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Art. 18 L. 300/1970

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182 provvedimenti

Licenziamento per giusta causa: rifiuto al cliente non è sempre grave
L'Azienda ha licenziato un Lavoratore per giusta causa dopo che questi si è rifiutato, con modi scortesi, di aiutare un Cliente a prendere una cesta d'acqua da uno scaffale alto. I giudici di merito hanno annullato il licenziamento, ordinando la reintegrazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha stabilito che la condotta del Lavoratore, sebbene provata, non aveva la gravità necessaria per un licenziamento per giusta causa. La condotta rientrava piuttosto in una negligenza minore, punibile con una sanzione conservativa (come una multa) secondo il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) di settore. Il giudice può interpretare le clausole generali del CCNL per determinare la sanzione appropriata.
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Licenziamento Collettivo: La Cassazione Conferma Reintegrazione per Criteri di Scelta Violati
Un Lavoratore è stato licenziato nell'ambito di un **licenziamento collettivo** da una Compagnia Aerea. La Corte d'Appello ha dichiarato il licenziamento illegittimo, ordinando la reintegrazione del Lavoratore e il pagamento di un'indennità. La Corte ha ritenuto che la Compagnia Aerea avesse violato i **criteri di scelta** previsti dalla legge, non avendo effettuato una comparazione oggettiva tra i lavoratori. La Compagnia Aerea ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la decisione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la necessità di una comparazione ampia e oggettiva dei lavoratori e l'onere del datore di lavoro di provare la corretta applicazione dei criteri.
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Impugnazione Licenziamento: Reclamo Tardivo o Errato? La Cassazione Chiarisce
Un Lavoratore ha impugnato un licenziamento verbale. Il Tribunale ha rigettato la sua richiesta. Il Lavoratore ha presentato un reclamo alla Corte d'Appello, ma questa lo ha dichiarato inammissibile. La Corte d'Appello ha motivato l'inammissibilità per tardività del reclamo e per l'omissione della fase di opposizione, obbligatoria nel rito Fornero per l'impugnazione licenziamento. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione. Ha ribadito che l'unico rimedio contro l'ordinanza conclusiva della fase sommaria è l'opposizione, non il reclamo. Il ricorso del Lavoratore è stato respinto, con condanna alle spese.
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Licenziamento collettivo e criteri di scelta: ok alla reintegra
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo e criteri di scelta errati applicati da un'azienda in crisi. Il datore di lavoro aveva inquadrato erroneamente un dipendente basandosi sulle qualifiche formali anziché sulle mansioni effettivamente svolte ed omettendo le sue abilitazioni tecniche. Inoltre, la comunicazione finale difettava di trasparenza sulle modalità di selezione. I giudici hanno confermato l'annullamento del recesso, la reintegrazione del lavoratore e il risarcimento di dodici mensilità. La Suprema Corte ha altresì stabilito che il trasferimento d'azienda comporta il passaggio del rapporto di lavoro alla società subentrante, rendendo inopponibili al dipendente gli accordi sindacali che ne prevedevano l'esclusione. Le società datrici sono state condannate al pagamento delle spese di giudizio.
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Licenziamento collettivo: illegittimo escludere il dipendente
Un'azienda sanitaria ha licenziato una dipendente amministrativa tramite una procedura di licenziamento collettivo. La società ha escluso la lavoratrice dal confronto con gli altri colleghi, sostenendo che le sue mansioni fossero uniche e insostituibili. I giudici di merito hanno invece accertato la piena intercambiabilità delle sue mansioni con quelle degli altri impiegati della struttura e di altre sedi del gruppo. L'esclusione ingiustificata ha violato i criteri legali di selezione del personale. La Corte di Cassazione ha confermato l'annullamento del recesso, ordinando la reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro e il pagamento di un risarcimento pari a dodici mensilità.
