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Art. 133 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1621 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso in Cassazione
L'Imputato, a seguito della condanna in primo grado, ha concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale. La Corte d'Appello ha quindi rideterminato la sanzione a tre anni e cinque mesi di reclusione, oltre alla multa di cinquemilaottocento euro. Successivamente, il legale dell'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura della pena e la mancanza di motivazione sulla sua funzione rieducativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la scelta di accedere al concordato in appello comporta la rinuncia preventiva alle contestazioni di merito sul calcolo della sanzione. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione condizionale della pena accordata in Cassazione
L'Imputato è stato condannato a due anni di reclusione per reati tributari. Il difensore ha depositato una memoria per chiedere la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna. La Corte d'Appello ha rideterminato la sanzione, ma ha ignorato le richieste sui benefici di legge. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione denunciando il difetto assoluto di motivazione. I giudici di legittimità hanno accolto la censura. Poiché la richiesta era stata formulata ed esistevano i requisiti di incensuratezza e limite di pena, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza e ha concesso direttamente la sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziale.
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Ricettazione di auto rubata: nega i fatti ma perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna nei confronti di un uomo imputato per il reato di ricettazione di auto rubata e per l'uso di apparecchiature idonee a disturbare le comunicazioni telefoniche e i segnali di localizzazione. La polizia giudiziaria lo aveva sorpreso mentre guidava un veicolo rubato verso l'interno di un capannone per occultarlo sotto un telone. A bordo dell'autovettura gli agenti avevano trovato una chiave non originale e un dispositivo jammer per inibire i tracciamenti. L'imputato aveva sostenuto di essere arrivato con un altro mezzo, ma i giudici hanno ritenuto la sua versione incompatibile con i pedinamenti svolti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, evidenziando che i motivi miravano a una inammissibile rilettura dei fatti. L'uomo deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Esercizio arbitrario delle proprie ragioni o estorsione
Un uomo ha minacciato la sorella per farsi consegnare i gioielli della madre defunta, sostenendo di dover sostenere le spese del funerale e tutelare l'eredità. I giudici di merito lo hanno condannato per tentata estorsione. L'imputato ha proposto ricorso chiedendo di qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, chiarendo il confine tra i due reati. La distinzione risiede nell'elemento soggettivo: se l'agente ritiene in buona fede e ragionevolmente di tutelare un diritto azionabile davanti al giudice, si configura l'esercizio arbitrario delle proprie ragioni e non l'estorsione. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte d'appello per un nuovo giudizio.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la rapina
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di rapina aggravata. Gli elementi di prova includono l'uso dell'autovettura abituale dell'Imputato, il rinvenimento presso la sua abitazione di un giubbotto compatibile con quello indossato dal rapinatore e il riconoscimento effettuato dalla Coniuge durante una conversazione intercettata. L'Imputato ha proposto ricorso lamentando vizi di motivazione sull'identificazione del responsabile e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha rigettato le censure difensive, stabilendo l'Inammissibilità del ricorso per cassazione per aspecificità dei motivi e difetto di elementi favorevoli utili a ridurre la pena. L'Imputato deve pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Breve evasione e particolare tenuità del fatto: la Cassazione
L'Imputato, sottoposto a misura detentiva domiciliare, risultava assente al controllo dei carabinieri alle ore dieci, ma faceva rientro dopo soli quindici minuti. La Corte d'Appello confermava la condanna per evasione, negando la particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali dell'uomo e della sua mancata confessione. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione, evidenziando che i precedenti penali riguardavano reati del tutto diversi e non di medesima indole. Inoltre, i giudici supremi hanno ribadito che la mancata confessione non può essere usata contro l'imputato e che la brevità dell'allontanamento richiede una valutazione approfondita. La causa torna in appello per un nuovo giudizio.
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Non menzione della condanna: la Cassazione corregge il silenzio
Una commerciante viene condannata per ricettazione e vendita di prodotti industriali con marchi contraffatti. Il giudice di primo grado le concede la sospensione condizionale della pena sulla base della sua incensuratezza e di una prognosi favorevole sul futuro comportamento. La donna impugna la decisione chiedendo anche la non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, ma la Corte d'Appello conferma la condanna omettendo qualsiasi motivazione sulla richiesta del beneficio. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso, stabilendo che i medesimi elementi positivi usati per la sospensione della pena giustificano la concedibilità dell'ulteriore beneficio. Senza bisogno di nuovi accertamenti di fatto, la Suprema Corte annulla la sentenza senza rinvio e riconosce direttamente la non menzione della condanna.
