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Art. 18 L. 300/1970

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182 provvedimenti

Licenziamento per comporto: legittimo anche senza l’elenco dei giorni
La Corte di Cassazione, con l'ordinanza n. 21887 del 21 luglio 2023, ha affrontato il tema del licenziamento per superamento del periodo di comporto. Il caso trae origine dall'impugnazione del licenziamento da parte di un lavoratore che lamentava la mancata indicazione specifica dei singoli giorni di assenza per malattia nella lettera di recesso. La Suprema Corte ha confermato il principio secondo cui il datore di lavoro non è obbligato a specificare i singoli giorni di assenza fin dal primo momento nella lettera di licenziamento, purché i dati complessivi consentano al lavoratore di comprendere il superamento del limite e di potersi difendere. L'indicazione dettagliata diventa obbligatoria solo qualora il lavoratore ne faccia esplicita richiesta ai sensi della normativa vigente.
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Licenziamento collettivo: sede singola ma confronto nazionale
Un'azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo limitando la scelta del personale da mandare a casa a una sola sede, senza giustificare adeguatamente tale restrizione nella comunicazione iniziale. Il Lavoratore ha impugnato il provvedimento. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento ordinando la reintegrazione nel posto di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la platea dei lavoratori da comparare deve riguardare l'intero complesso aziendale, a meno che non vi siano specifiche e motivate esigenze tecnico-produttive indicate sin da subito. La violazione di questa regola comporta l'applicazione della tutela reintegratoria.
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Licenziamento per giusta causa: firma falsa e addio al posto
Un dipendente ha impugnato il licenziamento per giusta causa intimato dall'azienda dopo che l'uomo aveva falsificato la firma del direttore su una richiesta di locazione di un alloggio aziendale. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità del provvedimento, ritenendo provata la condotta fraudolenta. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo tra l'altro l'inefficacia del falso (cosiddetto "falso innocuo"). La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la creazione di un documento falso con l'intento di ingannare il datore di lavoro lede irrimediabilmente il vincolo fiduciario. Di conseguenza, anche se il tentativo di frode non va a buon fine o risulta inidoneo allo scopo, la gravità del comportamento giustifica pienamente il licenziamento in tronco. Il lavoratore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Licenziamento per furto di scarso valore: risarcimento sì, reintegra no
Un magazziniere viene licenziato per aver sottratto beni aziendali di valore esiguo, nello specifico un formaggio e un pezzo di prosciutto. Il Tribunale e la Corte d'Appello ritengono il licenziamento sproporzionato, ma escludono la reintegrazione nel posto di lavoro, concedendo solo un indennizzo economico. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, rigettando i ricorsi di entrambe le parti. I giudici chiariscono che il licenziamento per furto di beni di scarso valore, sebbene sproporzionato rispetto alla condotta, non dà diritto alla reintegrazione se il contratto collettivo non prevede espressamente una sanzione conservativa per quel fatto. Al lavoratore spetta quindi unicamente la tutela indennitaria, poiché la sproporzione rientra tra le altre ipotesi di illegittimità prive di reintegra.
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Licenziamento per giusta causa: scontro tra disastro e accordo
Una lavoratrice del settore ferroviario è stata licenziata a seguito di un grave incidente ferroviario. La Corte d'Appello aveva ritenuto legittimo il provvedimento, confermando la gravità della condotta. La lavoratrice ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando tra l'altro che i giudici di secondo grado non avessero esaminato una clausola di un accordo sindacale che escludeva sanzioni disciplinari per chi non avesse causato sinistri nei precedenti 60 mesi. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'omessa pronuncia su tale eccezione costituisce un vizio grave. Di conseguenza, ha annullato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d'Appello per valutare l'applicabilità dell'accordo sindacale. Il caso si concentra sulla legittimità del licenziamento per giusta causa in presenza di tutele contrattuali specifiche.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia che salva la lavoratrice
Una Lavoratrice, assistente di volo, impugna il proprio licenziamento intimato all'esito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara illegittimo il provvedimento, ordinando la reintegrazione e il risarcimento del danno. Le Società datori di lavoro propongono ricorso in Cassazione, ma successivamente notificano la formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione dichiara l'estinzione del processo per rinuncia, confermando implicitamente la decisione d'appello favorevole alla Lavoratrice. Le Società ricorrenti vengono condannate al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore della Lavoratrice, in quanto la rinuncia non richiede l'accettazione della controparte per produrre l'estinzione, ma comporta l'obbligo di rifondere i costi legali causati dall'impugnazione.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’azienda si arrende e paga
Un assistente di volo ottiene in appello la dichiarazione di illegittimità del proprio licenziamento e la reintegrazione nel posto di lavoro. Le società datrici di lavoro propongono ricorso in Cassazione per contestare la decisione. Successivamente, prima dell'udienza, le medesime società notificano la formale rinuncia al ricorso per cassazione. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo per rinuncia. Nonostante la mancata accettazione della rinuncia da parte del lavoratore, la Corte condanna le società rinuncianti al pagamento delle spese di giudizio in favore del difensore del lavoratore, confermando che la rinuncia determina il passaggio in giudicato della sentenza di appello. Il lavoratore vince definitivamente, mantenendo il diritto alla reintegrazione e al risarcimento.
