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Art. 240-bis Codice Penale

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1393 provvedimenti

Espulsione dello straniero: scontro tra condanna e ravvedimento
Un cittadino straniero, condannato tramite patteggiamento per detenzione di ingenti quantitativi di cocaina, ha fatto ricorso in Cassazione contro la confisca di sessantamila euro e la misura di sicurezza dell'espulsione. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della confisca del denaro sproporzionato rispetto al reddito. Tuttavia, ha accolto il ricorso riguardo all'espulsione dello straniero. I giudici hanno rilevato una contraddizione: il tribunale aveva concesso l'attenuante della collaborazione attiva (ritenuta prevalente sulla recidiva), ma poi aveva ordinato l'espulsione basandosi sulla pericolosità sociale del soggetto. La Cassazione ha stabilito che la collaborazione dimostra un ravvedimento incompatibile con una presunzione automatica di pericolosità, annullando la misura con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca allargata: quando il lavoro in nero non salva i beni
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca allargata dei beni di un cittadino, dichiarando inammissibile il suo ricorso. L'uomo era stato condannato per reati finanziari e la Corte di Appello aveva disposto il sequestro di titoli e automobili a causa dell'evidente sproporzione tra il valore dei beni e i suoi redditi dichiarati. Il ricorrente si era difeso sostenendo che il denaro derivasse da donazioni familiari e dal lavoro in nero delle figlie. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto tali giustificazioni del tutto generiche e smentite dalle intercettazioni telefoniche. La Cassazione ha ribadito che, in presenza di una sproporzione ingiustificata, lo Stato può legittimamente acquisire i beni. Il ricorrente perde definitivamente i beni sequestrati e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro.
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Trasferimento fraudolento di valori: carcere per il socio occulto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Socio Occulto contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'indagato era accusato di trasferimento fraudolento di valori per aver intestato fittiziamente alla moglie le quote di una società ittica, agendo come socio occulto al 51%. Il restante 49% era riconducibile a un esponente della criminalità organizzata. Lo scopo era eludere le misure di prevenzione patrimoniali. La difesa sosteneva che l'intestazione derivasse da precedenti penali personali e non dall'intento di agevolare la mafia. La Suprema Corte ha confermato la misura cautelare, ribadendo che il reato sussiste quando si scherma la reale titolarità dei beni per evitare confische, e che l'aggravante mafiosa è configurabile data la consapevolezza della caratura criminale del socio.
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Misure di prevenzione antimafia: sproporzione tra reddito e beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione delle misure di prevenzione antimafia, confermando la sorveglianza speciale per quattro anni e la confisca di quote immobiliari intestate fittiziamente alla moglie. I giudici hanno ribadito che l'attualità della pericolosità sociale legata all'affiliazione mafiosa è stata correttamente accertata fino al 2015. Inoltre, la confisca è legittima a causa della costante sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati dal nucleo familiare tra il 1987 e il 2015. La Suprema Corte ha escluso la violazione del divieto di doppio giudizio, poiché la precedente procedura esecutiva riguardava un arco temporale differente e limitato. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente i beni confiscati e deve pagare le spese processuali.
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Confisca allargata: quando il lusso tradisce il reddito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro il sequestro preventivo di oltre 46.000 euro e di un orologio di lusso. Il provvedimento era stato emesso in vista della confisca allargata, a causa della netta sproporzione tra il valore dei beni e i redditi dichiarati dall'uomo, accusato di reati sugli stupefacenti. L'Indagato aveva cercato di giustificare le somme con vincite al gioco non tracciabili e l'orologio come regalo del passato. I giudici hanno stabilito che tali giustificazioni non superano la presunzione di illecita accumulazione patrimoniale. Inoltre, il ricorso in Cassazione contro i sequestri è ammesso solo per violazione di legge e non per contestare la logica della motivazione, che in questo caso era solida e completa. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Sequestro preventivo per sproporzione: reddito contro acquisti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna contro il diniego di dissequestro dei suoi beni personali (un'auto, terreni e un libretto di risparmio). Il provvedimento era stato emesso nell'ambito di un'indagine per trasferimento fraudolento di valori a carico del coniuge. La ricorrente contestava l'uso degli indici ISTAT per calcolare la sproporzione tra i redditi familiari e il valore dei beni acquistati. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del sequestro preventivo per sproporzione, rilevando che i giudici di merito hanno motivato adeguatamente la decisione. La sproporzione non si basava solo sulle stime ISTAT, ma su indagini patrimoniali concrete che dimostravano l'assenza di entrate lecite sufficienti per gli acquisti effettuati nel triennio di riferimento.
