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Art. 1418 Codice Civile

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1847 provvedimenti

Nullità del contratto: la sproporzione non annulla la cessione
Un socio ha chiesto la nullità del contratto di cessione delle proprie quote societarie a un terzo, lamentando una forte sproporzione economica e la presunta mala fede della controparte, ipotizzando persino il reato di usura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice sproporzione economica tra le prestazioni e una generica mala fede non sono motivi sufficienti per determinare la nullità del contratto. Di conseguenza, il trasferimento delle quote rimane pienamente valido e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese di giudizio.
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Patto di prova per dirigenti: valido anche se sintetico
Un dirigente impugna il licenziamento per mancato superamento del periodo di prova, sostenendo la nullità della clausola contrattuale. A suo dire, l'espressione 'direzione supply Chain' era troppo generica per definire i suoi compiti. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando la validità del patto di prova per dirigenti. I giudici chiariscono che per i ruoli di vertice non occorre una descrizione minuziosa delle mansioni, essendo sufficiente che l'oggetto sia determinabile. L'uso di termini settoriali in inglese e il rinvio al contratto collettivo, uniti alle competenze emerse dal curriculum del lavoratore, rendono la clausola perfettamente valida. Il dirigente perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Azione revocatoria: validità atti dispositivi
La Corte d'Appello ha confermato l'accoglimento di una azione revocatoria ordinaria promossa da una società di gestione crediti contro gli atti di disposizione patrimoniale di un fideiussore. Il garante aveva donato e venduto quote immobiliari ai propri familiari dopo aver prestato garanzie bancarie. La Corte ha stabilito che tali atti, modificando qualitativamente il patrimonio del debitore, integrano il pregiudizio per il creditore. Nonostante le eccezioni di nullità della fideiussione per violazione della normativa antitrust, la validità del nucleo centrale del contratto garantisce la sussistenza del credito.
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Nullità del contratto di lavoro: assunto e poi escluso dal posto
Un autista di ambulanza, assunto da un'Azienda Sanitaria tramite una procedura di stabilizzazione dei precari, viene licenziato dopo che un controllo interno rileva la mancanza dei requisiti di legge. Il lavoratore contesta la decisione, ritenendola un licenziamento illegittimo, e chiede il risarcimento dei danni per la lesione del proprio affidamento. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso, confermando la nullità del contratto di lavoro per violazione di norme imperative. I giudici chiariscono che la Pubblica Amministrazione ha il dovere di recedere da un rapporto invalido. Inoltre, escludono qualsiasi risarcimento del danno: le leggi sui requisiti di assunzione sono pubbliche e conoscibili con l'ordinaria diligenza, impedendo la nascita di un affidamento incolpevole nel lavoratore.
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Mutuo fondiario oltre i limiti: scontro sulla validità
Il curatore del fallimento di una società immobiliare ha contestato l'ammissione al passivo di un credito bancario derivante da un mutuo fondiario. Secondo il curatore, il finanziamento aveva superato il limite di finanziabilità dell'ottanta per cento del valore dei beni ipotecati, rendendo il contratto nullo. Il Tribunale ha invece ritenuto valido il mutuo. La Corte di Cassazione, rilevando che la questione sulla nullità del mutuo fondiario in caso di superamento del limite di finanziabilità è stata rimessa alle Sezioni Unite per risolvere un contrasto giurisprudenziale, ha deciso di rinviare la causa a nuovo ruolo in attesa della decisione definitiva.
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Nullità del contratto per usura: immobili ceduti per debiti
I Debitori hanno trasferito alcuni immobili ai Creditori per estinguere debiti derivanti da prestiti a tassi usurari. I Debitori hanno chiesto la nullità dei contratti di compravendita, ma la Corte d'Appello ha rigettato la domanda qualificando i trasferimenti come lecite prestazioni in luogo di adempimento, omettendo di pronunciarsi sull'illiceità della causa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Debitori, stabilendo che il trasferimento di un immobile per estinguere un debito usurario comporta la nullità del contratto per usura ai sensi dell'art. 1418 c.c., per contrasto con le norme penali imperative. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Annullamento concorso pubblico: nullo il contratto già firmato
Una lavoratrice ha impugnato il licenziamento deciso dall'Amministrazione Pubblica a seguito dell'annullamento del concorso pubblico con cui era stata assunta. L'ente pubblico aveva infatti annullato la selezione in autotutela per un grave conflitto di interessi, poiché la candidata collaborava con lo studio di un commissario d'esame. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, stabilendo che l'annullamento del concorso pubblico cancella retroattivamente il presupposto fondamentale del rapporto di lavoro. Di conseguenza, il contratto di lavoro è affetto da nullità originaria e cessa di produrre effetti, fatti salvi solo i pagamenti per le prestazioni già svolte. Vince l'Amministrazione Pubblica.
