispetto alle entrate lecite dichiarate.
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Tutela del creditore terzo: la Cassazione batte la confisca
Un istituto di credito, poi sostituito da una società finanziaria (Il Creditore), ha richiesto la tutela del proprio credito ipotecario su beni colpiti da confisca penale. La Corte d'Appello ha dichiarato la domanda inammissibile perché tardiva. La Corte di Cassazione, applicando una recente pronuncia della Corte Costituzionale, ha annullato la decisione. La Consulta ha infatti cancellato la norma che faceva decorrere i termini di decadenza prima ancora dell'entrata in vigore della legge del 2017. Di conseguenza, la Cassazione ha stabilito che la tutela del creditore terzo deve essere garantita applicando il termine più favorevole di un anno dal deposito del decreto di esecutività dello stato passivo. La causa viene quindi rinviata alla Corte d'Appello per una nuova valutazione della tempestività della domanda.
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Sequestro preventivo: il PM vince e i soci perdono il ricorso
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero contro l'annullamento del sequestro preventivo delle quote di una società coinvolta in un'indagine per gestione abusiva di rifiuti. Al contempo, la Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi del legale rappresentante e della società stessa. I giudici hanno chiarito che il terzo estraneo al reato non può contestare la sussistenza del reato o il pericolo nel ritardo, ma può solo dimostrare la proprietà del bene e la propria buona fede. Inoltre, il socio non ha un interesse concreto a richiedere la restituzione di beni che appartengono autonomamente alla società. Di conseguenza, il sequestro delle quote viene rinviato al Tribunale del Riesame per una nuova valutazione, mentre i ricorsi della difesa sono respinti con condanna alle spese.
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Confisca di denaro per detenzione di stupefacenti: va motivata
Il G.U.P. di Bologna applicava a un imputato la pena concordata per trasporto e detenzione di cocaina, ordinando anche la confisca della somma di denaro sequestrata. L'imputato proponeva ricorso per cassazione, contestando la legittimità della misura patrimoniale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la confisca di denaro per detenzione di stupefacenti richiede una motivazione rigorosa. Trattandosi di mera detenzione e non di spaccio, il giudice deve dimostrare la sproporzione tra il denaro e il reddito dell'imputato, oltre all'impossibilità di giustificarne la provenienza. La sentenza è stata annullata sul punto con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca per sproporzione: perdi il Rolex se sei senza reddito
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca di una ingente somma di denaro e di un orologio di lusso nei confronti di un soggetto che aveva patteggiato una pena per detenzione di stupefacenti. L'imputato contestava il provvedimento sostenendo che non vi fosse prova del collegamento tra i beni e l'attività di spaccio. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca per sproporzione è pienamente giustificata quando il valore dei beni posseduti risulta del tutto incompatibile con le condizioni economiche del soggetto, ufficialmente privo di qualsiasi reddito lecito. Di conseguenza, l'imputato perde definitivamente il denaro e l'orologio, oltre a dover pagare le spese processuali.
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Sequestro preventivo: il silenzio dell’accusa restituisce gli orologi
Il caso riguarda il sequestro preventivo di trenta orologi di lusso ai danni di un commerciante, accusato di intestazione fittizia e impiego di denaro illecito. Inizialmente confermato, il sequestro è stato annullato dal Tribunale del riesame in sede di rinvio, ritenendo tracciabili i fondi usati per l'acquisto grazie a una consulenza tecnica sulla vendita di opere d'arte. Il Pubblico Ministero ha proposto ricorso in Cassazione contestando tale decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della pubblica accusa. I giudici hanno rilevato che il Pubblico Ministero non aveva partecipato all'udienza di rinvio né presentato memorie, rendendo impossibile sollevare per la prima volta in sede di legittimità questioni mai discusse nel merito. Il commerciante ottiene così la restituzione definitiva dei suoi beni.
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Opposizione alla confisca: negata la casa abusiva al terzo
Il Giudice dell'esecuzione ha rigettato l'opposizione alla confisca proposta da una donna, terzo estraneo al processo, su un appartamento confiscato al genero condannato per usura e traffico di droga. La donna sosteneva di aver costruito l'immobile abusivamente e di averne la proprietà. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il terzo estraneo può proporre opposizione alla confisca solo se dimostra la propria buona fede e l'esistenza di un titolo di proprietà regolarmente trascritto prima del sequestro. Nel caso specifico, l'immobile era abusivo, non accatastato a nome della ricorrente e privo di qualsiasi titolo valido. Inoltre, la buona fede è stata esclusa poiché il genero latitante abitava stabilmente nell'immobile con la figlia della ricorrente. La ricorrente perde la causa e viene condannata alle spese.
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Confisca per sproporzione: perdi i contanti anche senza spaccio
Un uomo, condannato per detenzione di cocaina e crack ai fini di spaccio, ha impugnato la confisca di oltre 72.000 euro trovati a casa sua, sostenendo che la semplice detenzione non provasse che il denaro fosse il profitto dello spaccio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, anche se il denaro non è il profitto diretto del reato di detenzione, la misura è legittima come confisca per sproporzione. Gli accertamenti patrimoniali hanno infatti dimostrato che il condannato percepiva un reddito mensile di circa 1.980 euro, del tutto incompatibile con l'accumulo di una cifra così elevata. La Cassazione ha quindi confermato la perdita definitiva del denaro a favore dello Stato.
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Dolo di ricettazione: scuse smentite e confisca da 214mila euro
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione continuata di monete e gioielli e per l'acquisto di un orologio di sospetta provenienza. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna e la confisca allargata di oltre 214.000 euro in contanti. I giudici hanno chiarito che il dolo di ricettazione può essere desunto anche dalla mancata o non attendibile giustificazione sulla provenienza dei beni posseduti. Inoltre, il riconoscimento della refurtiva da parte delle vittime non richiede le rigide formalità della ricognizione formale, essendo sufficiente un accertamento di fatto. Il ricorso dell'Imputato è stato dichiarato inammissibile, confermando la sproporzione patrimoniale rilevata dalle forze dell'ordine rispetto ai redditi dichiarati.
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Confisca per sproporzione: i beni dei terzi tornano in gioco
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso dei familiari di un condannato per associazione mafiosa, terzi intestatari di beni immobili e autovetture colpiti da confisca per sproporzione. I ricorrenti chiedevano la restituzione dei beni, sostenendo la provenienza lecita del denaro usato per gli acquisti. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene i terzi non possano contestare i presupposti generali della misura applicata al condannato, il giudice dell'esecuzione ha l'obbligo di motivare rigorosamente sulle prove offerte dalla difesa. Nel caso specifico, il giudice aveva omesso di valutare un precedente provvedimento favorevole di restituzione dello stesso immobile emesso in sede di prevenzione e non aveva fornito alcuna motivazione sulla confisca delle autovetture. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame di questi specifici aspetti.
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Confisca per sproporzione: il patteggiamento non salva i contanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato con patteggiamento a 4 anni e 6 mesi di reclusione per traffico di cocaina. L'imputato contestava l'applicazione delle pene accessorie (ritiro della patente e divieto di espatrio) e la confisca di denaro contante nascosto nell'auto. La Suprema Corte ha chiarito che, superando i due anni di pena detentiva, non opera l'esenzione dalle pene accessorie. Inoltre, ha confermato la legittimità della confisca per sproporzione della somma di denaro rinvenuta, poiché l'uomo non ha fornito alcuna giustificazione sulla provenienza lecita del denaro rispetto al proprio reddito. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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