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Sequestro preventivo: quando l’errore formale non salva il denaro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata per detenzione di stupefacenti contro il sequestro preventivo di oltre quattordicimila euro. In precedenza, un primo sequestro era stato annullato per un vizio formale, ovvero l'uso di uno strumento giuridico errato. Subito dopo, la Procura ha disposto un nuovo sequestro preventivo finalizzato alla confisca allargata, evidenziando la sproporzione tra la somma nascosta in casa e il reddito zero dell'indagata. La difesa lamentava la violazione del divieto di ripetere la misura (ne bis in idem cautelare). La Cassazione ha chiarito che tale divieto non opera se il primo annullamento è avvenuto per motivi puramente formali, senza una decisione sul merito dei fatti. Di conseguenza, l'indagata perde il denaro e viene condannata a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Reato di usura: la Cassazione nega gli sconti e confisca i beni
Tre imputati sono stati condannati in appello per il reato di usura ed estorsione ai danni di un imprenditore. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la credibilità della vittima, l'applicazione della recidiva, il diniego delle attenuanti generiche e la confisca del denaro trovato nelle loro abitazioni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno confermato la piena attendibilità della persona offesa e la legittimità della confisca allargata dei beni sproporzionati rispetto al reddito. Inoltre, la Corte ha ribadito che la recidiva reiterata impedisce il bilanciamento con le attenuanti generiche e che la destinazione familiare del denaro non esclude l'aggravante del reato di usura commesso ai danni di un imprenditore. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca per sproporzione: no al sequestro automatico di denaro
Il Tribunale applicava all'Imputato la pena concordata per detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, ordinando anche la confisca di oltre quattordicimila euro trovati nella sua abitazione. L'Imputato ricorreva in Cassazione contestando la leggibilità della sentenza scritta a mano e la legittimità del sequestro del denaro. La Suprema Corte ha rigettato la tesi della nullità per grafia, ma ha accolto il ricorso sul denaro. I giudici hanno chiarito che la confisca per sproporzione non è automatica: richiede la prova della sproporzione tra i redditi leciti e il denaro contante posseduto. Mancando tale verifica da parte del Tribunale, la Cassazione ha annullato la decisione limitatamente alla confisca, disponendo un nuovo giudizio.
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Confisca in casi particolari: quando le ricevute non bastano
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di due imputati condannati con patteggiamento per reati di droga. Il primo imputato contestava la pena e il mancato proscioglimento, ma il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile per violazione dei limiti di impugnazione del patteggiamento. Il secondo imputato contestava la confisca di circa quattromila euro, sostenendo che la somma provenisse da rimesse familiari. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che, in tema di stupefacenti, si applica la confisca in casi particolari se il condannato non giustifica la provenienza lecita del denaro e se vi è sproporzione con il reddito. Le sole ricevute di trasferimento, prive di causale e accumulate nel tempo, non bastano a superare la presunzione di illiceità.
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Reato di usura: redditi minimi e auto di lusso costano la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di gestire un'attività sistematica di prestiti illeciti a Roma. I giudici hanno ritenuto pienamente attendibili le testimonianze delle vittime, le quali si trovavano in un grave stato di bisogno economico, costrette ad accettare tassi di interesse fino al 90% annuo. Oltre alle condanne detentive, la Suprema Corte ha confermato la confisca allargata dei beni di lusso degli imputati, tra cui auto di grande valore, poiché sproporzionati rispetto ai redditi quasi inesistenti dichiarati al fisco. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, confermando che il reato di usura si consuma con il pagamento delle singole rate e che la sproporzione patrimoniale giustifica il sequestro dei beni accumulati illecitamente.
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Confisca allargata: no al sequestro senza prove sul reddito
Un uomo ha utilizzato indebitamente la carta di debito di un'altra persona per prelevare 2.000 euro da un bancomat. In sede di patteggiamento, il giudice ha applicato la pena concordata, ma ha anche disposto la confisca allargata di ulteriori 4.060 euro trovati in suo possesso, ritenendoli di provenienza ingiustificata. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la totale mancanza di motivazione sulla sproporzione tra il denaro sequestrato e il suo reddito reale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che anche nel patteggiamento il giudice deve motivare in modo rigoroso e concreto la confisca allargata se questa non rientra nell'accordo tra le parti. La sentenza è stata annullata limitatamente alla confisca, con rinvio per un nuovo giudizio.
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Spaccio lieve e confisca di denaro: annullato il sequestro
Il caso riguarda un uomo condannato in appello per spaccio di droga. Il reato originario è stato riqualificato nella fattispecie di lieve entità. Nonostante la riduzione della gravità del reato, i giudici di secondo grado avevano confermato la confisca di denaro sequestrato all'imputato, applicando le regole della confisca per sproporzione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso sul punto, stabilendo che la confisca di denaro non può essere disposta in modo automatico o per sproporzione se il reato è di lieve entità. In questi casi, è necessaria la prova di un nesso diretto tra la somma e lo specifico illecito. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio la confisca, ordinando la restituzione del denaro.
