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Art. 1418 Codice Civile — Sezione Lavoro Civile

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284 provvedimenti

Altri anni per Art. 1418 Codice Civile

Somministrazione di lavoro: 180 contratti nulli ma c’è abuso
Il caso riguarda un lavoratore che ha svolto attività per un'azienda tramite circa 180 contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato in cinque anni. Il lavoratore ha chiesto la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato, contestando la nullità dei contratti per mancanza di forma scritta e l'abuso dello strumento. La Cassazione ha chiarito che il termine di decadenza per impugnare i contratti si applica anche in caso di mancanza di forma scritta. Tuttavia, la Corte ha stabilito un principio fondamentale: anche se il lavoratore è decaduto dall'impugnazione dei singoli contratti passati, il giudice deve comunque valutare l'intera sequenza dei rapporti. Se la reiterazione dei contratti supera un limite temporale ragionevole, si configura un abuso e una frode alla legge, con conseguente nullità. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Indennità di rischio: stop a tagli unilaterali e bonus automatici
Un Medico convenzionato ha richiesto il pagamento di differenze retributive basate su un accordo regionale che prevedeva un'indennità di rischio generalizzata. L'Azienda Sanitaria si è opposta, riducendo anche unilateralmente altri compensi per esigenze di bilancio. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha stabilito che l'indennità di rischio prevista a livello regionale in modo automatico e generalizzato è nulla, poiché contrasta con l'accordo nazionale che richiede specifiche condizioni di disagio. Al contempo, la Corte ha chiarito che l'Azienda Sanitaria non può ridurre unilateralmente i compensi concordati, nemmeno per far fronte a un piano di rientro dal deficit sanitario, dovendo sempre rispettare le procedure di negoziazione collettiva.
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Mansioni superiori: promozione automatica anche nelle partecipate
Un dipendente di una società a partecipazione pubblica ha svolto di fatto mansioni superiori di responsabile tecnico. L'azienda ha poi revocato tale inquadramento. La Corte d'Appello ha ritenuto legittima la revoca, sostenendo che le promozioni automatiche fossero vietate senza concorso pubblico. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore. I giudici hanno stabilito che le società partecipate mantengono una natura privatistica. Di conseguenza, ai loro dipendenti si applica l'articolo 2103 del codice civile sulle mansioni superiori e non le regole restrittive del pubblico impiego. L'obbligo di selezione pubblica riguarda solo l'assunzione iniziale, non la successiva gestione del rapporto di lavoro. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Nullità del contratto di lavoro: assunto e poi escluso dal posto
Un autista di ambulanza, assunto da un'Azienda Sanitaria tramite una procedura di stabilizzazione dei precari, viene licenziato dopo che un controllo interno rileva la mancanza dei requisiti di legge. Il lavoratore contesta la decisione, ritenendola un licenziamento illegittimo, e chiede il risarcimento dei danni per la lesione del proprio affidamento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la nullità del contratto di lavoro per violazione di norme imperative. I giudici chiariscono che la Pubblica Amministrazione ha il dovere di recedere da un rapporto invalido. Inoltre, escludono qualsiasi risarcimento del danno: le leggi sui requisiti di assunzione sono pubbliche e conoscibili con l'ordinaria diligenza, impedendo la nascita di un affidamento incolpevole nel lavoratore.
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Annullamento concorso pubblico: nullo il contratto già firmato
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento deciso dall'Amministrazione Pubblica a seguito dell'annullamento del concorso pubblico con cui era stata assunta. L'ente pubblico aveva infatti annullato la selezione in autotutela per un grave conflitto di interessi, poiché la candidata collaborava con lo studio di un commissario d'esame. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, stabilendo che l'annullamento del concorso pubblico cancella retroattivamente il presupposto fondamentale del rapporto di lavoro. Di conseguenza, il contratto di lavoro è affetto da nullità originaria e cessa di produrre effetti, fatti salvi solo i pagamenti per le prestazioni già svolte. Vince l'Amministrazione Pubblica.
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Contratto a termine: l’accordo in tribunale non salva l’azienda
Un lavoratore, dopo aver quasi raggiunto il limite massimo di 36 mesi con un contratto a termine presso un'azienda, firma un verbale di conciliazione davanti al giudice. L'accordo prevede un'ulteriore assunzione a tempo determinato che supera il tetto dei 36 mesi e la rinuncia a qualsiasi futura contestazione. Successivamente, il lavoratore impugna l'accordo. La Corte di Cassazione dà ragione al lavoratore, confermando la nullità del nuovo contratto a termine. I giudici chiariscono che in sede di conciliazione non si può rinunciare a diritti futuri non ancora sorti (come l'illegittimità del superamento dei 36 mesi). Inoltre, l'ulteriore contratto in deroga ai limiti temporali può essere stipulato esclusivamente presso l'Ispettorato Territoriale del Lavoro e non in sede giudiziale. L'azienda viene condannata a risarcire il dipendente con dodici mensilità e a pagare le spese processuali.