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Aliunde perceptum: il risarcimento pieno batte i tagli dell’azienda
Una lavoratrice impugna il licenziamento collettivo intimato dall'Azienda. La Corte d'appello dichiara illegittimo il recesso, ordina la reintegrazione e condanna l'Azienda al risarcimento del danno con il limite di dodici mensilità, detraendo direttamente l'aliunde perceptum di circa cinquemila euro da tale tetto massimo. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso incidentale della lavoratrice, chiarisce le modalità di calcolo del risarcimento. Il principio stabilito prevede che l'aliunde perceptum debba essere sottratto dal danno totale effettivamente subito (le retribuzioni perse dall'estromissione alla reintegra) e non dal tetto massimo delle dodici mensilità. Poiché il danno effettivo, anche dopo la detrazione, superava ampiamente il limite legale, la lavoratrice ha diritto all'intera indennità risarcitoria di dodici mensilità, senza alcuna decurtazione.
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Licenziamento per giusta causa: stop all’abuso dei permessi 104
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del provvedimento espulsivo nei confronti di un dipendente che utilizzava i permessi previsti dalla Legge 104 per scopi puramente personali anziché per assistere il familiare disabile. L'Azienda ha dimostrato l'abuso tramite un'agenzia di investigazioni private. I giudici hanno stabilito che tale comportamento lede in modo irreparabile il vincolo fiduciario, configurando pienamente un licenziamento per giusta causa. Il ricorso del dipendente è stato rigettato, confermando la perdita del posto di lavoro.
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Licenziamento collettivo: l’azienda rinuncia ma paga le spese
Una compagnia aerea ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di una assistente di volo, disponendone la reintegrazione. Successivamente, l'azienda ha presentato formale rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'estinzione del giudizio, confermando la definitività della decisione precedente a favore della lavoratrice. Nonostante la rinuncia, la Suprema Corte ha condannato la società al pagamento delle spese processuali in favore della dipendente, stabilendo che la rinuncia non cancella l'obbligo di rimborsare i costi legali sostenuti dalla controparte per difendersi.
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Licenziamento per giusta causa: furto lieve ma addio al posto
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato a un dipendente postale sorpreso a sottrarre e distruggere corrispondenza e portafogli dalle cassette delle lettere. Il lavoratore si era difeso sostenendo il valore esiguo dei beni sottratti e invocando una sanzione conservativa più lieve prevista dal contratto collettivo. I giudici hanno invece stabilito che la reiterazione dei furti, la violazione delle procedure interne e la natura del servizio pubblico svolto dall'azienda rompono definitivamente il vincolo fiduciario. Il valore economico dei beni sottratti passa in secondo piano di fronte alla gravità del comportamento e alla violazione dei doveri fondamentali di diligenza e fedeltà. Il ricorso del lavoratore è stato rigettato con condanna alle spese.
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Licenziamento per giusta causa: errore grave ma il posto è salvo
L'Azienda ha intimato un licenziamento per giusta causa a un dipendente, sorpreso a utilizzare un mezzo aziendale per svolgere un servizio di smaltimento rifiuti non autorizzato presso un privato durante l'orario di lavoro. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il provvedimento, ritenendo la condotta non abbastanza grave da rompere il rapporto di fiducia, data l'episodicità del fatto e la lunga durata del rapporto di lavoro, condannando l'Azienda a pagare un'indennità risarcitoria. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del Lavoratore e dichiarando inammissibile quello dell'Azienda. Entrambe le parti perdono la causa e la sanzione espulsiva resta annullata con diritto al risarcimento.
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Reintegrazione e stipendio ridotto: sì alle differenze retributive
Un lavoratore, dopo l'annullamento del suo licenziamento illegittimo, veniva reintegrato dall'azienda. Tuttavia, l'azienda pretendeva di corrispondergli uno stipendio inferiore rispetto a quello precedentemente percepito e accertato in giudizio. Il lavoratore ha quindi agito in giudizio per ottenere le differenze retributive. La Corte d'Appello ha accolto la domanda del dipendente, riconoscendo la continuità del rapporto di lavoro e il diritto a mantenere la retribuzione originaria. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che la reintegrazione ripristina il rapporto originario e che sarebbe contraddittorio calcolare il risarcimento del danno su una retribuzione globale di fatto più alta per poi applicare uno stipendio inferiore alla ripresa del servizio. Di conseguenza, il lavoratore ha vinto la causa, ottenendo il pagamento di tutte le somme spettanti.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: scontro socio-cooperativa
Il Socio Lavoratore ha chiesto alla Cooperativa il pagamento di differenze retributive. La Corte d'Appello ha riconosciuto solo una parte della somma, ritenendo che la prescrizione dei crediti di lavoro decorresse durante il rapporto di lavoro, data la presenza della tutela della stabilita reale. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'analisi dello statuto della cooperativa e il momento di interruzione della prescrizione. La Suprema Corte, rilevando l'importanza nomofilattica della questione sulla decorrenza del termine di prescrizione per i soci lavoratori, ha rinviato la causa alla pubblica udienza per una decisione approfondita.