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Sequestro preventivo per equivalente: via i beni della moglie
Il Tribunale di Venezia ha confermato il sequestro preventivo per equivalente di beni mobili, conti correnti e quote societarie intestati a un indagato per traffico di stupefacenti, alla moglie e ai figli, per un valore di oltre 60.000 euro. La cifra corrisponde alla sproporzione tra le spese familiari e i redditi dichiarati. La moglie ha fatto ricorso sostenendo che i beni fossero suoi personali ed estranei al marito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene i beni fossero intestati alla moglie, essi erano nella co-disponibilità del marito, che ne fruiva abitualmente. Inoltre, nel sequestro preventivo per equivalente ex art. 240-bis c.p., possono essere bloccati anche beni di provenienza lecita se vi è una sproporzione ingiustificata rispetto al reddito.
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Confisca allargata: legittimo il sequestro di beni antecedenti
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della confisca allargata di un immobile formalmente intestato ai suoceri di un esponente della criminalità organizzata, ma ritenuto nella sua effettiva disponibilità. I familiari avevano richiesto la revoca del provvedimento, sostenendo che l'edificio fosse stato completato alla fine degli anni '70, prima che l'uomo iniziasse formalmente la sua attività mafiosa nei primi anni '80. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la confisca allargata è valida anche per beni acquistati in epoca precedente alla commissione dei reati-spia, purché vi sia una ragionevole vicinanza temporale con la stabile partecipazione del soggetto a contesti criminali organizzati. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente l'immobile e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Opposizione allo stato passivo: decide il GIP, non il Riesame
Un istituto di credito ha proposto opposizione allo stato passivo dopo essere stato escluso dalla verifica dei crediti nell'ambito di un sequestro preventivo penale ai danni di una società. Il Giudice per le indagini preliminari e il Tribunale del riesame si sono dichiarati entrambi incompetenti a decidere sul ricorso, sollevando un conflitto negativo di competenza. La Corte di Cassazione ha risolto la questione stabilendo che la competenza spetta al giudice che ha disposto la confisca dei beni, ossia il Giudice per le indagini preliminari, e non al Tribunale del riesame. Questo garantisce che a decidere sia il magistrato che conosce approfonditamente la vicenda patrimoniale.
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Confisca del denaro: restituiti i contanti estranei allo spaccio
L'Imputato è stato condannato per spaccio di lieve entità dopo essere stato sorpreso a vendere una dose di droga per venti euro. Durante la perquisizione, le forze dell'ordine hanno sequestrato anche ulteriori quattrocento euro. Il Tribunale ha disposto la confisca dell'intera somma. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la confisca del denaro è legittima solo per la somma direttamente collegata allo spaccio contestato (i venti euro). I restanti quattrocento euro non possono essere confiscati in mancanza di prove che li colleghino a quella specifica cessione, anche se sospettati di derivare da precedenti attività illecite. La Suprema Corte ha quindi annullato la confisca dei quattrocento euro, ordinandone la restituzione.
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Confisca di prevenzione: salvi i beni dei familiari prestanome
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una confisca di prevenzione disposta su beni intestati a familiari e a una società, ritenuti prestanome di un soggetto socialmente pericoloso. I giudici hanno chiarito che la società non ha la legittimazione ad agire per impugnare la misura, diritto che spetta solo ai soci persone fisiche. Inoltre, per i terzi intestatari non sussiste un pieno onere della prova sulla lecita provenienza dei beni, ma un semplice onere di allegazione di elementi plausibili. La Cassazione ha quindi accolto parzialmente i ricorsi dei familiari, annullando il decreto con rinvio alla Corte d'Appello di Milano per un nuovo esame, mentre ha dichiarato inammissibile il ricorso della società.
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Confisca allargata: senza reddito il denaro va allo Stato
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di somme di denaro (circa 12.400 euro e 536 dollari) nei confronti di un soggetto indagato per reati di droga. Il provvedimento è finalizzato alla confisca allargata, basandosi sulla netta sproporzione tra il denaro rinvenuto e l'assenza di redditi leciti del soggetto, privo di attività lavorativa. La difesa contestava l'inversione dell'onere della prova e la valutazione della sproporzione al momento del sequestro. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che, accertata la sproporzione patrimoniale, spetta all'indagato l'onere di allegare prove concrete sulla provenienza lecita delle somme. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Confisca per sproporzione: quando lo spaccio svuota le tasche
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di stupefacenti a carico di un cittadino trovato in possesso di cinque grammi di cocaina. Oltre alla pena detentiva, i giudici hanno confermato la confisca per sproporzione della somma di 7.200 euro rinvenuta nella sua disponibilità. L'imputato sosteneva che il denaro appartenesse al fratello e che non vi fosse prova del legame tra la somma e l'attività illecita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che la confisca per sproporzione prescinde dalla prova del singolo atto di spaccio, basandosi invece sul divario insanabile tra il denaro posseduto e i redditi dichiarati dal condannato. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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