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Art. 131-bis Codice Penale — Anno 2026

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2224 provvedimenti

Altri anni per Art. 131-bis Codice Penale

Reato di evasione: ricorso generico e sanzione pecuniaria
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione previsto dall'articolo 385 del codice penale. Il ricorrente contestava la valutazione delle prove, la propria responsabilità penale, il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la mancata concessione delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'inammissibilità totale dell'impugnazione. I motivi sollevati riproducevano mere censure già esaminate e respinte dai giudici di merito, senza un confronto critico con la motivazione della sentenza impugnata. L'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e la sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi tardivi
La Corte di Cassazione ha esaminato l'impugnazione proposta da L'Imputato, condannato in appello per reati di lieve entità legati agli stupefacenti a dieci mesi di reclusione e ottocento euro di multa. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto. I giudici supremi hanno rilevato la genericità della prima doglianza e la novità della seconda questione, mai sottoposta ai giudici di secondo grado. La Suprema Corte ha pertanto dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando integralmente la condanna precedente e imponendo a L'Imputato il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione annulla per errore sui fatti
La Corte di Cassazione ha annullato la condanna inflitta a un uomo per il reato di evasione dagli arresti domiciliari. Il tribunale di primo grado aveva assolto l'imputato per un primo episodio legato a motivi di lavoro, condannandolo invece per una seconda uscita finalizzata a controllare i pneumatici della propria auto. La Corte di Appello ha confermato la condanna scambiando erroneamente le giustificazioni dei due diversi episodi. I giudici di secondo grado hanno ritenuto contraddittoria la versione dell'imputato applicando la scusa del lavoro all'episodio delle gomme forate. I Supremi Giudici hanno rilevato un palese travisamento probatorio che ha impedito la corretta verifica dell'elemento soggettivo del reato e la valutazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
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Detenzione e spaccio di stupefacenti: l’uso personale non regge
I giudici hanno confermato la condanna inflitta a una persona sorpresa con marijuana, cocaina e un'arma impropria mentre si recava a un festival musicale. L'imputata sosteneva la destinazione a uso personale della droga e invocava la particolare tenuità del fatto per evitare la pena. I giudici hanno respinto la tesi difensiva. La quantità rilevante, la suddivisione delle dosi e la presenza contestuale di reati contro le forze dell'ordine e di porto abusivo d'armi hanno confermato la fattispecie di detenzione e spaccio di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando la ricorrente alle spese processuali e al pagamento di una sanzione pecuniaria.
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Telefoni in carcere ed esclusione della particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato per l'introduzione o detenzione non consentita di telefoni in istituto penitenziario, reato previsto dall'articolo 391-ter del codice penale. Il ricorrente chiedeva l'applicazione dell'esimente della particolare tenuità del fatto per evitare la sanzione penale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile: le censure presentate erano generiche e si limitavano a riproporre le medesime argomentazioni già valutate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, l'imputato perde la possibilità di vedere ridiscussa la condanna ed è condannato al pagamento delle spese di lite e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: risarcimento irrisorio e condanna
La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per i reati di violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale. L'Imputato ha provato a richiedere l'annullamento della condanna sostenendo l'avvenuta riparazione del danno, la particolare tenuità del fatto e la prescrizione dei reati. I giudici hanno respinto ogni tesi: l'offerta risarcitoria era del tutto irrisoria e non indirizzata all'ente di appartenenza del pubblico ufficiale, rendendo impossibile l'estinzione del reato o la concessione di attenuanti. Inoltre, la motivazione sul diniego della tenuità del fatto è risultata coerente e i termini di prescrizione non sono decorsi a causa delle sospensioni di legge. L'Imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto negata: confermata la condanna
Un imputato ha presentato ricorso per cassazione contro la condanna d'appello, lamentando la mancata concessione della non punibilità per particolare tenuità del fatto. La difesa ha sostenuto che i giudici di secondo grado non avessero motivato a sufficienza il rifiuto del beneficio. La Corte di Cassazione ha esaminato gli atti e ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che la sentenza impugnata conteneva una motivazione esaustiva, coerente e priva di vizi logici, fondata sull'elevata gravità della condotta contestata. Il ricorrente si è limitato a riproporre le stesse argomentazioni già respinte nel merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, obbligando l'interessato al pagamento delle spese legali del giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Indebita percezione del reddito di cittadinanza: resta il reato
Un cittadino ha presentato false dichiarazioni in due diverse occasioni per ottenere il sussidio statale, incassando illegittimamente oltre quattromilaquattrocento euro ai danni dell'ente pubblico. I giudici di merito lo hanno condannato alla pena di due anni e tre mesi di reclusione per indebita percezione del reddito di cittadinanza. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'abrogazione della norma incriminatrice e chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'abrogazione del beneficio non cancella i reati commessi durante la vigenza della norma. Inoltre, i precedenti penali e la reiterazione delle condotte escludono la particolare tenuità.