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Contratto a termine: l’accordo in tribunale non salva l’azienda
Un lavoratore, dopo aver quasi raggiunto il limite massimo di 36 mesi con un contratto a termine presso un'azienda, firma un verbale di conciliazione davanti al giudice. L'accordo prevede un'ulteriore assunzione a tempo determinato che supera il tetto dei 36 mesi e la rinuncia a qualsiasi futura contestazione. Successivamente, il lavoratore impugna l'accordo. La Corte di Cassazione dà ragione al lavoratore, confermando la nullità del nuovo contratto a termine. I giudici chiariscono che in sede di conciliazione non si può rinunciare a diritti futuri non ancora sorti (come l'illegittimità del superamento dei 36 mesi). Inoltre, l'ulteriore contratto in deroga ai limiti temporali può essere stipulato esclusivamente presso l'Ispettorato Territoriale del Lavoro e non in sede giudiziale. L'azienda viene condannata a risarcire il dipendente con dodici mensilità e a pagare le spese processuali.
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Opposizione a decreto ingiuntivo contro la mandataria e non la banca
Una società mandataria di una banca ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un debitore. Il debitore ha proposto opposizione a decreto ingiuntivo, ma i giudici di merito hanno ritenuto errata la chiamata in causa della mandataria, indicando come unico soggetto legittimato la banca mandante. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che la legittimazione passiva nel giudizio di opposizione spetta a chi ha attivamente proposto il ricorso per ingiunzione, ossia la mandataria stessa, anche se il provvedimento è stato emesso a favore della banca rappresentata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del debitore, annullando la sentenza d'appello e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Nullità del contratto di usufrutto: la quietanza non salva l’atto
I Proprietari hanno concesso al Beneficiario un diritto di usufrutto vitalizio su un immobile tramite scrittura privata. L'accordo indicava che il pagamento era già avvenuto, ma non specificava la cifra esatta del prezzo. I Proprietari hanno quindi chiesto la nullità del contratto di usufrutto per mancanza di un elemento essenziale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Proprietari, stabilendo che nei contratti immobiliari con forma scritta obbligatoria anche il prezzo deve essere indicato chiaramente per iscritto. La semplice ricevuta di pagamento (quietanza) non basta a rendere determinabile il prezzo. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Nullità del contratto per estorsione: familiari senza scampo
L'Estortore ha costretto la Vittima, tramite estorsione, a cedere due appartamenti intestandoli fittiziamente alla moglie e al figlio. La Corte di Cassazione ha precedentemente dichiarato la nullità del contratto per estorsione, in quanto contrario a norme imperative di ordine pubblico, travolgendo anche gli acquisti dei familiari apparentemente in buona fede. I familiari hanno proposto ricorso per revocazione, lamentando presunti errori di fatto commessi dai giudici di legittimità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, chiarendo che le contestazioni sollevate non riguardavano sviste materiali o percettive dei giudici, bensì critiche alla valutazione giuridica della causa. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente la proprietà degli immobili e sono condannati a pagare le spese processuali.
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Interruzione della prescrizione: Comune condannato a risarcire
Un professionista incaricato da un'amministrazione pubblica per redigere un piano regolatore ha avviato un arbitrato nel 1993 per inadempimento contrattuale. Successivamente, gli eredi hanno chiesto la risoluzione del contratto e il risarcimento dei danni. L'ente pubblico ha eccepito la prescrizione del diritto, sostenendo che l'arbitrato non avesse interrotto i termini in modo permanente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente, confermando che l'avvio dell'arbitrato comporta l'interruzione della prescrizione con effetto permanente fino alla conclusione del procedimento, anche se il collegio arbitrale non si costituisce, salvo formale estinzione. Rigettato anche il ricorso degli eredi sul maggior danno per i compensi, qualificati come crediti di valuta non rivalutabili automaticamente.
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Trasferimento d’azienda: il silenzio non è assenso
Alcuni dipendenti hanno contestato il trasferimento d'azienda attuato dalla loro società originaria a un'altra impresa, sostenendo che il ramo ceduto non avesse una reale autonomia preesistente. La società ha eccepito che i lavoratori avessero accettato tacitamente il passaggio lavorando per tre anni presso la nuova azienda senza opporsi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. I giudici hanno chiarito che il semplice silenzio o l'inerzia del lavoratore non equivalgono a un consenso tacito. Inoltre, per essere valido, il trasferimento d'azienda deve riguardare un ramo dotato di autonomia funzionale già prima della cessione, e non creato appositamente per l'occasione. Di conseguenza, la società originaria deve ripristinare i rapporti di lavoro e reintegrare i dipendenti.
