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Licenziamento del socio lavoratore: reintegra senza notifica

Un socio lavoratore di una cooperativa, dopo aver ottenuto la conversione del proprio contratto a progetto in un rapporto subordinato a tempo pieno, viene licenziato per giusta causa e giustificato motivo oggettivo. L’Azienda contesta il rifiuto di firmare un contratto intermittente e sostiene di aver deliberato l’esclusione del socio. La Corte d’Appello annulla il licenziamento, ordinando la reintegrazione. La Cassazione conferma la decisione: la delibera di esclusione non è mai stata validamente comunicata al dipendente, rendendola giuridicamente inesistente. Di conseguenza, non vi è alcuna preclusione alla tutela reintegratoria. L’Azienda non ha inoltre provato l’impossibilità di ricollocare il dipendente a tempo pieno. Il ricorso dell’Azienda viene rigettato, confermando la vittoria del lavoratore.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. L Num. 35678 Anno 2022
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Pubblicato il 12 luglio 2026 in Diritto del Lavoro, Giurisprudenza Civile

Il licenziamento del socio lavoratore e la mancata comunicazione

Il rapporto tra una cooperativa e i suoi membri presenta spesso profili di notevole complessità giuridica. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso emblematico riguardante il licenziamento del socio lavoratore, stabilendo un principio fondamentale a tutela del dipendente. Se la cooperativa decide di escludere il socio ma omette di comunicargli formalmente la delibera, tale provvedimento non produce alcun effetto giuridico. Di conseguenza, il lavoratore mantiene intatto il diritto a ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di recesso illegittimo.

La vicenda: dal contratto a progetto al licenziamento del socio lavoratore

La controversia nasce dal ricorso di un dipendente che lavorava per una società cooperativa con contratti di collaborazione a progetto. Il Tribunale ha dichiarato l’illegittimità di questi contratti, accertando l’esistenza di un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato e a tempo pieno.

Successivamente a questa pronuncia, l’Azienda ha proposto al dipendente la firma di un contratto di lavoro intermittente (un contratto che prevede prestazioni di lavoro a chiamata). Il lavoratore ha rifiutato questa proposta, pretendendo il rispetto della sentenza che gli garantiva un impiego a tempo pieno.

A fronte di questo rifiuto, l’Azienda ha intimato il licenziamento del socio lavoratore per giusta causa (contestando l’assenza ingiustificata e la mancata partecipazione ai corsi di sicurezza) e, contemporaneamente, per giustificato motivo oggettivo (sostenendo l’assenza di posizioni lavorative a tempo pieno). L’Azienda ha inoltre deliberato l’esclusione del socio dalla cooperativa, senza però notificare formalmente questo atto al diretto interessato.

Il nodo giuridico della delibera di esclusione

Nei rapporti di lavoro cooperativo, la perdita della qualità di socio comporta normalmente l’estinzione del rapporto di lavoro. L’Azienda sosteneva che il lavoratore non potesse richiedere la reintegrazione nel posto di lavoro poiché non aveva impugnato la delibera di esclusione nei termini di legge.

Tuttavia, la Corte d’Appello ha rilevato che l’Azienda non ha mai notificato la delibera di esclusione al lavoratore. La semplice produzione del documento durante la causa non può sostituire la formale comunicazione. Senza una notifica tempestiva e specifica, il lavoratore non è posto nella condizione di difendersi e di impugnare l’atto. Pertanto, la delibera di esclusione deve considerarsi giuridicamente inesistente.

Le motivazioni della decisione sul licenziamento del socio lavoratore

I giudici di legittimità hanno confermato la decisione d’appello basandosi su solide motivazioni giuridiche. In primo luogo, l’Azienda non ha fornito la prova dell’impossibilità di ricollocare il dipendente all’interno dell’organizzazione aziendale. L’onere della prova (l’obbligo di dimostrare i fatti in giudizio) spetta interamente al datore di lavoro, il quale deve dimostrare l’inesistenza di altre posizioni compatibili.

In secondo luogo, il rifiuto del dipendente di firmare un contratto intermittente non costituisce un’infrazione disciplinare. Il lavoratore aveva il pieno diritto di pretendere l’esecuzione della precedente sentenza che stabiliva un rapporto a tempo pieno. Di conseguenza, l’addebito di assenza ingiustificata risulta del tutto privo di fondamento.

Infine, la mancata comunicazione della delibera di esclusione impedisce la decorrenza dei termini per l’impugnazione. La delibera non comunicata non produce effetti estintivi sul rapporto associativo. Questo scenario consente l’applicazione della tutela reintegratoria piena, poiché il legame sociale tra il socio e la cooperativa non è mai venuto meno.

Le conclusioni sul caso del socio lavoratore

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dall’Azienda, confermando la piena vittoria del dipendente. La sentenza stabilisce che la mancata comunicazione formale della delibera di esclusione rende l’atto privo di effetti giuridici. Il lavoratore ha quindi diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro e al risarcimento del danno subito, quantificato in dodici mensilità di retribuzione. L’Azienda deve inoltre farsi carico di tutte le spese legali del giudizio di legittimità. Questa decisione rafforza i diritti dei lavoratori delle cooperative, impedendo ai datori di lavoro di utilizzare l’esclusione societaria come scudo per evitare le conseguenze di un licenziamento illegittimo.

Cosa succede se la cooperativa non notifica la delibera di esclusione al socio lavoratore?
La delibera di esclusione non comunicata formalmente si considera giuridicamente inesistente e non impedisce al lavoratore di ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro.

Il rifiuto di firmare un contratto a chiamata dopo una sentenza di conversione a tempo pieno è sanzionabile?
No, il lavoratore ha il diritto di pretendere l’esecuzione della sentenza che dispone il tempo pieno e il suo rifiuto non costituisce un’infrazione disciplinare.

Chi deve dimostrare l’impossibilità di ricollocare il lavoratore in azienda?
L’onere della prova spetta interamente al datore di lavoro, che deve dimostrare l’inesistenza di altre posizioni compatibili nell’intera organizzazione aziendale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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