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Trasferimento d’azienda: il silenzio non è assenso
Alcuni dipendenti hanno contestato il trasferimento d'azienda attuato dalla loro società originaria a un'altra impresa, sostenendo che il ramo ceduto non avesse una reale autonomia preesistente. La società ha eccepito che i lavoratori avessero accettato tacitamente il passaggio lavorando per tre anni presso la nuova azienda senza opporsi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che il semplice silenzio o l'inerzia del lavoratore non equivalgono a un consenso tacito. Inoltre, per essere valido, il trasferimento d'azienda deve riguardare un ramo dotato di autonomia funzionale già prima della cessione, e non creato appositamente per l'occasione. Di conseguenza, la società originaria deve ripristinare i rapporti di lavoro e reintegrare i dipendenti.
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Incentivo all’esodo: la tredicesima spetta anche se c’è l’accordo
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo della somma ricevuta per la cessazione del rapporto di lavoro, sostenendo che nel calcolo dell'incentivo all'esodo dovesse essere inclusa anche la tredicesima mensilità. L'Ente Pubblico si è opposto, ritenendo che l'accordo individuale firmato dalle parti escludesse tale voce e che una legge regionale interpretativa ne escludesse la computabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno chiarito che la nozione di retribuzione lorda include sempre la tredicesima mensilità. Inoltre, la dichiarazione di incostituzionalità della norma regionale retroattiva ha effetto retroattivo (ex tunc) sui giudizi ancora in corso. L'Ente Pubblico è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio e a ricalcolare la somma spettante al lavoratore.
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Conferimento incarico dirigenziale: nullo senza selezione
L'Azienda Sanitaria ha revocato il conferimento incarico dirigenziale di direttore di distretto sanitario a un lavoratore, poiché l'affidamento era avvenuto senza la preventiva procedura di valutazione comparativa prevista dalla legge. Il lavoratore ha impugnato la revoca. La Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando la nullità del contratto di lavoro. L'obbligo di selezione pubblica tramite valutazione comparativa (art. 15-ter d.lgs. n. 502/1992) costituisce una norma imperativa a tutela del buon andamento della Pubblica Amministrazione. La sua violazione determina la nullità insanabile dell'atto, rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo.
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Senza concorso perde il posto: nullità del contratto di lavoro
Una Lavoratrice viene assunta direttamente da un'Azienda pubblica di gestione rifiuti senza concorso. Successivamente, l'Azienda la licenzia per giusta causa. La Lavoratrice impugna il licenziamento chiedendo il reintegro. I giudici rilevano però la nullità del contratto di lavoro originario. La legge impone infatti alle società a partecipazione pubblica l'obbligo di reclutare il personale tramite procedure selettive pubbliche. La Cassazione rigetta il ricorso della Lavoratrice: l'assunzione diretta viola norme imperative di legge, determinando la nullità insanabile del rapporto. Di conseguenza, non è possibile applicare le tutele contro il licenziamento, poiché un valido rapporto di lavoro non è mai giuridicamente esistito. La Lavoratrice perde la causa e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Assunzione senza concorso: la buona fede non salva il posto
Una lavoratrice è stata licenziata da un'azienda pubblica di gestione dei rifiuti dopo che un'indagine penale ha rivelato gravi irregolarità nella sua assunzione, avvenuta tramite chiamata diretta anziché selezione pubblica. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo che l'assunzione senza concorso presso una società in house interamente partecipata da un ente pubblico determina la nullità assoluta del contratto di lavoro. Tale nullità impedisce la prosecuzione del rapporto di lavoro, a nulla rilevando la buona fede o l'estraneità della lavoratrice rispetto agli illeciti commessi dai dirigenti dell'azienda. La lavoratrice perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Contratto a progetto nullo: scatta l’assunzione coatta
Un'imprenditrice ha impugnato l'avviso di addebito dell'INPS per contributi omessi relativi a rapporti di lavoro qualificati come collaborazioni a progetto. La Corte d'Appello ha accertato che tali contratti erano privi di un progetto specifico e che i lavoratori svolgevano le normali attività aziendali. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imprenditrice, confermando che la mancanza di un progetto specifico determina la nullità del contratto a progetto e la sua automatica conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dall'origine. Di conseguenza, l'imprenditrice è obbligata a versare i contributi previdenziali richiesti dall'ente.
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Procedure selettive società in house: nullo il posto senza gara
Un lavoratore viene assunto nel 2009 da una società pubblica senza superare le procedure selettive previste dalla legge. Successivamente, chiede il riconoscimento della qualifica di dirigente e il risarcimento per demansionamento. La Corte d'Appello accoglie la domanda, ritenendo che l'obbligo di concorso non fosse ancora attivo. La Corte di Cassazione ribalta la decisione: l'obbligo di adottare procedure selettive società in house era immediatamente vincolante già nel 2008. Di conseguenza, l'assunzione diretta senza selezione pubblica comporta la nullità del contratto di lavoro. La Suprema Corte accoglie il ricorso dell'azienda e rinvia la causa alla Corte d'Appello per verificare la validità del contratto e applicare il corretto metodo di valutazione delle mansioni.
