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Art. 131-bis Codice Penale — Anno 2026

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2224 provvedimenti

Altri anni per Art. 131-bis Codice Penale

Machete nello zaino: condanna per porto di armi improprie
Il caso riguarda la condanna a quattro mesi di arresto di un cittadino trovato in possesso di un machete con lama di 44 centimetri all'interno del proprio zaino durante una lite in strada. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando che il machete costituisce un'arma impropria. Il porto di armi improprie senza giustificato motivo integra il reato previsto dalla legge sulle armi, in quanto lo strumento è idoneo all'offesa. I giudici hanno chiarito che il giustificato motivo deve essere addotto immediatamente al momento del controllo e non a posteriori. Inoltre, l'uso minaccioso dell'arma esclude sia la particolare tenuità del fatto sia l'attenuante della lieve entità, rendendo legittimo anche il diniego di conversione della pena detentiva in sanzione pecuniaria a causa dei precedenti penali del condannato.
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Truffa aggravata all’INPS: finti braccianti ma condanne vere
Un gruppo di soggetti, tra cui datori di lavoro e finti lavoratori, ha organizzato una truffa aggravata ai danni dell'INPS. Attraverso la creazione di un'azienda agricola fittizia e la presentazione di false denunce aziendali e modelli occupazionali (D-mag), hanno simulato rapporti di lavoro inesistenti su terreni comunali non disponibili. Lo scopo era far percepire indebitamente indennità di disoccupazione e malattia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi degli imputati, confermando le condanne precedenti. La Corte ha chiarito che l'articolata messa in scena esclude il reato minore di indebita percezione di erogazioni pubbliche, configurando pienamente il reato di truffa aggravata, e ha confermato la sussistenza del falso ideologico per le dichiarazioni mendaci destinate a confluire nei registri pubblici.
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Particolare tenuità del fatto: la Cassazione corregge l’Appello
La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso de L'Imputato, condannato in precedenza per un reato commesso durante una manifestazione sportiva nel 2019. I giudici di secondo grado avevano negato l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto applicando erroneamente limiti di pena e divieti introdotti da una legge successiva al momento del reato. La Suprema Corte ha chiarito che si deve applicare la legge vigente al momento del fatto, la quale consentiva l'istituto per reati con pena massima fino a cinque anni. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'appello per una nuova valutazione sulla particolare tenuità del fatto.
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Omissione di soccorso: pena sospesa ma il fatto resta grave
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'automobilista condannata per il reato di omissione di soccorso. I giudici hanno confermato il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando la gravità della condotta della conducente, la quale si era resa irreperibile subito dopo l'incidente. La Suprema Corte ha chiarito che il mancato riconoscimento della tenuità del fatto è perfettamente compatibile con la concessione della sospensione condizionale della pena, poiché quest'ultima si basa su una prognosi favorevole di non ricaduta nel reato e non sulla lievità dell'illecito. Negate anche le attenuanti generiche a causa della pessima condotta di vita dell'imputata e dell'assenza di comportamenti riparatori. L'automobilista è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rifiuto dell’alcoltest: fuggire non cancella la condanna
Il caso riguarda un automobilista che, dopo aver tamponato un'auto in sosta, ha tentato la fuga. Gli agenti di polizia, allertati dai presenti, lo hanno rintracciato con evidenti segni di alterazione alcolica. Di fronte alla richiesta di sottoporsi all'esame, l'uomo ha opposto un netto rifiuto dell'alcoltest. La Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo due importanti principi: le informazioni raccolte nell'immediatezza dai passanti sono utilizzabili in tribunale e, in caso di rifiuto dell'alcoltest, non sussiste l'obbligo di avvisare il conducente della facoltà di farsi assistere da un difensore. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Lieve entità dello spaccio: i bilancini superano l’uso personale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di lieve entità dello spaccio a carico di un giovane trovato in possesso di hashish, cocaina e tre bilancini di precisione. L'imputato sosteneva l'uso personale della droga e l'uso lecito dei bilancini. I giudici hanno invece ritenuto legittima la valutazione complessiva del tribunale, basata sulla varietà delle sostanze e sulla presenza degli strumenti di pesatura. La Suprema Corte ha inoltre escluso l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, poiché la diversità delle droghe e l'attrezzatura dimostrano una condotta non trascurabile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia ai motivi di appello: la scelta che blocca la Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione dopo che la Corte d'Appello aveva rideterminato la sua pena. Durante il processo di secondo grado, la difesa aveva espressamente dichiarato la rinuncia ai motivi di appello relativi alla particolare tenuità del fatto e alla recidiva, concentrandosi solo sulle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la rinuncia ai motivi di appello preclude definitivamente la possibilità di ridiscutere quelle stesse questioni in Cassazione, limitando la cognizione del giudice solo ai punti non rinunciati.
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Foro nel muro e reato di evasione: la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il reato di evasione. L'imputato, sottoposto agli arresti domiciliari, si era spostato in un appartamento adiacente attraverso un foro appositamente praticato nel muro divisorio. La difesa ha sostenuto l'irrilevanza del fatto per via della breve durata dell'allontanamento e della continuità spaziale tra i locali. I giudici hanno chiarito che la continuità spaziale e la brevità temporale non escludono il reato di evasione, poiché il foro nel muro dimostra la chiara volontà di eludere i controlli delle forze dell'ordine. Inoltre, la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto è stata ritenuta generica e non proponibile per la prima volta in Cassazione.
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Reato di evasione: l’auto sotto casa costa la condanna
Un uomo sottoposto alla detenzione domiciliare è stato sorpreso di notte all'interno di un'auto con altre tre persone, portando con sé un coltello. La difesa ha sostenuto l'assenza del reato invocando la vicinanza spaziale all'abitazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che il reato di evasione si configura ogniqualvolta il soggetto si allontani dai locali di stretta dimora domestica, escludendo pertinenze esterne come cortili o veicoli in strada. Inoltre, la Suprema Corte ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa del possesso dell'arma in orario notturno. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna alle spese.