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Licenziamento per giusta causa valido anche dopo l’assoluzione
L'Azienda ha intimato il licenziamento per giusta causa a un dipendente coinvolto in un'operazione immobiliare opaca per conto di un soggetto pregiudicato. Il Lavoratore ha impugnato il recesso evidenziando l'esito favorevole del processo penale, nel quale i giudici avevano escluso l'aggravante mafiosa e il reato di riciclaggio. La Corte d'Appello ha confermato la validità del recesso perché l'aiuto prestato a un pregiudicato lede irrimediabilmente la fiducia aziendale, a prescindere dai risvolti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del dipendente. I giudici di legittimità hanno ribadito che la condotta extra-lavorativa disonesta giustifica la rottura definitiva del vincolo fiduciario e la perdita del posto.
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Licenziamento collettivo: quadro reintegrato dopo la cessione
Una società aerea cedente ha intimato il recesso a un quadro direttivo durante un licenziamento collettivo, qualificando il suo ruolo come unico esubero senza compararlo con gli altri dipendenti di pari livello. Contestualmente, la società cessionaria ha acquisito il ramo d'azienda escludendo il lavoratore dall'elenco del personale trasferito. Il dipendente ha impugnato il licenziamento contestando la violazione dei criteri di selezione e la mancata valutazione delle sue mansioni pregresse. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento collettivo per omessa comparazione tra lavoratori con mansioni fungibili. I giudici hanno inoltre stabilito che gli accordi sindacali in deroga non possono cancellare il passaggio automatico del rapporto di lavoro alla nuova società acquirente. La sentenza ha ordinato la reintegrazione del lavoratore alle dipendenze della cessionaria e il risarcimento del danno con dodici mensilità.
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Licenziamento collettivo: illegittimo se esclude la consociata
Una compagnia aerea ha impugnato la sentenza che dichiarava illegittimo il licenziamento collettivo di un assistente di volo. I giudici di merito avevano accertato che la società e una consociata formavano un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro, estendendo la platea dei lavoratori da comparare a entrambe le aziende. La Cassazione ha confermato che, in presenza di una struttura aziendale unitaria, il licenziamento collettivo deve considerare la totalità del personale interessato e non solo quello della società formale datrice di lavoro. Inoltre, la Corte ha ribadito che spetta al datore di lavoro l'onere di provare i guadagni percepiti altrove dal lavoratore per ridurne il risarcimento. Il ricorso dell'azienda è stato integralmente respinto.
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Licenziamento collettivo: criteri violati e reintegra del lavoratore
La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità del licenziamento intimato a un dipendente nell'ambito di una complessa procedura di crisi aziendale e cessione di ramo d'azienda. L'azienda cedente ha violato i criteri di scelta prefissati per il licenziamento collettivo, preferendo un'altra risorsa senza giustificate ragioni tecniche o professionali. I giudici hanno stabilito il diritto del lavoratore alla reintegrazione presso la società subentrante, cessionaria dell'attività. Hanno inoltre confermato il risarcimento del danno a carico della società cedente fino a dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, oltre ai contributi previdenziali, e accertato la responsabilità solidale della nuova società subentrante, benché soggetta ad amministrazione straordinaria.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: estinto il ricorso
La controversia nasce dall'impugnazione di un licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato da una società cooperativa al proprio dipendente. La Corte di Appello ha annullato il recesso e ha ordinato la reintegrazione del dipendente, rilevando che l'azienda non aveva motivato le ragioni della soppressione della specifica posizione lavorativa. La società ha proposto ricorso in Cassazione e il lavoratore ha resistito con controricorso. Nelle more del giudizio di legittimità, le parti hanno raggiunto una conciliazione in sede sindacale e hanno depositato formale atto di rinuncia al ricorso. La Suprema Corte ha preso atto della volontà concorde dei contendenti, ha dichiarato estinto il processo per intervenuta rinuncia e ha disposto l'integrale compensazione delle spese legali, chiudendo definitivamente la lite.
