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Art. 1375 Codice Civile — Anno 2023

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324 provvedimenti

Altri anni per Art. 1375 Codice Civile

Divieto di concorrenza del socio: recesso valido ma sanzionabile
Un socio accomandatario, unico iscritto all'albo degli agenti assicurativi, ha comunicato il proprio recesso dalla società. Prima che il recesso diventasse efficace, ha disdetto il contratto di agenzia della società e ha trasferito l'intero portafoglio clienti a una nuova impresa familiare da lui creata. La Corte d'Appello aveva negato il risarcimento, ritenendo che il recesso avrebbe comunque fatto perdere i clienti alla società. La Cassazione ha invece accolto il ricorso della società e del socio superstite. La Corte ha stabilito che tale condotta viola il divieto di concorrenza del socio (art. 2301 c.c.). Il danno esiste ed è risarcibile, poiché la società avrebbe potuto cercare un altro socio qualificato durante il preavviso. La causa torna in appello per quantificare il danno tramite perizia tecnica.
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Buoni postali fruttiferi: risparmiatore perde per vizio di forma
Un risparmiatore ha chiesto il rimborso di diversi buoni postali fruttiferi pretendendo il calcolo degli interessi originari, contestando l'applicazione di tassi peggiorativi introdotti da decreti ministeriali successivi. L'istituto postale si è opposto. Dopo la decisione d'appello favorevole all'istituto, il risparmiatore ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso principale del risparmiatore per mancanza di specificità dei motivi, non avendo egli indicato con precisione i passaggi censurati della sentenza d'appello. Di conseguenza, anche il ricorso incidentale tardivo dell'istituto postale è stato dichiarato inefficace. Il risparmiatore perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Preavviso di recesso: stop ai tagli arbitrari del produttore
Un'azienda automobilistica ha interrotto il rapporto con i suoi concessionari applicando un preavviso di recesso ridotto a un anno invece dei due previsti, giustificandolo con la necessità di riorganizzare la rete di vendita. I concessionari hanno contestato la decisione, sostenendo che l'azienda volesse in realtà smantellare l'intera rete e non riorganizzarla. La Corte d'Appello aveva dato ragione al produttore, ritenendo la scelta imprenditoriale insindacabile. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dei concessionari, stabilendo che spetta al produttore dimostrare l'effettiva necessità e realtà della riorganizzazione per poter beneficiare del preavviso ridotto. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Licenziamento disciplinare: firma falsa sanata ma addio al posto
La Corte di Cassazione ha confermato il licenziamento disciplinare di un direttore di filiale bancaria. Il dipendente aveva autorizzato l'incasso di assegni con firme non corrispondenti a quelle del titolare del conto corrente. Il lavoratore si era difeso sostenendo di aver ricevuto un'autorizzazione telefonica successiva da parte del cliente. I giudici hanno stabilito che tale condotta costituisce un illecito amministrativo grave, lesivo della fede pubblica e delle regole bancarie. La gravità del comportamento ha irrimediabilmente compromesso il rapporto di fiducia con la banca, rendendo legittimo il recesso immediato senza preavviso. Il ricorso del lavoratore è stato rigettato, con condanna al pagamento delle spese processuali.
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Canone occupazione suolo pubblico: pubblicità cancella lo sconto
Un Condominio ha installato un ponteggio su suolo pubblico ottenendo una tariffa agevolata. Successivamente, ha utilizzato la struttura per esporre un telo pubblicitario. Il Comune ha quindi richiesto il pagamento della tariffa ordinaria per l'intero spazio e per tutta la durata dei lavori. Il Condominio ha fatto ricorso, sostenendo che la pubblicità copriva solo una parte del ponteggio e per un tempo ridotto, e invocando il lungo tempo trascorso prima della richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'uso commerciale fa decadere l'agevolazione sul canone occupazione suolo pubblico per l'intera area e per tutta la durata della concessione. Il silenzio o l'inerzia del Comune non equivalgono a una rinuncia al credito.
