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Art. 133 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1621 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Truffa e particolare tenuità del fatto: negato il beneficio
L'Imputato, condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e contestando la misura della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto può essere negata implicitamente se la gravità del reato emerge chiaramente dalla complessiva struttura della sentenza d'appello. Inoltre, in presenza di una doppia conforme, non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Infine, le questioni sulla pena non sollevate in appello non possono essere proposte per la prima volta in Cassazione. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Obbligo di motivazione della sentenza: tra condanna e rinvio
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per estorsione e altri reati. Alcuni imputati avevano rinunciato a parte dei motivi di appello, mentre altri lamentavano la totale mancanza di risposta alle loro difese. La Suprema Corte ha chiarito che l'obbligo di motivazione della sentenza è fondamentale: il giudice d'appello non può usare formule generiche o collettive per determinare la pena, né ignorare le specifiche contestazioni non rinunciate. Di conseguenza, la Cassazione ha accolto i ricorsi di tre imputati, annullando la sentenza con rinvio per un nuovo esame su tali punti. Al contrario, ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri imputati che avevano riproposto pedissequamente i motivi d'appello o che avevano validamente rinunciato alle contestazioni di merito.
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Ricettazione di autovettura: smascherato il falso incidente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e tre mesi di reclusione per due soggetti accusati di concorso in ricettazione di autovettura e di una carta di circolazione di provenienza furtiva. I giudici hanno respinto i ricorsi dei condannati, ritenendo infondate le lamentele sulla sostituzione del difensore di fiducia con uno d'ufficio e sulla mancata concessione delle attenuanti generiche. In particolare, la consapevolezza della provenienza illecita del veicolo è stata provata tramite intercettazioni telefoniche, in cui uno dei complici suggeriva di inventare un falso incidente stradale per giustificare il possesso del mezzo. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Da tentato furto a tentata rapina impropria: la fuga violenta
Un uomo si introduce di notte in un cantiere per rubare rame e attrezzi. Sorpreso dalla polizia, fugge e aggredisce un agente per assicurarsi la fuga. La Corte d'appello lo condanna per tentata rapina impropria. L'imputato ricorre in Cassazione, sostenendo che si trattasse solo di tentato furto e che la violenza fosse avvenuta dopo una netta separazione temporale. La Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che la tentata rapina impropria si configura quando la violenza è usata subito dopo il tentativo di furto per assicurarsi l'impunità, anche in stato di quasi flagranza. Inoltre, l'uso dei precedenti penali sia per applicare la recidiva sia per negare le attenuanti generiche è pienamente legittimo. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rapina pluriaggravata: la Cassazione nega sconti sulla pena
Due soggetti sono stati condannati per una rapina pluriaggravata ai danni di una farmacia, commessa con armi, volto coperto e in concorso tra loro. La Corte d'appello ha inflitto a entrambi la pena di quattro anni di reclusione e mille euro di multa, applicando lo sconto per il rito abbreviato e bilanciando le circostanze. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando una disparità di trattamento nella concessione delle attenuanti generiche e contestando il calcolo della pena base superiore al minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che la graduazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito e che la compresenza di più aggravanti giustifica una sanzione più severa per la maggiore pericolosità della condotta.
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Concorso in tentata estorsione: punito anche il complice silente
Due coniugi acquistano una villetta all'asta. Il precedente proprietario e un suo complice li minacciano per costringerli a rivendere l'immobile. Il complice sostiene di essere stato solo un testimone silenzioso, configurando una connivenza non punibile. Tuttavia, durante l'incontro, l'uomo interviene suggerendo alle vittime di prendersi del tempo per pensare, rafforzando così la minaccia del primo. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso dell'uomo, confermando la condanna per concorso in tentata estorsione. La Corte chiarisce che la semplice presenza fisica, se accompagnata da parole che incoraggiano l'azione criminosa o aumentano la pressione psicologica sulla vittima, costituisce un contributo attivo e configura il reato.
