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Art. 133 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1621 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Giustizia riparativa e rapina: quando la pena è già al minimo
L'Imputato è stato condannato per rapina pluriaggravata e lesioni personali alla pena di quattro anni e un mese di reclusione. Il suo difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento di alcune attenuanti, il mancato rilievo di un accordo di patteggiamento non andato a buon fine e l'omessa valutazione della richiesta di accesso ai programmi di giustizia riparativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accesso alla giustizia riparativa richiede un interesse concreto. Nel caso specifico, poiché la pena era già stata determinata nel minimo di legge grazie al bilanciamento favorevole delle attenuanti, non vi era alcuno spazio per un'ulteriore riduzione della sanzione, escludendo così qualsiasi utilità pratica nell'attivare il percorso riparativo.
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Confisca allargata: conti correnti salvi se il reddito è lecito
Un uomo, condannato per usura e associazione a delinquere, ha impugnato la confisca del proprio conto corrente, di quello della convivente e di alcuni veicoli intestati all'ex moglie. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la decisione limitatamente alla confisca del conto corrente del condannato. I giudici hanno chiarito che, in tema di confisca allargata, la sproporzione patrimoniale va valutata al momento dei singoli acquisti e non si possono confiscare somme di provenienza lecita (come lo stipendio) solo perché il condannato viveva con proventi illeciti. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibili i motivi sui beni dei terzi, poiché l'imputato non ha la legittimazione a impugnare la confisca di beni non suoi. Il caso torna in Appello per un nuovo esame del conto corrente.
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Clan e finto debito: estorsione aggravata dal metodo mafioso
Due soggetti sono stati condannati per il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Gli imputati avevano costretto la vittima, sotto minaccia, a pagare cinquantamila euro per saldare un finto debito del padre verso un noto clan della 'ndrangheta. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dei ricorrenti. I giudici hanno chiarito che l'evocazione del clan criminale integra pienamente l'aggravante mafiosa, poiché sfrutta la forza intimidatrice dell'associazione per piegare la volontà della vittima. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del primo imputato e dichiarato inammissibile quello del secondo, confermando l'attendibilità della vittima e la legittimità del diniego di riaprire l'istruttoria in appello. Entrambi i condannati dovranno pagare le spese processuali.
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Sostituzione di persona: condannato l’omonimo che ruba i titoli
Un uomo riceve per errore postale una lettera della banca indirizzata a un omonimo residente nella stessa via, riguardante un investimento di dodicimila euro. Approfittando dell'omonimia, l'uomo richiede il rimborso totale dei titoli fingendosi il reale proprietario. La Corte di Cassazione conferma la condanna per truffa e per il reato di sostituzione di persona. I giudici chiariscono che l'inganno sussiste anche se il colpevole usa il proprio vero nome, poiché si è attribuito la qualità di titolare del rapporto finanziario che non gli spettava. Il ricorso viene dichiarato inammissibile, confermando la responsabilità penale e condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata estorsione aggravata: condannati padre e figlio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentata estorsione aggravata a carico di due soggetti, padre e figlio, che avevano minacciato e pedinato la vittima per costringerla a pagare una somma di denaro. La difesa contestava la mancanza di prove sulla condotta intimidatoria e sul ruolo del figlio. La Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno evidenziato che le intercettazioni telefoniche e ambientali provavano in modo inequivocabile la pianificazione di un'aggressione fisica e il monitoraggio costante della vittima. Il figlio ha partecipato attivamente ai pedinamenti. Di conseguenza, la gravità dei fatti giustifica la condanna e il diniego del beneficio della non menzione.
