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Art. 1372 Codice Civile — Anno 2022

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111 provvedimenti

Altri anni per Art. 1372 Codice Civile

Regolamento condominiale: lavori vietati anche se approvati
Un condomino ha impugnato per revocazione una precedente ordinanza della Cassazione. Il caso originario riguardava la contestazione da parte del Condominio di alcuni lavori di recupero di un sottotetto eseguiti dal condomino. Il Condominio riteneva che tali opere violassero il regolamento condominiale contrattuale, che vietava modifiche esterne. La Cassazione aveva precedentemente accolto il ricorso del Condominio, stabilendo che una delibera assembleare successiva non potesse modificare o interpretare il regolamento condominiale senza il consenso unanime. Il condomino ha quindi chiesto la revocazione denunciando un errore di fatto dei giudici. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che gli errori contestati non erano decisivi e non incidevano sulla corretta interpretazione delle regole condominiali. Vince il Condominio.
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Collaborazione coordinata e continuativa: risarcito il lavoratore
L'Azienda subentrante nella gestione di una piscina comunale si era impegnata, tramite convenzione con il Comune, a garantire la continuità lavorativa del personale precedente tramite contratti di collaborazione coordinata e continuativa alle medesime condizioni. Tuttavia, l'Azienda ha proposto a un istruttore, Il Lavoratore, un contratto di prestazione dilettantistica autonoma, privo di tutele previdenziali e con condizioni peggiorative. Il Lavoratore ha rifiutato la proposta e ha richiesto il risarcimento del danno. La Corte d'Appello ha condannato l'Azienda al pagamento di oltre 32.000 euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando che il contratto proposto non rispettava gli obblighi della convenzione e che la collaborazione coordinata e continuativa promessa non poteva essere sostituita con una forma di lavoro autonomo priva di garanzie.
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Diritto all’assunzione: l’accordo sindacale non basta senza prove
Una lavoratrice ha richiesto il riconoscimento del proprio diritto all'assunzione presso una nuova compagnia aerea, basandosi su un accordo collettivo siglato dai sindacati per assorbire il personale di una società in amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice. I giudici hanno chiarito che l'accordo collettivo non costituiva un contratto a favore di terzi, poiché i beneficiari non erano determinabili automaticamente. Inoltre, la lavoratrice non ha assolto l'onere della prova: non ha dimostrato di possedere requisiti superiori rispetto ai colleghi assunti, omettendo in particolare di documentare la propria situazione relativa ai carichi familiari, uno dei criteri di scelta concordati. Di conseguenza, la richiesta di assunzione e il risarcimento del danno sono stati definitivamente respinti.
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Intestazione fiduciaria di quote: lo statuto batte il patto segreto
Il caso riguarda l'intestazione fiduciaria di quote di una società a responsabilità limitata. Il Fiduciante aveva intestato il 50% delle quote al Fiduciario, con l'obbligo di retrocessione. L'altro 50% apparteneva a un Socio Co-proprietario. Quando il Fiduciario ha restituito le quote al Fiduciante, il Socio Co-proprietario ha impugnato l'atto, lamentando la violazione delle clausole di prelazione e gradimento previste dallo statuto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia del trasferimento. I giudici hanno stabilito che il patto fiduciario ha natura puramente obbligatoria ed è inopponibile ai terzi. Di conseguenza, il trasferimento di quote dal fiduciario al fiduciante deve rispettare i limiti dello statuto sociale, inclusi i diritti di prelazione degli altri soci. Vince il Socio Co-proprietario, mentre l'accordo di restituzione viene dichiarato inefficace.
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Contratto preliminare di compravendita: nullo il recesso verbale
Tre soggetti firmano un contratto preliminare di compravendita per acquistare immobili da una società, subordinando l'efficacia al finanziamento (condizione sospensiva). Saltato l'affare, il primo acquirente agisce in giudizio per la risoluzione, sostenendo che gli altri due avessero rinunciato all'acquisto. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del primo acquirente: lo scioglimento del vincolo per gli altri co-acquirenti richiedeva la forma scritta obbligatoria (ad substantiam) e non poteva avvenire per comportamenti concludenti. Inoltre, non essendosi verificata la condizione sospensiva del finanziamento, il contratto non ha mai prodotto effetti. Di conseguenza, non è configurabile alcun inadempimento e il primo acquirente perde la causa, dovendo restituire le somme ricevute in precedenza.