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Particolare tenuità del fatto: rigettato il ricorso per reato grave
L'Imputato ha presentato ricorso per cassazione contro la condanna d'appello, lamentando la mancata concessione della particolare tenuità del fatto e contestando un presunto difetto di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione inammissibile. L'atto riproduceva mere lamentele difensive già esaminate e respinte nei precedenti gradi con un ragionamento chiaro, logico e corretto. La Corte d'Appello aveva infatti ampiamente motivato l'esclusione del beneficio a fronte dell'elevata gravità della condotta contestata. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno respinto definitivamente il ricorso, condannando l'interessato alle spese e a una sanzione di tremila euro.
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Particolare tenuità del fatto: gravità e rigetto del ricorso
L'Imputato ha presentato ricorso per Cassazione contro la sentenza d'appello che ha escluso l'applicazione della causa di non punibilità. La difesa lamentava una presunta carenza di motivazione riguardo al mancato riconoscimento dell'istituto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il motivo sollevato si limitava a riproporre le medesime doglianze già esaminate e respinte con argomentazioni logiche e puntuali dai giudici di merito. La sentenza impugnata evidenziava chiaramente l'elevata gravità della condotta, incompatibile con la particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione precedente e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Vendita di prodotti con segni mendaci: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un commerciante per il delitto di vendita di prodotti con segni mendaci. Le forze dell'ordine avevano sequestrato migliaia di capi di abbigliamento di produzione asiatica esposti per la vendita con etichette recanti la bandiera tricolore e diciture ingannevoli sull'origine italiana. Il commerciante sosteneva che si trattasse di un mero illecito amministrativo e che la successiva rimozione delle etichette irregolari avesse estinto il fatto penalmente rilevante. I giudici di legittimità hanno respinto le doglianze difensive, stabilendo che l'apposizione di simboli nazionali e diciture univoche integra pienamente il reato. La regolarizzazione amministrativa successiva evita soltanto la confisca dei beni, ma non cancella la responsabilità penale per la condotta già consumata.
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Particolare tenuità del fatto e appello: prosciolti ma condannati
Il Tribunale dichiarava un Direttore Responsabile non punibile per diffamazione per particolare tenuità del fatto, condannandolo tuttavia al risarcimento civile e a una provvisionale di dodicimila euro verso la persona offesa. L'imputato proponeva appello per contestare la colpa e il risarcimento, ma la legge processuale vieta l'appello contro i proscioglimenti per reati a pena alternativa. Le Sezioni Unite hanno chiarito il nodo su particolare tenuità del fatto e appello: la norma letterale impone il solo ricorso per Cassazione, ma genera una grave disparità rispetto alla parte civile, la quale può appellare liberamente nel merito. I giudici supremi hanno quindi sospeso il processo e rimesso gli atti alla Corte Costituzionale per violazione del diritto di difesa e della parità delle armi.