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Ricettazione di documenti falsi: finta identità e condanna vera
L'Imputato è stato fermato durante un controllo stradale mentre esibiva una carta d'identità contraffatta intestata a un'altra persona e possedeva una carta bancomat con falsa intestazione. Condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di ricettazione di documenti falsi, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha contestato la mancata concessione dell'attenuante della lieve entità e l'utilizzo di elementi probatori non corretti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità del fatto, evidenziando la pericolosità sociale dell'uomo, gravato da numerosi precedenti penali per truffa e falso. L'Imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Rapina aggravata: condanna confermata pur senza confessione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna per rapina aggravata e porto ingiustificato di armi. L'Imputato contestava l'uso di un cacciavite come reato autonomo rispetto alla rapina e l'utilizzabilità delle sue dichiarazioni spontanee alla polizia. I giudici hanno chiarito che l'uso dell'arma nella rapina aggravata non assorbe il reato di porto abusivo, poiché tutelano beni giuridici differenti. Inoltre, anche escludendo le dichiarazioni spontanee, la colpevolezza è confermata da prove schiaccianti come i filmati di videosorveglianza e il sequestro di indumenti corrispondenti a quelli del rapinatore. L'Imputato perde la causa e viene condannato alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Sequestro di persona: la fuga della vittima conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per diversi reati, tra cui il sequestro di persona e l'estorsione. L'imputato aveva costretto una vittima a salire in auto, colpendola e spingendola a lanciarsi dal mezzo in movimento, e aveva estorto il passaggio di proprietà di un veicolo a un'altra persona. La difesa contestava la ricostruzione dei fatti e l'applicazione della pena. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di una doppia decisione conforme dei giudici di merito, non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in sede di legittimità. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso principale impedisce di far valere la mancanza di querela introdotta dalle recenti riforme per alcuni reati minori. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pena pecuniaria sostitutiva: no alla povertà, pesa la recidiva
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino contro la decisione della Corte di appello che gli aveva negato la sostituzione della pena detentiva. Il ricorrente sosteneva che il diniego fosse basato unicamente sulle sue precarie condizioni economiche. I giudici di legittimità hanno invece chiarito che la pena pecuniaria sostitutiva è stata legittimamente negata. La decisione non si è fondata solo sulla sua incapacità finanziaria, ma soprattutto sui suoi numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio. Questa condotta dimostra una spiccata tendenza a delinquere, rendendo la sanzione pecuniaria del tutto inefficace come strumento rieducativo e deterrente. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali.
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Carcere: particolare tenuità del fatto e reato prescritto
Un detenuto era stato condannato per il danneggiamento di una lavagna dell'amministrazione penitenziaria, del valore di 53 euro, interamente risarcito. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso fondato, poiché i giudici d'appello avevano negato il beneficio usando criteri errati e con una motivazione carente. Di conseguenza, non essendo il ricorso inammissibile, i giudici hanno potuto rilevare il decorso del tempo: il reato, commesso nel 2015, si era ormai estinto per prescrizione a fine 2022. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna.