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Risoluzione per mutuo consenso: il silenzio costa la causa
Una lavoratrice ha impugnato la scadenza del suo contratto a termine tre anni dopo la fine del rapporto. Durante questo periodo, ha incassato il trattamento di fine rapporto senza riserve e ha ignorato ripetute proposte di assunzione a tempo indeterminato da parte dell'azienda. La Corte d'Appello ha ritenuto che tale comportamento dimostrasse una concorde volontà di porre fine al rapporto, configurando una risoluzione per mutuo consenso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla sussistenza del mutuo consenso spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se supportata da una motivazione logica e coerente. Di conseguenza, la lavoratrice perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Imposta comunale sulla pubblicità: esenti i cartelli di servizio
Una società di autonoleggio ha impugnato un avviso di accertamento relativo al mancato pagamento dell'imposta comunale sulla pubblicità per alcuni cartelli recanti il proprio marchio, posizionati nei parcheggi riservati di un aeroporto. Il concessionario della riscossione riteneva che tali cartelli avessero una finalità promozionale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che le scritte collocate in corrispondenza dei singoli stalli di sosta hanno una funzione puramente informativa e di orientamento per i clienti che hanno già concluso il contratto di noleggio. Di conseguenza, mancando lo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi verso una massa indistinta di utenti, questi cartelli non sono soggetti all'imposta comunale sulla pubblicità.
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Modifica tabelle millesimali: vince l’unanimità
Un condominio ha modificato a maggioranza le tabelle millesimali per addebitare le spese di androne, scale e ascensore anche ai proprietari dei piani terra, precedentemente esentati da un regolamento contrattuale. Alcuni condomini hanno impugnato la delibera. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del condominio, confermando la nullità della delibera. I giudici hanno stabilito che la modifica tabelle millesimali richiede l'unanimità dei consensi quando le tabelle originarie derogano ai criteri legali di ripartizione delle spese. Poiché l'esenzione originaria favoriva i piani terra in deroga alla legge, la variazione non poteva essere decisa a maggioranza, ma richiedeva l'accordo di tutti i partecipanti al condominio. Il condominio perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Modifica delle tabelle millesimali: nullo il mandato al costruttore
I proprietari di alcune unità immobiliari hanno impugnato le delibere dell'assemblea che ripartivano le spese di riscaldamento secondo le vecchie tabelle del 2005, ignorando le nuove tabelle predisposte nel 2007 dalla società costruttrice. La costruttrice aveva agito in forza di un mandato irrevocabile contenuto nei singoli atti di acquisto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei condomini, confermando che la modifica delle tabelle millesimali non può avvenire unilateralmente sulla base di un mandato generico e indeterminato rilasciato al costruttore. Tale delega in bianco è nulla per indeterminatezza dell'oggetto. Di conseguenza, le modifiche predisposte dal costruttore costituiscono solo una proposta tecnica che necessita dell'approvazione dell'assemblea condominiale per essere efficace.
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Contratto collettivo aziendale: la disdetta non cancella i bonus
Un'azienda ha smesso di pagare la parte variabile del premio di partecipazione a un dipendente, sostenendo di non essere più vincolata dal contratto collettivo aziendale dopo essersi cancellata dall'associazione dei datori di lavoro. Il Lavoratore ha fatto ricorso. La Corte d'Appello ha dato ragione al dipendente, rilevando che l'azienda aveva comunque continuato ad applicare molte altre indennità previste dallo stesso accordo. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, stabilendo che l'applicazione costante e prolungata nel tempo di gran parte delle clausole di un accordo dimostra un recepimento implicito dello stesso. Pertanto, l'azienda non può sottrarsi ai pagamenti dovuti, anche se non è più iscritta all'associazione sindacale. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali.