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Licenziamento collettivo: la rinuncia dell’azienda salva il posto
Una lavoratrice del settore aereo impugna il proprio licenziamento, intimato all'esito di una procedura di licenziamento collettivo. La Corte d'Appello dichiara l'illegittimità del provvedimento, rilevando l'esistenza di un unico centro di imputazione tra la società datrice di lavoro e un'altra azienda del gruppo. Di conseguenza, la platea dei lavoratori da considerare per gli esuberi doveva comprendere i dipendenti di entrambe le società. La Corte d'Appello ordina quindi la reintegrazione e il risarcimento del danno. Le società ricorrono in Cassazione ma successivamente notificano la rinuncia al ricorso. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo e condanna le aziende al pagamento delle spese legali. La sentenza d'appello passa così in giudicato, confermando la reintegrazione della lavoratrice.
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Responsabilità solidale negli appalti: no ai risarcimenti
Un lavoratore, escluso illegittimamente dalla propria cooperativa appaltatrice, ha richiesto il pagamento delle retribuzioni maturate durante il periodo di estromissione direttamente all'impresa committente. Il lavoratore ha invocato la responsabilità solidale negli appalti ai sensi dell'articolo 29 del decreto legislativo 276 del 2003. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore. I giudici hanno chiarito che la responsabilità solidale negli appalti copre esclusivamente i trattamenti retributivi legati all'effettivo svolgimento dell'attività lavorativa. Poiché il lavoratore non ha prestato servizio durante il periodo di estromissione, le somme dovute dalla cooperativa hanno natura risarcitoria e non retributiva. Di conseguenza, l'impresa committente non è tenuta a risponderne in solido. Il lavoratore perde la causa e deve restituire le somme eventualmente già percepite.
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Licenziamento del socio lavoratore: reintegra senza notifica
Un socio lavoratore di una cooperativa, dopo aver ottenuto la conversione del proprio contratto a progetto in un rapporto subordinato a tempo pieno, viene licenziato per giusta causa e giustificato motivo oggettivo. L'Azienda contesta il rifiuto di firmare un contratto intermittente e sostiene di aver deliberato l'esclusione del socio. La Corte d'Appello annulla il licenziamento, ordinando la reintegrazione. La Cassazione conferma la decisione: la delibera di esclusione non è mai stata validamente comunicata al dipendente, rendendola giuridicamente inesistente. Di conseguenza, non vi è alcuna preclusione alla tutela reintegratoria. L'Azienda non ha inoltre provato l'impossibilità di ricollocare il dipendente a tempo pieno. Il ricorso dell'Azienda viene rigettato, confermando la vittoria del lavoratore.
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Licenziamento collettivo: rito errato ma il lavoratore vince
Un'azienda ha intimato un licenziamento collettivo a un dipendente a seguito di una procedura di mobilità limitata a un singolo stabilimento. Il lavoratore ha impugnato il provvedimento con rito ordinario invece del rito Fornero. La Corte d'Appello ha dichiarato illegittimo il licenziamento per carenza di informazioni nella comunicazione di avvio della procedura e ha ordinato la reintegrazione del dipendente, anche in altre sedi aziendali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando che l'errore sul rito processuale non comporta la decadenza dell'azione se non causa un reale pregiudizio alla difesa. Inoltre, ha ribadito l'obbligo di reintegrazione generica in azienda in caso di chiusura della sede originaria e ha respinto la richiesta di riduzione del risarcimento per aliunde perceptum poiché priva di prove specifiche. Vince il lavoratore.
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Specificità dei motivi di appello: la sconfitta della confusione
Un'azienda ha impugnato il provvedimento con cui il Tribunale dichiarava il licenziamento illegittimo di un dipendente, ordinandone la reintegra. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile il reclamo per via di una sovrabbondanza espositiva che rendeva l'atto poco chiaro. L'azienda si è quindi rivolta alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione delle regole sulla specificità dei motivi di appello. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando l'inammissibilità. I giudici hanno chiarito che l'atto di impugnazione deve contenere una chiara e specifica contestazione dei punti della sentenza di primo grado. La mancanza di autosufficienza del ricorso, che si limitava a generici rinvii senza riportare i passaggi essenziali, ha decretato la sconfitta definitiva dell'azienda, condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: stop ai trucchi
Un'azienda ha avviato una procedura di mobilità per le guardie giurate, ma ha poi inserito nella graduatoria dei licenziandi un addetto alla reception, qualifica esclusa dal confronto sindacale preliminare. La Corte d'Appello ha dichiarato l'illegittimità del recesso, qualificandolo come un illegittimo licenziamento per giustificato motivo oggettivo basato su un fatto manifestamente insussistente, ordinando la reintegrazione del dipendente. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno chiarito che non si può estendere il licenziamento a profili professionali diversi senza un preventivo accordo con i sindacati, applicando la massima tutela per il lavoratore.
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