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Reato di truffa: vendere beni inesistenti non è solo un debito
L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa per aver venduto beni inesistenti (elettrodomestici e un'auto) a prezzi stracciati, fingendo che provenissero da aste fallimentari, per poi sparire con il denaro delle vittime. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che si trattasse di un semplice inadempimento civile e contestando un errore materiale nel testo della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni delle vittime, se ritenute credibili e coerenti, possono da sole fondare la condanna per il reato di truffa. Inoltre, l'errore materiale sul nome non invalida l'atto se l'imputato ha potuto difendersi pienamente.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si può impugnare
L'Imputato, condannato per rapina in secondo grado, propone ricorso per cassazione contestando il calcolo della pena base. La Corte d'Appello aveva applicato la sanzione concordata tra le parti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un vero e proprio accordo processuale non modificabile unilateralmente. Di conseguenza, non è possibile contestare in Cassazione la misura della pena o i criteri di calcolo della stessa, a meno che la sanzione concordata non sia del tutto illegale. L'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di riciclaggio: non basta il possesso del mezzo alterato
Un uomo veniva condannato per il reato di riciclaggio poiché trovato in possesso di un trattore agricolo rubato con il telaio e il numero di motore alterati. La Corte d'appello riteneva provata la responsabilità basandosi su presunte attività di depistaggio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, annullando la sentenza con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che la semplice detenzione di un mezzo con dati identificativi contraffatti non basta a configurare il reato di riciclaggio in capo al detentore, se manca la prova che quest'ultimo abbia materialmente eseguito o concorso nell'alterazione. In assenza di tale prova, la condotta integra al massimo il meno grave reato di ricettazione.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della difesa
Il GIP applicava a Il Ricorrente la pena concordata per usura aggravata. Il Ricorrente proponeva ricorso per cassazione lamentando il difetto di motivazione sulla mancata verifica di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a tassativi motivi, quali la volontà, la qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Non è invece ammesso contestare la mancata verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, Il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa attestazione della presenza in servizio: condanna ferma
Una dipendente pubblica è stata condannata per truffa aggravata e falsa attestazione della presenza in servizio. La donna registrava manualmente orari di ingresso e uscita falsi, percependo anche compensi per straordinari mai svolti. La Polizia Municipale ha accertato l'assenza tramite appostamenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice, confermando la condanna penale e il risarcimento dei danni al Comune. I giudici hanno escluso l'errore materiale e la particolare tenuità del fatto, evidenziando la natura sistematica della condotta, il grave danno all'immagine dell'ente e la violazione del rapporto di fiducia. La ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa in concorso: condanna confermata ma si riapre il caso del 2006
Il caso riguarda una truffa in concorso ai danni di una donna, indotta a consegnare somme di denaro per un totale di circa 70.000 euro. La Corte d'Appello aveva dichiarato parzialmente prescritti i reati, rideterminando la pena per Il Ricorrente. Quest'ultimo ha impugnato la decisione, contestando il proprio coinvolgimento nella prima dazione di 10.000 euro avvenuta nel 2006 e l'attendibilità della vittima. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso, annullando la sentenza con rinvio limitatamente all'episodio del 2006 per carenza di motivazione sul ruolo del Ricorrente. Ha invece dichiarato inammissibile il resto del ricorso, confermando la colpevolezza per i fatti successivi e rimettendo la quantificazione del danno al giudice civile.
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Estorsione con minaccia implicita: condanna anche senza violenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione con minaccia implicita a carico di un uomo che esigeva il pagamento di un debito di droga. Il compagno della vittima aveva accumulato un debito e consegnato due auto come garanzia. Quando l'uomo è fuggito per paura, il creditore ha minacciato la donna prospettando l'intervento di un clan criminale se non avesse pagato diecimila euro o trasferito la proprietà dei veicoli. I Carabinieri hanno bloccato l'estorsore durante l'incontro per la consegna. La Suprema Corte ha stabilito che la minaccia, anche se indiretta o larvata, integra il reato se è idonea a incutere timore e a coartare la volontà della vittima. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna e infliggendo una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo non si contesta
L'Imputato ha concordato con il Pubblico Ministero una pena di quattro anni e otto mesi di reclusione per il reato di rapina. Successivamente, ha presentato un ricorso contro il patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione sulla congruità della pena applicata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di applicazione della pena su richiesta delle parti, l'impugnazione è limitata a casi tassativi, come l'illegalità della pena. La contestazione sulla misura concreta della sanzione o sul bilanciamento delle circostanze non rientra tra i motivi ammissibili. Di conseguenza, l'accordo originario resta valido e l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: radiatori rubati e condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di ricettazione. L'uomo aveva ricevuto e rivenduto, a scopo di lucro, decine di quintali di radiatori in ghisa rubati da una scuola dismessa. La difesa chiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato la gravità della condotta, escludendo la tenuità del fatto a causa dell'ingente valore della merce. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che il giudizio di legittimità non può rivalutare le prove già logicamente esaminate nei gradi precedenti. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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