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Ricettazione: condannato chi dichiara il falso ritrovamento
Il ricorrente è stato condannato per il reato di ricettazione di svariati materiali industriali, tra cui schede madri e metalli. La difesa ha sostenuto che l'imputato avesse solo raccolto i beni abbandonati in un campo o che la condotta andasse qualificata come favoreggiamento. Ha inoltre contestato il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la provenienza illecita dei beni era provata e che le versioni degli imputati erano contraddittorie. Inoltre, per escludere la ricettazione di lieve entità, il giudice può legittimamente considerare non solo il valore economico della merce, ma anche i numerosi precedenti penali dell'imputato, che ne dimostrano la pericolosità sociale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Danneggiamento aggravato: condannato anche chi presta l’auto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per il reato di danneggiamento aggravato di un'autovettura, distrutta tramite incendio. Il primo soggetto, identificato grazie alle telecamere e alla sua postura ritorsiva, ha materialmente appiccato il fuoco per vendetta contro un poliziotto. Il secondo soggetto ha concorso nel reato fornendo la propria auto per l'esecuzione del piano. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei difensori, ribadendo che il giudice di legittimità non può rivalutare i fatti già accertati nei gradi di merito se la motivazione è logica e coerente. Inoltre, ha confermato il diniego delle attenuanti generiche dovuto alla gravità del fatto e alla pericolosità sociale dei colpevoli, condannandoli anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rapina pluriaggravata: condanna annullata per un tatuaggio
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di due soggetti condannati per vari reati, tra cui una rapina pluriaggravata, spaccio di droga e tentata estorsione. Per il Primo Imputato, la Corte ha confermato la condanna e negato le attenuanti generiche, ritenendo la giovane età e l'incensuratezza insufficienti a fronte della gravità dei fatti. Per il Secondo Imputato, la Cassazione ha invece annullato la condanna per la rapina pluriaggravata con rinvio a una nuova sezione della Corte d'Appello. I giudici hanno rilevato gravi lacune logiche nelle prove, come la mancata descrizione di un tatuaggio visibile sul braccio dell'imputato da parte delle vittime e l'inattendibilità della chiamata in correità per sentito dire. Restano invece confermate le condanne dello stesso imputato per i reati di droga ed estorsione.
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Insolvenza fraudolenta al casello: condannata l’automobilista
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'automobilista condannata per il reato di insolvenza fraudolenta. L'imputata aveva ripetutamente transitato ai caselli autostradali senza pagare il pedaggio, dichiarando falsamente al personale la propria impossibilità temporanea di adempiere. La difesa contestava l'identificazione della conducente, la quantificazione della pena e la validità della querela. I giudici hanno chiarito che il mancato pagamento del pedaggio, dissimulando l'insolvenza, integra pienamente il reato contestato. Inoltre, la costituzione di parte civile della società autostradale equivale a una valida querela, manifestando la chiara volontà di punire il colpevole. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: vietato pentirsi della pena
Due imputati concordano con il pubblico ministero una pena superiore a tre anni di reclusione tramite patteggiamento. Successivamente, il loro difensore presenta un ricorso in Cassazione contestando la gravità della pena e la mancanza di motivazione del giudice. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che il ricorso contro il patteggiamento è ammesso solo in casi tassativi, come l'illegalità della pena o vizi della volontà. L'imputato non può lamentarsi dell'entità di una sanzione che egli stesso ha liberamente concordato e accettato. Di conseguenza, i ricorrenti vengono condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche: condannata
L'Imputata è stata condannata a due anni di reclusione per il reato di truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, legato alla percezione indebita del reddito di cittadinanza, con confisca di oltre cinquemila euro. La Corte d'appello aveva accertato la falsità delle dichiarazioni fornite tramite la compilazione del modulo INPS. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la chiarezza dei moduli, l'elemento soggettivo e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I motivi di ricorso sono stati ritenuti generici e cumulativi. Inoltre, i giudici hanno confermato la legittimità del diniego delle attenuanti generiche, giustificato dalla presenza di un grave precedente penale per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, elemento ritenuto decisivo e assorbente rispetto a qualsiasi valutazione di elementi favorevoli.
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Recidiva infraquinquennale: condanna per nuova occupazione
L'Imputata ha proposto ricorso contro la sentenza d'appello che confermava la sua condanna per occupazione abusiva di immobili, applicando l'aggravante della recidiva infraquinquennale. La difesa contestava il calcolo dei cinque anni e l'omogeneità dei reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, per l'applicazione della recidiva infraquinquennale, il termine di cinque anni decorre dal passaggio in giudicato della precedente condanna e non dalla data di commissione del reato anteriore. Inoltre, ha confermato che i reati sono della stessa indole se presentano caratteri comuni concreti. L'Imputata perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve entità stupefacenti: impronta singola ma condanna intera
L'Imputato è stato condannato per detenzione di marijuana dopo il ritrovamento di quattro buste di droga in un giardino condominiale chiuso. Solo una busta recava le sue impronte digitali, per un peso inferiore a cento grammi. L'Imputato ha richiesto l'applicazione della circostanza della lieve entità stupefacenti, sostenendo che la restante droga appartenesse ad altri. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che il contesto complessivo, caratterizzato da un nascondiglio comune e dall'assenza di segni distintivi sulle confezioni, dimostra un accordo tacito tra i detentori. Di conseguenza, la gravità complessiva dell'azione esclude la lieve entità stupefacenti, confermando la condanna e l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo.