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Licenziamento collettivo: l’illegittimità dei criteri e i crediti
Un lavoratore viene licenziato nell'ambito di un licenziamento collettivo avviato dall'azienda cedente. L'impresa individua il dipendente come esubero sostenendo l'infungibilità delle sue mansioni, senza però confrontare la sua posizione con quella dei colleghi. Il lavoratore dimostra di aver svolto in passato compiti equivalenti in altri settori. La Corte di Cassazione conferma l'illegittimità del recesso per errata applicazione dei criteri di scelta e dispone la reintegrazione nel posto di lavoro. Tuttavia, la Suprema Corte precisa che le pretese risarcitorie rivolte verso la società cessionaria in amministrazione straordinaria non possono essere decise dal giudice del lavoro. Tali richieste economiche sono improcedibili in sede ordinaria e devono essere azionate esclusivamente davanti al giudice fallimentare tramite l'insinuazione al passivo.
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Prescrizione dei crediti di lavoro: il timore blocca i termini
Alcuni dipendenti hanno richiesto alla società datrice di lavoro il pagamento del compenso per la festività del 4 novembre relativo agli anni dal 2007 al 2012. L'azienda sosteneva la validità di un vecchio accordo integrativo che prevedeva la rinuncia a tale indennità e opponeva la prescrizione dei crediti retributivi maturati durante il rapporto di lavoro. La Suprema Corte ha respinto il ricorso datoriale confermando che l'accordo integrativo aveva perso la sua ragione d'essere a seguito dell'adeguamento dei contratti nazionali. Inoltre, i giudici hanno ribadito il fondamentale principio sulla prescrizione dei crediti di lavoro: a seguito delle modifiche dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori introdotte dalla Legge Fornero, il rapporto a tempo indeterminato non gode più di una stabilità tale da escludere il timore del licenziamento. Di conseguenza, i diritti retributivi non prescritti al luglio 2012 decorrono solo dalla fine del rapporto lavorativo.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: repêchage nullo
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente dopo la perdita di un appalto di ristorazione. La Corte di Appello ha dichiarato illegittimo il recesso per mancata dimostrazione dell'impossibilità di ricollocare il dipendente (violazione dell'obbligo di repechage), concedendo però solo un risarcimento economico. La Corte di Cassazione ha rigettato le difese dell'azienda e accolto il ricorso del dipendente sulla tutela applicabile. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 125 del 2022, che ha cancellato il requisito della manifesta insussistenza del fatto, l'assenza di giustificato motivo per mancato repechage apre alla reintegrazione nel posto di lavoro. La Suprema Corte ha rimesso la decisione ai giudici di merito per l'applicazione della nuova disciplina.
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Licenziamento collettivo e criteri di scelta viziati: la tutela
La Corte di Cassazione ha esaminato la legittimità di un licenziamento collettivo e criteri di scelta applicati in modo generico da un'azienda in crisi. La Lavoratrice aveva impugnato il recesso poiché la società l'aveva inserita tra gli esuberi senza confrontare la sua professionalità con quella dei colleghi né valutare le sue precedenti esperienze. I giudici hanno confermato che la mancata specificazione delle modalità applicative dei criteri rende il licenziamento illegittimo, dando diritto alla reintegrazione e al risarcimento. Inoltre, la Corte ha chiarito che le pretese economiche verso una società in amministrazione straordinaria devono essere azionate davanti al giudice fallimentare, dichiarando improcedibile la domanda risarcitoria diretta in sede del lavoro. La Lavoratrice ottiene la conferma dell'illegittimità del licenziamento.
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Reintegra e indennità sostitutiva del preavviso: trattenuta valida
Un Lavoratore, licenziato dall'Azienda, incassa l'indennità sostitutiva del preavviso. Successivamente, il giudice dichiara illecito il licenziamento, ordina la reintegra nel posto di lavoro e stabilisce un risarcimento. L'Azienda eroga il risarcimento sottraendo però l'indennità sostitutiva del preavviso già versata. Il Lavoratore avvia un'esecuzione forzata per la differenza. La Corte di Cassazione accoglie le ragioni dell'Azienda: la reintegra annulla il presupposto del licenziamento, facendo nascere solo dopo il credito restitutorio per l'indennità sostitutiva del preavviso. Trattandosi di un fatto sopravvenuto, il Datore di Lavoro può legittimamente operare la compensazione in sede di opposizione all'esecuzione.