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Ripetizione di indebito bancario: conti chiusi e prescrizione
I Correntisti hanno citato in giudizio La Banca chiedendo la rideterminazione del saldo di alcuni conti correnti e la restituzione delle somme indebitamente addebitate per interessi usurari e anatocismo. La Corte d'Appello ha accolto solo parzialmente le domande, dichiarando prescritto il diritto per i conti chiusi da oltre dieci anni. I Correntisti hanno proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata firma della banca sui contratti e contestando il calcolo della prescrizione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. Ha stabilito che la dichiarazione del cliente di aver ricevuto copia del contratto prova l'adempimento degli obblighi di consegna. Inoltre, ha confermato che per la ripetizione di indebito bancario la prescrizione decennale decorre dai singoli versamenti solutori eseguiti su conti ormai estinti da oltre un decennio, respingendo la tesi dell'unitarietà dei rapporti basata su semplici giroconti.
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Nullità del contratto per mancanza di causa: il caso delle mille lire
La società Manzoni '43 S.r.l. ha proposto opposizione allo stato passivo della Compagnia Tirrena di Assicurazioni S.p.a. in liquidazione coatta amministrativa, chiedendo l'ammissione di un credito miliardario derivante da un contratto di cessione azionaria avvenuto al prezzo simbolico di mille lire. La Corte d'Appello, in sede di rinvio, ha dichiarato la nullità del contratto per mancanza di causa, rilevando l'assenza di un reale corrispettivo a fronte di ingenti obbligazioni a carico della cedente. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso della società cessionaria e compensando le spese di giudizio.
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Incentivo all’esodo: la tredicesima spetta anche se c’è l’accordo
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo della somma ricevuta per la cessazione del rapporto di lavoro, sostenendo che nel calcolo dell'incentivo all'esodo dovesse essere inclusa anche la tredicesima mensilità. L'Ente Pubblico si è opposto, ritenendo che l'accordo individuale firmato dalle parti escludesse tale voce e che una legge regionale interpretativa ne escludesse la computabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno chiarito che la nozione di retribuzione lorda include sempre la tredicesima mensilità. Inoltre, la dichiarazione di incostituzionalità della norma regionale retroattiva ha effetto retroattivo (ex tunc) sui giudizi ancora in corso. L'Ente Pubblico è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio e a ricalcolare la somma spettante al lavoratore.
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Conferimento incarico dirigenziale: nullo senza selezione
L'Azienda Sanitaria ha revocato il conferimento incarico dirigenziale di direttore di distretto sanitario a un lavoratore, poiché l'affidamento era avvenuto senza la preventiva procedura di valutazione comparativa prevista dalla legge. Il lavoratore ha impugnato la revoca. La Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, confermando la nullità del contratto di lavoro. L'obbligo di selezione pubblica tramite valutazione comparativa (art. 15-ter d.lgs. n. 502/1992) costituisce una norma imperativa a tutela del buon andamento della Pubblica Amministrazione. La sua violazione determina la nullità insanabile dell'atto, rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo.
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Senza concorso perde il posto: nullità del contratto di lavoro
Una Lavoratrice viene assunta direttamente da un'Azienda pubblica di gestione rifiuti senza concorso. Successivamente, l'Azienda la licenzia per giusta causa. La Lavoratrice impugna il licenziamento chiedendo il reintegro. I giudici rilevano però la nullità del contratto di lavoro originario. La legge impone infatti alle società a partecipazione pubblica l'obbligo di reclutare il personale tramite procedure selettive pubbliche. La Cassazione rigetta il ricorso della Lavoratrice: l'assunzione diretta viola norme imperative di legge, determinando la nullità insanabile del rapporto. Di conseguenza, non è possibile applicare le tutele contro il licenziamento, poiché un valido rapporto di lavoro non è mai giuridicamente esistito. La Lavoratrice perde la causa e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Assunzione senza concorso: la buona fede non salva il posto
Una lavoratrice è stata licenziata da un'azienda pubblica di gestione dei rifiuti dopo che un'indagine penale ha rivelato gravi irregolarità nella sua assunzione, avvenuta tramite chiamata diretta anziché selezione pubblica. La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento, stabilendo che l'assunzione senza concorso presso una società in house interamente partecipata da un ente pubblico determina la nullità assoluta del contratto di lavoro. Tale nullità impedisce la prosecuzione del rapporto di lavoro, a nulla rilevando la buona fede o l'estraneità della lavoratrice rispetto agli illeciti commessi dai dirigenti dell'azienda. La lavoratrice perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Distanze legali: l’accordo violato costa la demolizione
Un venditore cede un terreno a un'impresa costruttrice, pattuendo nel contratto la possibilità di edificare a una distanza minima di quattro metri dal confine, in deroga ai cinque metri previsti dal regolamento comunale. L'impresa edifica però a una distanza inferiore a quella concordata. Il venditore agisce in giudizio chiedendo l'arretramento dell'edificio. Gli acquirenti degli immobili impugnano la decisione favorevole al venditore. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando che l'accordo ha costituito una servitù a tutela delle distanze legali. La violazione di tale diritto reale comporta l'obbligo di riduzione in pristino tramite arretramento della costruzione, escludendo la possibilità di sostituire la demolizione con il solo risarcimento del danno, in quanto la tutela dei diritti reali non incontra il limite dell'eccessiva onerosità.
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