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Reato di ricettazione: merce rubata e condanna confermata
L'Imputata è stata condannata per concorso nel reato di ricettazione a seguito del ritrovamento, nella sua abitazione, di un ingente quantitativo di merce rubata in un centro commerciale. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata specificazione dei beni sequestrati e il diniego della qualificazione del fatto come di lieve entità, oltre alla mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Corte ha chiarito che l'ingente valore della merce esclude la particolare tenuità e che il diniego delle attenuanti è giustificato dall'inserimento stabile dell'Imputata in un contesto criminale. L'Imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Occupazione abusiva di immobile: nessun beneficio senza rilascio
L'Occupante di un alloggio di edilizia residenziale pubblica, condannata in appello a otto mesi di reclusione per occupazione abusiva di immobile, ha proposto ricorso per Cassazione. La ricorrente ha invocato l'applicazione della particolare tenuità del fatto e il beneficio della non menzione della condanna, evidenziando il pagamento delle utenze e dei canoni. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, precisando che la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto è incompatibile con i reati permanenti finché la condotta illecita è in corso. Inoltre, la natura pluriennale dell'occupazione abusiva e l'assenza di reale risarcimento escludono la concessione della non menzione. L'Occupante perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Appropriazione indebita: noleggia l’auto e la subnoleggia subito
Un uomo ha noleggiato un'auto da una nota società per una sola settimana, ma lo stesso giorno l'ha subnoleggiata a un terzo per oltre due mesi, per poi farla intestare a un'altra persona ancora. Di fronte alla richiesta di restituzione del veicolo, l'uomo non ha mai risposto. Accusato di appropriazione indebita, la difesa ha sostenuto che la responsabilità fosse del subnoleggiatore e ha chiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che l'atto di subnoleggiare l'auto per un periodo superiore a quello del proprio contratto dimostra la chiara volontà di comportarsi come proprietario del bene, integrando pienamente il reato.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ripensamenti
Il caso riguarda un imputato condannato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte d'appello, accogliendo il concordato in appello, aveva ridotto la pena a due anni di reclusione e tremila euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione della sua giovane età e incensuratezza nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un concordato in appello, non è possibile contestare la misura della pena concordata tra le parti, a meno che non si tratti di una sanzione illegale. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinnovazione dell’istruttoria: da assolti a condannati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per rapina aggravata a carico di due soggetti, convalidando la decisione d'appello che aveva ribaltato l'assoluzione di primo grado. I giudici di secondo grado avevano disposto la rinnovazione dell'istruttoria per riascoltare la persona offesa, ritenuta decisiva per accertare la responsabilità degli imputati. La Suprema Corte ha chiarito che, in caso di appello del pubblico ministero contro un'assoluzione basata sulla scarsa credibilità di un testimone, il giudice d'appello deve obbligatoriamente procedere alla rinnovazione dell'istruttoria per esaminare nuovamente il dichiarante. I ricorsi degli imputati sono stati rigettati, con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali.
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Rapina pluriaggravata: incastrato dai social network
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un giovane condannato per una rapina pluriaggravata ai danni di una banca. La difesa contestava l'identificazione dell'imputato, basata su indizi come i fotogrammi della videosorveglianza, l'uso di una piccola utilitaria e alcune intercettazioni. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo gli indizi precisi e concordanti. In particolare, le intercettazioni in cui l'imputato ammetteva di essersi disfatto dei vestiti usati nel colpo e le foto pubblicate su un social network hanno fornito una prova schiacciante. I giudici hanno inoltre negato le attenuanti generiche, evidenziando la freddezza del giovane nel tenere in ostaggio i presenti per mezz'ora e la sua spiccata propensione a delinquere.
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Dolo di ricettazione: tra scambi di lusso e registri distrutti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre soggetti condannati per ricettazione, riciclaggio e falsità in registri legati al commercio di oro. Un acquirente aveva comprato gioielli preziosi senza registrarli, sostenendo di averli scambiati con un orologio di lusso. Un gestore di negozi aveva acquistato semilavorati industriali d'oro, distruggendo i registri e conservando strumenti di fusione in casa. Una legale rappresentante aveva inserito dati falsi nei registri dell'attività. La Suprema Corte ha confermato la condanna dei ricorrenti. I giudici hanno ribadito che il dolo di ricettazione si configura come dolo eventuale quando l'acquirente accetta consapevolmente il rischio della provenienza illecita dei beni, specialmente in presenza di mancate registrazioni e giustificazioni inverosimili. I ricorrenti devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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