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Parcella del professionista: no al raddoppio del compenso
Il Professionista ha richiesto il pagamento delle proprie spettanze per la progettazione di un immobile. Dopo aver inviato una prima parcella del professionista approvata dall'Ordine, ha presentato una seconda richiesta economica molto più elevata. I giudici di merito hanno liquidato solo la somma originaria, basandosi sulla perizia tecnica. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che, in caso di invio di una seconda parcella del professionista per le stesse attività, il giudice deve valutare quale richiesta sia realmente giustificata e congrua rispetto alle tariffe professionali e al lavoro svolto.
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Responsabilità da cose in custodia: il gestore paga il rogo
Un devastante incendio ha distrutto le merci di una società depositate in un immobile gestito da una società di gestione e custodite da una cooperativa depositaria. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni a carico di entrambi i soggetti. La società di gestione è stata ritenuta responsabile ex art. 2051 c.c. per la responsabilità da cose in custodia, avendo il controllo materiale e giuridico dello stabile e avendo appaltato i lavori che hanno causato il rogo. La società depositaria è stata condannata per non aver custodito con diligenza le merci, avendole collocate in un locale fatiscente e a rischio. La Corte ha rigettato i ricorsi, confermando che la condotta di terzi non esclude la responsabilità se il pericolo era ampiamente prevedibile.
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Scrittura privata integrativa: il socio vince contro l’azienda
Un socio recede da una società ricevendo la liquidazione della quota. Contestualmente, le parti firmano una scrittura privata integrativa che prevede un pagamento mensile aggiuntivo di tremila euro a favore del socio uscente, legato alla prosecuzione dell'attività di una discarica. Completati i pagamenti della quota, la società si rifiuta di versare le mensilità aggiuntive, sostenendo che l'accordo sia nullo e che l'attività sia cessata. Il socio agisce in giudizio. Durante l'interrogatorio formale, il legale rappresentante della società confessa che l'attività è ancora in corso. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso della società: la confessione giudiziale prevale su qualsiasi documento tardivo presentato per smentirla. Vince il socio uscente, che ha diritto ai pagamenti.
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Pensionamento volontario: niente stipendio dopo il ritiro
Il Lavoratore ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro L'Azienda per il pagamento dello stipendio di gennaio 2015, basandosi sulla sentenza che dichiarava illegittima la cessione del suo ramo d'azienda. Tuttavia, L'Azienda ha fatto opposizione poiché il dipendente aveva richiesto e ottenuto il pensionamento volontario già nel 2013. La Corte d'Appello ha revocato il decreto, ritenendo che la pensione avesse estinto il rapporto di lavoro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del dipendente. I giudici hanno stabilito che il pensionamento volontario costituisce un comportamento concludente che esprime la chiara volontà di cessare l'attività lavorativa, rendendo incompatibile la richiesta di retribuzioni successive. Di conseguenza, L'Azienda vince la causa e non deve pagare le somme richieste.
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Trasferimento di ramo d’azienda: lavorare non è consenso
Un lavoratore ha contestato la cessione del suo contratto di lavoro, avvenuta a seguito di un presunto trasferimento di ramo d'azienda tra la società cedente e una società terza. La Corte d'Appello ha dichiarato inefficace il trasferimento per mancanza di autonomia funzionale del ramo ceduto, qualificato come semplice esternalizzazione di servizi. La società cedente ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il lavoratore avesse prestato consenso tacito lavorando per dieci anni presso la nuova azienda. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la continuazione del lavoro rispondeva solo alla necessità di sostentamento. Inoltre, ha ribadito che il trasferimento di ramo d'azienda richiede che la parte ceduta sia capace di raggiungere uno scopo produttivo con i propri mezzi già al momento della cessione. Il lavoratore ha quindi vinto la causa, mantenendo il diritto al rapporto con la società originaria.