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Licenziamento disciplinare: scontrini non emessi e cassa vuota
Un dipendente è stato licenziato per aver omesso di emettere gli scontrini fiscali e non aver versato in cassa il denaro dei clienti in quattro occasioni. La Corte d'Appello ha confermato la legittimità del provvedimento. Il lavoratore ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la proporzionalità della sanzione e la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso principale. I giudici hanno chiarito che il giudizio di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito per rivalutare i fatti. Di conseguenza, il licenziamento disciplinare è definitivo e il lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Inadempimento del contratto preliminare: scontro tra contraenti
Un Acquirente e una Venditrice firmano un accordo per la compravendita di un immobile. A causa di disaccordi sulla data del rogito e sul notaio, sorge una lite. L'Acquirente chiede prima il trasferimento forzato e poi la risoluzione del contratto. La Corte d'Appello addebita l'inadempimento del contratto preliminare alla sola Venditrice. La Cassazione, tuttavia, accoglie il ricorso di quest'ultima. I giudici stabiliscono che il tribunale deve compiere una valutazione comparativa e unitaria del comportamento di entrambe le parti, verificando chi abbia violato la buona fede contrattuale. La Cassazione rileva anche l'omessa pronuncia sulla cancellazione della trascrizione della domanda giudiziale ormai abbandonata dall'Acquirente. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Provvigione del mediatore: va pagata anche con vizi visibili
Un acquirente si è opposto al pagamento della provvigione del mediatore richiesta da un'agenzia immobiliare per l'acquisto di un appartamento. L'acquirente lamentava che l'agenzia avesse nascosto la reale natura di un ingombrante blocco di cemento nel soggiorno, rivelatosi poi essere il vano scale del palazzo adiacente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'acquirente, confermando il suo obbligo di pagare la provvigione del mediatore. I giudici hanno chiarito che l'acquirente era pienamente consapevole della presenza del blocco di cemento, avendo visitato personalmente l'immobile prima di firmare la proposta d'acquisto. Di conseguenza, non vi è stata alcuna violazione dell'obbligo informativo da parte dell'agenzia, poiché la condizione dell'immobile era nota e non ha impedito la conclusione dell'affare.
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Contratto preliminare di compravendita: documenti mancanti
Un Acquirente firma un contratto preliminare di compravendita per un immobile, prevedendo il pagamento del saldo tramite mutuo bancario entro un termine essenziale. Per ottenere il finanziamento, l'Acquirente richiede al Venditore i documenti di regolarità urbanistica e paesaggistica. Il Venditore ignora la richiesta, impedendo l'erogazione del mutuo. L'Acquirente recede dal contratto chiedendo il doppio della caparra, mentre il Venditore agisce in giudizio per riscuotere un assegno di caparra rimasto insoluto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Acquirente, stabilendo che il Venditore ha l'obbligo, secondo buona fede, di consegnare i documenti necessari al mutuo e deve dimostrare in giudizio di aver adempiuto a tale dovere.
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Dovere di consiglio del notaio: se l’accollo fallisce paga lui
I Venditori vendono un immobile e l'Acquirente si accolla il mutuo residuo. Nel rogito, il Notaio inserisce la quietanza a saldo e la rinuncia all'ipoteca legale. Tuttavia, l'accollo è solo interno e non liberatorio: la banca non dà il consenso e, a causa dei mancati pagamenti dell'Acquirente, i Venditori vengono segnalati come cattivi pagatori. I Venditori fanno causa al Notaio per violazione del dovere di consiglio del notaio. La Cassazione accoglie il ricorso dei Venditori, stabilendo che il Notaio ha l'obbligo di informare i clienti sulla differenza tra accollo interno ed esterno liberatorio, specialmente se firmano una quietanza totale e rinunciano alle garanzie, poiché il suo ruolo non è di mero scrittore ma di consulente attivo per garantire la sicurezza degli effetti dell'atto.