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Ricettazione di materiale rubato: senza scuse scatta la condanna
Due individui venivano fermati durante un controllo stradale a bordo di un veicolo appartenente a terzi. Nel bagagliaio trasportavano ventidue apparecchiature pubbliche per l'irrigazione sottratte a un ente locale, del valore stimato tra 600 e 800 euro, insieme ad attrezzi da scasso. Gli imputati non fornivano alcuna giustificazione sulla provenienza dei beni. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per la ricettazione di materiale rubato, dichiarando inammissibile il ricorso della difesa. I giudici hanno chiarito che chi viene sorpreso in possesso di merce illecita senza fornire spiegazioni credibili risponde del reato, poiché da tale condotta si desume la consapevolezza dell'origine delittuosa. La Cassazione ha negato sia l'ipotesi di lieve entità sia la particolare tenuità del fatto, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso in Cassazione
Due soggetti condannati per tentata estorsione e ricettazione hanno concordato la pena nel giudizio di secondo grado. Successivamente, gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e la mancata considerazione della loro condotta post-fatto. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta una rinuncia preventiva ai motivi di impugnazione non concordati. Di conseguenza, non è possibile contestare in sede di legittimità il calcolo della pena o il diniego delle attenuanti se si è stretta un'intesa sulla sanzione. Gli imputati sono stati quindi condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Domicilio errato ma valida notifica al difensore: condanna ferma
Due imputati subiscono una condanna per plurimi episodi di ricettazione di autovetture rubate e destinate allo smantellamento. Uno dei condannati impugna la decisione sostenendo la nullità degli atti per un vizio nell'indirizzo indicato e contestando la conseguente notifica al difensore. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici stabiliscono che l'attestazione della polizia fa piena fede fino a querela di falso. Se il recapito dichiarato risulta inesistente o inidoneo, l'ufficiale giudiziario esegue legittimamente la notifica al difensore senza dover svolgere ulteriori ricerche anagrafiche. I giudici confermano inoltre l'aggravante della recidiva per la persistente inclinazione al delitto e ritengono congrua la pena inflitta, comminando una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende per inammissibilità.
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Attenuante lieve entità estorsione: ricorso accolto
L'Imputato subiva una condanna per il reato di estorsione di duecentocinquanta euro. Il suo difensore chiedeva la riduzione della pena invocando l'attenuante lieve entità estorsione, introdotta da una pronuncia della Corte Costituzionale. La Corte d'Appello dichiarava la richiesta tardiva e infondata, limitandosi a considerare la somma estorta. L'Imputato ricorreva quindi in Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, chiarificando due elementi fondamentali: la richiesta tramite motivi aggiunti era tempestiva poiché presentata alla prima occasione utile dopo la sentenza costituzionale; inoltre, la valutazione della lieve entità non deve limitarsi al solo danno economico, ma deve analizzare l'intero contesto dell'azione, l'assenza di organizzazione e la modesta entità della minaccia. La Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente all'attenuante, rinviando il caso per un nuovo giudizio.
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Doppia conforme di condanna: quando il ricorso viene rigettato
L'Imputata propone ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che confermava la condanna di primo grado. La difesa lamenta irregolarità nella notifica dell'avviso di udienza, travisamento delle prove sull'identificazione, mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e mancata sostituzione della pena detentiva. La Suprema Corte rigetta integralmente il ricorso. Riguardo alle notifiche, rileva l'assenza di un pregiudizio concreto per la difesa. Sui vizi di motivazione e di prova, la Corte evidenzia la presenza di una doppia conforme di condanna, che preclude un nuovo esame del merito in sede di legittimità se le motivazioni dei primi due gradi si integrano coerentemente. Infine, i numerosi precedenti penali e la gravità dei fatti giustificano il diniego delle attenuanti e delle pene sostitutive. L'Imputata viene condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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Vizio di motivazione: condanna annullata e ricorsi respinti
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di tre imputati accusati di reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Per i primi due ricorrenti, i giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne: le loro difese contestavano la ricostruzione dei fatti senza confrontarsi con le prove decisive raccolte dalle forze dell'ordine, come le videoriprese. Al contrario, per il terzo imputato la Suprema Corte ha riscontrato un evidente vizio di motivazione. I giudici di merito lo avevano condannato per tre episodi di spaccio senza tuttavia specificare quali singole cessioni fossero state provate rispetto ai nove episodi inizialmente contestati. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza nei confronti di questo terzo imputato, rinviando la decisione a un'altra sezione della Corte d'Appello.