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Licenziamento per giusta causa e sospensione: stipendi salvi
Un Ente datoriale intimava un licenziamento per giusta causa a una dipendente. In seguito a un primo ordine giudiziale di reintegra, l'azienda riattivava il contratto ma sospendeva la lavoratrice. Il giudice dichiarava illegittima tale sospensione con decisione definitiva. Successivamente, un altro giudizio confermava la piena legittimità del recesso iniziale. L'Ente pretendeva la cancellazione retroattiva di tutte le spettanze retributive maturate durante la sospensione. La Corte di Cassazione ha stabilito che la successiva validità del licenziamento cancella i risarcimenti diretti, ma non azzera i debiti retributivi nati dalla gestione del rapporto temporaneamente ripristinato. La sentenza d'appello è stata comunque cassata con rinvio a causa di contraddizioni ed errori materiali nel calcolo degli importi.
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Detrazione aliunde perceptum: risarcimento salvo per il lavoratore
Un'azienda licenziava un dipendente, ma il giudice dichiarava nullo il recesso ordinando reintegra e risarcimento. Il dipendente aveva già percepito somme provvisorie e poi aveva trovato un nuovo impiego. L'azienda chiedeva la totale restituzione delle somme tramite decreto ingiuntivo, sostenendo che i redditi successivi azzerassero l'indennità dovuta. La Suprema Corte ha chiarito le regole sulla detrazione aliunde perceptum: i compensi da nuovo lavoro si sottraggono dal danno complessivo dell'intero periodo di estromissione e non direttamente dal tetto massimo risarcitorio fissato in sentenza. Il lavoratore deve restituire soltanto la differenza economica effettiva.
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Assorbimento del superminimo: stop ai tagli per uso aziendale
Una società ha applicato per anni l'assorbimento del superminimo sui propri dipendenti in coincidenza dei rinnovi contrattuali. Sebbene i contratti individuali ne prevedessero l'assorbibilità, la ditta non aveva mai ridotto l'emolumento dal 1996 al 2013. Nel 2018 l'azienda ha ripristinato i tagli applicandoli anche all'Elemento Retributivo Separato. I dipendenti hanno impugnato la trattenuta invocando un uso aziendale di miglior favore. La Corte di Cassazione ha confermato l'illegittimità della condotta datoriale: la prassi costante crea un vincolo che impedisce l'assorbimento del superminimo. Il recesso dall'uso aziendale richiede una comunicazione chiara a tutti i lavoratori e non un semplice inadempimento. Inoltre, i crediti retributivi non si prescrivono in costanza di rapporto di lavoro. L'azienda ha perso il ricorso e deve restituire le somme e saldare le spese di giudizio.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: errore sanzione
Un'azienda ha intimato il licenziamento per giustificato motivo oggettivo a una dipendente adducendo una riorganizzazione aziendale. La Corte d'Appello ha dichiarato il recesso illegittimo poiché i costi del personale erano già stati ridotti in precedenza con altre uscite, ma ha espressamente escluso la natura ritorsiva del provvedimento. Ciononostante, i giudici di merito hanno applicato la tutela reintegratoria piena, prevista per i casi di nullità. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto le contestazioni datoriali, stabilendo che, in assenza di un motivo ritorsivo o nullo, non è possibile applicare la tutela reintegratoria piena dell'articolo 18. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per determinare il corretto regime sanzionatorio applicabile al licenziamento per giustificato motivo oggettivo privo di giustificazione.
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Licenziamento disciplinare: quando il contratto salva il posto
L'Azienda ha irrogato un licenziamento disciplinare a una lavoratrice per l'abbandono del posto di lavoro durante il turno. I giudici di merito hanno accertato che l'assenza si era verificata solo per un breve lasso temporale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice basandosi su una sentenza della Corte Costituzionale. La Suprema Corte ha stabilito che, se il contratto collettivo applicato prevede per quella specifica infrazione una sanzione conservativa, il licenziamento disciplinare è illegittimo. In questo caso il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e non solo a un indennizzo economico. La decisione è stata quindi annullata con rinvio alla Corte d'Appello per verificare il contenuto del contratto collettivo.
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