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Incentivo all’esodo: la tredicesima spetta anche se c’è l’accordo
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il ricalcolo della somma ricevuta per la cessazione del rapporto di lavoro, sostenendo che nel calcolo dell'incentivo all'esodo dovesse essere inclusa anche la tredicesima mensilità. L'Ente Pubblico si è opposto, ritenendo che l'accordo individuale firmato dalle parti escludesse tale voce e che una legge regionale interpretativa ne escludesse la computabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ente Pubblico. I giudici hanno chiarito che la nozione di retribuzione lorda include sempre la tredicesima mensilità. Inoltre, la dichiarazione di incostituzionalità della norma regionale retroattiva ha effetto retroattivo (ex tunc) sui giudizi ancora in corso. L'Ente Pubblico è stato quindi condannato a pagare le spese di giudizio e a ricalcolare la somma spettante al lavoratore.
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Decadenza dal beneficio del termine: l’accordo privato evita il fallimento
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di una Società Debitrice contro la dichiarazione del proprio fallimento. Il Creditore aveva richiesto il fallimento basandosi su un debito residuo di 30.000 euro derivante da una cessione di quote. Tuttavia, il contratto prevedeva la decadenza dal beneficio del termine, con l'obbligo di pagare tutto subito, solo in caso di mancato pagamento di due rate consecutive. Poiché l'ultima rata da 15.000 euro non era ancora scaduta al momento della sentenza di fallimento, il debito effettivamente scaduto era solo di 15.000 euro. La Suprema Corte ha stabilito che l'accordo privato prevale sulla regola generale dell'articolo 1186 del Codice Civile. Di conseguenza, non essendo stata superata la soglia di fallibilità di 30.000 euro allora vigente, il fallimento non poteva essere dichiarato.
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Delegazione di pagamento: lavori eseguiti senza credito diretto
Un'impresa esecutrice ha realizzato opere di ristrutturazione su un immobile concesso in locazione finanziaria. I lavori erano stati commissionati dall'utilizzatore dell'immobile. L'impresa ha richiesto il pagamento direttamente alla società di leasing proprietaria, ottenendo un decreto ingiuntivo. La Corte di Cassazione ha confermato la revoca del decreto ingiuntivo, stabilendo che tra la società di leasing e l'utilizzatore si era configurata una semplice delegazione di pagamento. Questo accordo non attribuisce all'impresa esecutrice alcun diritto di credito diretto verso la società di leasing, che rimane un soggetto terzo estraneo al contratto di appalto originario. Di conseguenza, l'impresa non può pretendere il pagamento direttamente dal concedente del leasing, dovendo rivolgersi esclusivamente all'utilizzatore che ha commissionato i lavori.
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Prescrizione contributi INPS: l’accertamento fiscale blocca tutto
Un commerciante ha impugnato l'obbligo di pagare i contributi previdenziali omessi alla Gestione commercianti, sostenendo che il diritto dell'ente fosse prescritto. L'INPS aveva calcolato le somme basandosi su un accertamento dell'Agenzia delle Entrate, poi confluito in una conciliazione fiscale che riduceva il reddito accertato, il quale superava comunque la soglia massima di contribuzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la notifica dell'accertamento fiscale interrompe validamente la prescrizione contributi INPS. Il ricorrente perde la causa e deve pagare i contributi dovuti oltre alle spese legali.
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Contratto a favore di terzo: i diritti vincolano alle regole
Un imprenditore e una società associata stipulano un'associazione in partecipazione per la gestione di una farmacia, prevedendo che la proprietà possa essere trasferita a un soggetto terzo designato. Quest'ultimo, una volta nominato, richiede il trasferimento della farmacia in tribunale. Tuttavia, il contratto originario conteneva una clausola compromissoria per devolvere le liti ad arbitri. La Cassazione rigetta il ricorso delle società, stabilendo che la clausola arbitrale contenuta in un contratto a favore di terzo si applica anche al beneficiario che decide di avvalersi dell'accordo. Avendo gli arbitri già liquidato la restituzione del capitale, non è possibile chiedere anche il trasferimento dell'attività. Vince l'imprenditore originario.
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