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Reato di evasione: ricorso ripetitivo e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per il reato di evasione. La ricorrente contestava il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche, oltre alla durata massima del lavoro di pubblica utilità imposto per ottenere la sospensione condizionale della pena. I giudici hanno stabilito che i motivi presentati erano semplici ripetizioni di quanto già respinto in appello o del tutto generici. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Evasione e particolare tenuità del fatto: no allo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato lamentava la mancata applicazione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno rilevato che il motivo di ricorso era meramente ripetitivo rispetto a quanto già esaminato e correttamente respinto dalla Corte d'Appello. I giudici di secondo grado avevano infatti escluso il beneficio a causa delle modalità concrete dell'evasione e dei precedenti penali specifici del soggetto. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione e particolare tenuità del fatto: negato il beneficio
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per evasione che richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, escludendo il beneficio a causa delle modalità concrete del reato e della personalità del soggetto, qualificato come pluripregiudicato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: lo stato di necessità non cancella la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per il reato di evasione. La ricorrente lamentava il mancato riconoscimento dello stato di necessità per motivi di salute e l'omessa prescrizione del reato. I giudici hanno ritenuto generici i motivi relativi alla salute e alla mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. Inoltre, la Suprema Corte ha chiarito che la prescrizione non è maturata a causa della presenza della recidiva specifica e infraquinquennale, la quale prolunga i tempi necessari per l'estinzione del reato. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: la Cassazione punisce i ricorsi copia-incolla
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Il ricorrente contestava il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, il diniego delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessività della pena applicata. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano la semplice ripetizione di quanto già proposto e respinto in appello, senza alcuna critica reale alla decisione impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la brevità della fuga non salva dalla condanna
Il caso riguarda un soggetto condannato per il reato di evasione (art. 385 c.p.). L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di dolo per la brevità dell'allontanamento e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la brevità dell'allontanamento non esclude il dolo né l'offensività della condotta. Inoltre, l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto è stata legittimamente esclusa a causa della gravità della condotta e della presenza di precedenti penali specifici a carico del ricorrente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: nessun perdono per chi ha precedenti penali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato aveva richiesto l'applicazione di una circostanza attenuante speciale e il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno stabilito che la richiesta di attenuante era inammissibile poiché non era stata presentata nel precedente grado di appello. Inoltre, la richiesta di non punibilità è stata respinta in quanto riproduceva pedissequamente i motivi già esaminati e correttamente disattesi dalla Corte d'Appello, la quale aveva valorizzato i numerosi precedenti penali del ricorrente. Di conseguenza, il soggetto è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di calunnia: quando il ricorso generico costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di calunnia. I ricorrenti avevano contestato la ricostruzione dei fatti operata nei precedenti gradi di giudizio e lamentato la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che il giudizio di legittimità non consente una rilettura degli elementi di prova già ampiamente analizzati dai giudici di merito. Inoltre, la richiesta di applicazione dell'articolo 131-bis del codice penale era stata formulata in appello in modo del tutto generico, senza fornire motivazioni specifiche. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Reddito di cittadinanza: la firma altrui non evita la condanna
Il Beneficiario è stato condannato per aver omesso di dichiarare nella D.S.U. il reale valore del patrimonio mobiliare familiare (oltre ventunomila euro anziché circa settemila) al fine di ottenere indebitamente il Reddito di cittadinanza. La difesa ha impugnato la condanna sostenendo che la D.S.U. fosse stata firmata dal coniuge e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la firma del coniuge sulla D.S.U. non esclude la responsabilità del richiedente che ha presentato la domanda principale. Inoltre, l'esclusione della particolare tenuità del fatto è corretta poiché il beneficio è stato percepito per diversi mesi e la difesa non ha provato l'esiguità del danno economico né l'effettivo risarcimento.
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Disboscamento non autorizzato: pulire il fondo costa la condanna
Il Proprietario di un terreno ha eseguito un intervento di disboscamento non autorizzato su un'area di circa 8.000 metri quadrati sottoposta a vincolo paesaggistico, estirpando numerosi alberi di acacia. I giudici di merito lo hanno condannato alla pena di tre mesi di arresto e a 18.000 euro di ammenda per violazione delle norme ambientali e per aver alterato le bellezze naturali del luogo. Il Proprietario ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la definizione di bosco dell'area e lamentando la mancata ammissione di prove a sua difesa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. La Suprema Corte ha chiarito che l'area costituisce un bosco tutelato in quanto sistema naturale autorigenerante e ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa della notevole estensione del danno ambientale.
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Porto di oggetti atti ad offendere: condanna per il cacciavite
Un cittadino è stato condannato per il reato di porto di oggetti atti ad offendere perché sorpreso di notte, con il volto parzialmente coperto da un cappuccio, mentre si aggirava tra le auto in sosta con un cacciavite in tasca. Alla vista delle forze dell'ordine, l'uomo ha tentato di fuggire. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a sei mesi di arresto e mille euro di ammenda. I giudici hanno chiarito che il cacciavite, se portato in circostanze di tempo e di luogo sospette e senza una valida giustificazione, costituisce uno strumento atto a offendere. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali dell'uomo, condannandolo anche al pagamento delle spese processuali.
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