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Frode informatica: conto usato e prelievi portano alla condanna
Un soggetto viene condannato per il reato di frode informatica dopo aver ricevuto cospicue somme di denaro, pari a circa 88.000 euro, su strumenti di pagamento e conti correnti a lui intestati. I soldi derivavano da truffe telematiche ai danni di ignari cittadini. L'imputato aveva subito svuotato i conti prelevando il contante. La difesa sostiene l'estraneità dell'uomo al reato principale per mancanza di collegamenti con gli indirizzi IP e con le vittime. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. La Suprema Corte stabilisce che chi mette a disposizione i propri conti e preleva immediatamente il provento risponde di concorso nella frode informatica. Spetta al titolare del conto dimostrare l'eventuale estraneità ai fatti. L'imputato deve pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Usura aggravata: condannati i creditori che sfruttano la crisi
Due fratelli hanno erogato prestiti con tassi sproporzionati a un lavoratore agricolo in grave sofferenza economica, configurando il reato di usura aggravata. La vittima, a cui la banca aveva negato credito dopo il mancato pagamento di un mutuo, non aveva fondi nemmeno per comprare il carburante necessario al lavoro. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione sostenendo l'insussistenza dello stato di bisogno e l'assenza della qualifica di imprenditore, dato che l'azienda era intestata alla moglie. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno confermato le aggravanti, precisando che lo stato di bisogno riguarda la pressione psicologica e che l'aggravante dell'attività imprenditoriale si applica anche se la ditta è formalmente intestata al coniuge, purché i fondi servano all'impresa. Gli imputati dovranno pagare le spese processuali e un'ammenda.
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Appropriazione indebita del dipendente: fiducia tradita e pena
Un lavoratore addetto alla gestione di un centro scommesse si è impossessato indebitamente di circa venticinquemila euro della società datrice di lavoro. Condannato nei primi due gradi di giudizio, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la prescrizione del reato, l'insussistenza dell'aggravante dell'abuso di prestazione d'opera e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i termini di prescrizione non erano maturati a causa delle sospensioni previste dalla legge. Inoltre, le mansioni fiduciarie del lavoratore a contatto con il denaro giustificano la condotta contestata, mentre la gravità del danno economico impedisce la concessione delle attenuanti. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio, al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende e al risarcimento delle spese legali della società. Viene stabilita così la piena responsabilità per il reato di appropriazione indebita del dipendente.
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Truffa del finto professionista: condanna e raggiri
Un uomo si è spacciato per un consulente e legale abilitato, ingannando due cittadini e facendosi versare somme di denaro con la promessa di gestire pratiche giudiziarie mai esistite. Per coprire il raggiro, l'imputato ha fornito false garanzie e giustificazioni protratte nel tempo. Una volta scoperto l'inganno, le vittime hanno sposto denuncia. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per la Truffa del finto professionista, stabilendo che il termine di tre mesi per sporgere querela decorre solo dalla piena e certa consapevolezza del reato e non da meri sospetti. Chi crea una copertura fraudolenta per nascondere il reato non può eccepire la tardività della denuncia. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Indebito utilizzo di carte di credito: valida la condanna
Tre soggetti utilizzano la carta di pagamento sottratta a un cittadino per compiere acquisti non di prima necessità in vari negozi. La Corte d'Appello condanna gli autori per il reato di indebito utilizzo di carte di credito, basandosi sulle ricognizioni fotografiche, sui filmati di videosorveglianza, sulla targa dell'auto e sui tabulati telefonici. Gli imputati ricorrono in Cassazione contestando l'attendibilità dei testimoni e sottolineando il risarcimento già coperto dall'assicurazione della vittima. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici confermano la validità delle prove e chiariscono che il risarcimento assicurativo non elimina la responsabilità civile per i danni. I tre ricorrenti pagano le spese processuali, la sanzione alla Cassa delle Ammende e le spese legali della parte civile.
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Concordato in appello: no al ricorso per la pena trattata
Due imputati presentano ricorso in Cassazione dopo aver stipulato un concordato in appello. L'accordo stabiliva la pena di quattro anni di reclusione e una multa. Gli imputati contestano la gravità della sanzione e chiedono il riconoscimento della continuazione con precedenti reati già giudicati. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. Nel concordato in appello le parti stipulano un patto non modificabile unilateralmente, salvo vizi sulla formazione della volontà o difformità della decisione. Inoltre, per ottenere il reato continuato, l'imputato deve allegare le precedenti sentenze di condanna per il principio di autosufficienza. I ricorrenti perdono il giudizio e subiscono la condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Usa documento altrui per il volo: scatta la ricettazione
Un passeggero ha esibito ai controlli aeroportuali un documento appartenente a una terza persona per imbarcarsi su un aereo. Il legittimo proprietario aveva denunciato il furto del titolo. I giudici di merito hanno condannato l'uomo per la ricettazione del permesso di soggiorno. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione sostenendo l'assenza di prova del furto prima del controllo, l'impossibilità di difendersi per barriere linguistiche e la lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il delitto presupposto precede logicamente l'uso del bene rubato e il silenzio serbato nel processo dimostra la consapevolezza dell'origine illecita. L'uso concreto del documento altrui impedisce il riconoscimento della particolare tenuità del fatto.
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