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Iscrizione delle riserve: l’impresa perde milioni per un ritardo
Un'impresa di costruzioni ha richiesto oltre 15 milioni di euro alla stazione appaltante per maggiori costi derivanti da ritardi e imprevisti durante i lavori autostradali. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno respinto la domanda. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, chiarendo le regole sull'iscrizione delle riserve negli appalti pubblici. L'impresa ha perso il diritto ai compensi aggiuntivi per non aver registrato tempestivamente le proprie contestazioni nei registri contabili al momento dell'insorgenza dei fatti dannosi. Inoltre, la firma di un accordo di proroga ha cancellato le pretese per i ritardi precedenti, mentre la penale applicata per il mancato rispetto dei nuovi termini è stata ritenuta legittima e non riducibile.
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Responsabilità professionale del notaio: risarcito l’acquirente
L'Acquirente di un immobile scopre che la casa è gravata da un'ipoteca legale di circa cinquantamila euro, nonostante nel contratto fosse pattuito il versamento di soli settemila euro per estinguerla. L'Acquirente cita in giudizio Il Notaio chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello respinge la domanda, ritenendo che il professionista non dovesse verificare l'importo residuo del debito. La Corte di Cassazione ribalta la decisione, stabilendo che sussiste la responsabilità professionale del notaio se questi omette di informare e consigliare i clienti sugli esiti delle verifiche ipotecarie. Le dichiarazioni delle parti non esonerano il professionista dai suoi doveri di protezione. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Collaudo nell’appalto pubblico: se la PA ritarda deve pagare
Un'Azienda Sanitaria si opponeva al pagamento del saldo finale per i lavori di una centrale a gas, sostenendo che mancasse il collaudo nell'appalto pubblico e una garanzia fideiussoria. L'Appaltatore ha richiesto il pagamento lamentando l'ingiustificato ritardo dell'amministrazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda Sanitaria, stabilendo che la Pubblica Amministrazione non può ritardare all'infinito le operazioni di verifica per bloccare il pagamento. Se l'amministrazione resta inerte troppo a lungo, l'appaltatore è esonerato dal dimostrare l'imputabilità del ritardo. Inoltre, l'assenza di fideiussione non rileva se l'ente pubblico non l'ha mai richiesta. L'Azienda Sanitaria perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Contratto autonomo di garanzia: stop all’escussione abusiva
Una società otteneva un finanziamento pubblico garantito da una polizza fideiussoria a prima richiesta. L'istituto di credito escuteva la garanzia per un asserito inadempimento, costringendo la compagnia assicurativa a pagare e poi a rivalersi sulla società. Quest'ultima si opponeva, contestando l'illegittimità dell'escussione. I giudici di merito accertavano che l'istituto di credito aveva agito contrariamente a buona fede, avendo ritenuto non grave l'inadempimento ma usandolo comunque come pretesto. La Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della banca, confermando che l'escussione della garanzia in un contratto autonomo di garanzia deve sempre rispettare il principio di correttezza e buona fede, vietando comportamenti abusivi.
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Abuso di maggioranza: scontro sulla prelazione cancellata
Una società a responsabilità limitata, composta da tre soci paritari, delibera a maggioranza la soppressione della clausola di prelazione interna per il trasferimento delle quote. Subito dopo, un socio vende la propria quota all'altro, che ottiene così il controllo della società. Il socio escluso impugna la delibera denunciando un abuso di maggioranza volto a emarginarlo. Il Tribunale accoglie la domanda, ma la Corte d'Appello ribalta la decisione escludendo il danno. La Corte di Cassazione, ritenendo la questione di particolare rilevanza giuridica per la tutela delle minoranze, non decide immediatamente ma dispone il rinvio della causa alla pubblica udienza per un approfondimento nomofilattico.