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Incentivo all’esodo: la tredicesima va sempre calcolata
Una dipendente pubblica ha aderito a un piano di pensionamento anticipato. L'Ente Pubblico ha calcolato l'indennità escludendo la tredicesima mensilità dalla retribuzione lorda. La dipendente ha chiesto il ricalcolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico, confermando che la tredicesima deve essere inclusa nella base di calcolo per l'incentivo all'esodo. La Corte ha chiarito che la nozione di retribuzione lorda comprende per legge tutti gli elementi fissi dello stipendio, inclusa la tredicesima. Di conseguenza, l'accordo individuale non poteva escludere tale voce, e l'Ente Pubblico è stato condannato a pagare le differenze retributive e le spese legali.
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Contrattazione collettiva decentrata: limiti a bonus e tagli
Un Medico di continuità assistenziale ha richiesto il pagamento di differenze retributive, tra cui una specifica indennità di rischio prevista da un accordo regionale. L'Azienda Sanitaria ha invece ridotto unilateralmente altri compensi per esigenze di bilancio. La Corte di Cassazione ha rigettato entrambi i ricorsi. Ha stabilito che la contrattazione collettiva decentrata non può introdurre indennità generalizzate in contrasto con l'accordo nazionale, dichiarando nulla la relativa clausola regionale. Al contempo, ha chiarito che l'Azienda Sanitaria non può ridurre unilateralmente i compensi dei medici convenzionati, neppure per far fronte a un piano di rientro dal deficit sanitario, poiché i rapporti economici sono regolati su un piano di parità e richiedono sempre una rinegoziazione collettiva.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro: no ai tetti risarcitori
Una giornalista ha ottenuto la riqualificazione del rapporto di lavoro da autonomo a subordinato a tempo indeterminato con l'azienda radiotelevisiva pubblica. La Corte d'Appello ha tuttavia applicato il limite risarcitorio previsto dall'articolo 32 della legge 183/2010, riducendo l'indennità a sei mensilità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che tale tetto risarcitorio si applica solo alla conversione di contratti già originariamente subordinati ma con termine illegittimo. Nel caso di riqualificazione del rapporto di lavoro da autonomo a subordinato, l'indennità limitata non trova applicazione, poiché si tratta di un'operazione di emersione della reale natura del rapporto. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Nullità dell’apprendistato: reintegra o solo indennizzo?
Un'azienda di trasporti ha assunto un lavoratore con contratto di apprendistato professionalizzante. Tuttavia, il dipendente possedeva già le competenze necessarie, avendo lavorato per oltre 400 ore nella stessa mansione presso la medesima azienda. La Corte d'Appello ha dichiarato la nullità dell'apprendistato per mancanza di reale scopo formativo, ordinando la reintegrazione del lavoratore. L'azienda ha fatto ricorso in Cassazione, contestando sia la nullità sia la tutela reintegratoria applicata. La Suprema Corte, ritenendo la questione di massima importanza per l'uniformità del diritto, ha emesso un'ordinanza interlocutoria rinviando la causa in pubblica udienza per chiarire le tutele applicabili in caso di nullità dell'apprendistato.
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Medico vs Azienda: il Giudicato esterno blocca la nuova richiesta di indennità
Un Medico convenzionato ha chiesto il pagamento di indennità decurtate tramite decreto ingiuntivo. L'Azienda Sanitaria si è opposta, sostenendo che la richiesta era già stata oggetto di un precedente giudizio. La Corte d'Appello aveva dato ragione al Medico. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda, affermando l'esistenza di un giudicato esterno. Questo principio impedisce di riproporre una domanda già decisa in modo definitivo, anche se presentata con un diverso periodo temporale. La Corte ha quindi dichiarato inammissibile la domanda originaria del Medico, cassando la sentenza senza rinvio.
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Contratto irregolare e società pubblica: no al posto fisso
Un lavoratore assunto tramite agenzia interinale per una società controllata dalla Regione Siciliana ha chiesto l'assunzione a tempo indeterminato a causa di irregolarità nella somministrazione. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta. I giudici hanno stabilito che, al momento della stipula del contratto, era in vigore una norma specifica che imponeva il divieto di conversione del contratto per le società a partecipazione pubblica. Anche se questa norma è stata poi cancellata, non si può applicare retroattivamente. Di conseguenza, il lavoratore non ha diritto al posto fisso, ma solo a un eventuale risarcimento del danno.
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Licenziamento autoferrotranvieri nullo senza Consiglio di Disciplina
La Corte di Cassazione ha confermato la nullità del licenziamento di un dipendente di un'azienda di trasporti. Il lavoratore aveva chiesto che il suo caso fosse esaminato dal Consiglio di disciplina, come previsto dalla normativa speciale di settore. L'azienda, invece, lo ha licenziato direttamente. I giudici hanno stabilito che la procedura speciale è una garanzia irrinunciabile. Ignorarla rende il licenziamento autoferrotranvieri nullo. Di conseguenza, il lavoratore ha ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro. La Corte ha ribadito la piena vigenza della disciplina speciale del 1931, che prevale sulle norme generali.
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