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Particolare tenuità del fatto: ricorso generico e sanzione
L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello. La difesa ha contestato l'esistenza del reato, la valutazione delle circostanze e il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. I Supremi Giudici hanno dichiarato l'inammissibilità totale dell'impugnazione. La Corte ha ritenuto i motivi troppo generici e non consentiti nel giudizio di legittimità. In particolare, il ricorrente ha riproposto le medesime censure già respinte dai giudici territoriali con motivazione logica e coerente. L'imputato perde definitivamente la causa penale e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio, oltre a dover versare tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Reati abituali e particolare tenuità del fatto: stop ai ricorsi
L'Imputato ha presentato ricorso per ottenere l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e contestare l'elemento psicologico del reato. I giudici di merito avevano negato il beneficio a causa della serialità e dell'abitualità delle condotte illecite. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la commissione di più reati della stessa indole impedisce il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. L'Imputato perde il giudizio ed è condannato al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: confermata condanna e respinta tenuità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. La difesa contestava la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e l'addebito della recidiva stabilito nei precedenti gradi di giudizio. I Supremi Giudici hanno rilevato che i motivi di impugnazione erano generici e si limitavano a riprodurre le stesse argomentazioni già respinte dalla Corte di Appello, senza confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna definitiva dell'imputato, disponendo anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione respinge il ricorso generico
L'imputato ha subito una condanna per porto di oggetti atti ad offendere e reato di evasione. La difesa ha presentato ricorso per cassazione contestando la valutazione delle prove, la colpevolezza soggettiva, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'impugnazione inammissibile poiché la difesa ha riproposto questioni di fatto già respinte dai giudici di merito e motivi generici privi di confronto con la sentenza impugnata. L'imputato deve pagare le spese del procedimento e la somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione respinge il ricorso
La Suprema Corte di Cassazione ha confermato la condanna inflitta a un imputato per il reato di evasione, dichiarando il ricorso interamente inammissibile. L'uomo aveva impugnato la pronuncia della Corte d'Appello contestando la mancata concessione delle attenuanti, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e l'eccessiva severità della pena. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi proposti riproducevano mere censure di merito già esaminate nei gradi precedenti e risultavano privi di una specifica critica alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha respinto le doglianze, condannando l'imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: frode confermata
L'amministratore di una società indicava nella dichiarazione fiscale una fattura da 2.400 euro emessa da una ditta individuale priva di reale struttura. I giudici di merito accertavano l'utilizzo illecito di fatture per operazioni inesistenti, concedendo però la non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'imprenditore ricorreva in Cassazione sostenendo la regolarità dell'incarico promozionale, il pagamento in contanti tramite intermediari e l'assenza di interesse a evadere vista la presenza di consistenti crediti fiscali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la falsità della prestazione per via della natura fittizia dell'emittente, della genericità della causale e della mancanza di prove sull'effettiva attività svolta, condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Richiesta di oblazione: prevale sulla tenuità del fatto
Un cittadino subiva un procedimento penale per una contravvenzione legata a esplosioni pericolose. La Procura chiedeva l'archiviazione per particolare tenuità del fatto. L'indagato si opponeva a questa richiesta e presentava formale richiesta di oblazione per estinguere del tutto il reato senza conseguenze sulla fedina penale. Il Giudice ammetteva il rito e l'indagato versava tempestivamente la somma dovuta. Nonostante il pagamento regolarmente documentato, il Giudice disponeva comunque l'archiviazione per tenuità del fatto ignorando la procedura speciale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato e ha annullato il provvedimento viziato. La decisione conferma che l'oblazione regolarmente pagata prevale sulla semplice tenuità del fatto ed estingue il reato.
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Reddito di cittadinanza e misure cautelari: reato o assoluzione
La Corte di Cassazione ha chiarito il rapporto tra reddito di cittadinanza e misure cautelari personali, distinguendo nettamente l'omissione iniziale da quella sopravvenuta. Due imputati avevano taciuto di trovarsi agli arresti domiciliari prima di presentare la domanda, mentre altri due non avevano comunicato l'obbligo di firma sopraggiunto dopo l'ottenimento del sussidio. I giudici hanno confermato la condanna penale per chi mente nella richiesta iniziale, stabilendo che la scarsa scolarizzazione o la complessità dei moduli non escludono la colpevolezza penale. Al contrario, la Suprema Corte ha assolto con formula piena i soggetti che non hanno comunicato la misura cautelare applicata successivamente: la legge pone a carico del giudice, e non del cittadino, il compito di segnalare la misura all'INPS per la semplice sospensione della prestazione.
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