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Assicurazione di tutela legale: massimale contro spese reali
Una Società Immobiliare e il suo Socio chiedono il rimborso delle spese legali alla propria compagnia basandosi su una polizza di assicurazione di tutela legale. La Compagnia Assicurativa rifiuta il pagamento integrale, applicando il limite di 12.000 euro per singola causa anziché il massimale annuo di 30.000 euro, ed escludendo i rimborsi per le cause avviate senza preventiva autorizzazione o prive di fatture. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dei clienti. I giudici confermano che l'assicurato non può addebitare parcelle sproporzionate senza dimostrare l'effettivo esborso e il rispetto dei patti contrattuali. Il principio di buona fede impone di contenere i costi e di rispettare le procedure di autorizzazione previste dalla polizza.
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Frazionamento del credito: quando il doppio decreto è lecito
Il Fornitore ha ottenuto due decreti ingiuntivi contro Il Panettiere per forniture diverse: una per macchinari da forno e l'altra per arredi. Il Panettiere ha contestato il primo decreto, lamentando un abusivo frazionamento del credito, sostenendo che i debiti derivassero da un unico contratto. Il Tribunale ha invece accertato che si trattava di forniture autonome e distinte. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Panettiere, confermando che chiedere pagamenti separati per contratti diversi è pienamente legittimo. Di conseguenza, non si configura alcuna violazione dei principi di buona fede e correttezza, e il debitore deve pagare quanto dovuto.
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Ipoteca nel contratto preliminare: il venditore perde il doppio
Nel caso in esame, il Promittente Venditore e la Promissaria Acquirente stipulavano un contratto preliminare per la compravendita di un immobile. Il venditore garantiva falsamente che il bene fosse libero da pesi, ma l'acquirente scopriva la presenza di un'ipoteca giudiziale precedente. Di conseguenza, l'acquirente esercitava il diritto di recesso, richiedendo il doppio della caparra confirmatoria versata. Il venditore si opponeva, sostenendo che l'ipoteca fosse inopponibile e successivamente cancellata. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del venditore, confermando la legittimità del recesso. La Corte ha stabilito che tacere l'esistenza di un gravame sull'immobile al momento del contratto preliminare viola i doveri di correttezza e buona fede, costituendo un grave inadempimento che legittima lo scioglimento del vincolo contrattuale e la restituzione del doppio della caparra.
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Responsabilità della banca: nessun indennizzo per la truffa
Gli Eredi della Risparmiatrice hanno impugnato la sentenza d'appello che escludeva la responsabilità della banca per la perdita di 210.000 euro. La somma, versata tramite assegni su un conto corrente intestato a un'associazione per costituire nuove società, era stata interamente prelevata da un promotore poi rivelatosi un truffatore. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha confermato che l'istituto di credito non aveva obblighi di protezione specifici verso i terzi non correntisti, né poteva rilevare anomalie nei prelievi ordinari effettuati dal delegato. Di conseguenza, viene esclusa qualsiasi responsabilità della banca per il danno subito dalla risparmiatrice, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese di giudizio.
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Responsabilità precontrattuale: l’ente ecclesiastico paga i danni
L'Ente Ecclesiastico avvia trattative con la Società per la permuta di terreni edificabili, inviandole una bozza di contratto. Facendo affidamento sulla conclusione dell'accordo, la Società rinuncia a un altro lucroso appalto. Tuttavia, l'Ente Ecclesiastico interrompe improvvisamente le trattative per contrattare con un altro soggetto. La Società agisce in giudizio per ottenere il risarcimento del danno. La Corte di Cassazione conferma la responsabilità precontrattuale dell'Ente Ecclesiastico. La Corte stabilisce che la necessità di autorizzazioni canoniche interne non esonera l'ente dall'obbligo di comportarsi secondo buona fede. Il danno viene liquidato in via equitativa, considerando il profitto perso per la rinuncia all'altra opportunità commerciale, quantificato nel dieci per cento del valore dell'appalto sfumato.
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