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Art. 131-bis Codice Penale — Anno 2023

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2935 provvedimenti

Altri anni per Art. 131-bis Codice Penale

Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. L'imputato contestava la propria responsabilità penale, l'eccessività della pena, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici, limitandosi a riprodurre le medesime contestazioni già esaminate e correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Reato di evasione: la difesa insiste ma la Cassazione condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato contestava la sussistenza del dolo e la mancata applicazione dell'esimente della particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno rilevato la genericità dei motivi di ricorso, in quanto riproduttivi di censure già correttamente respinte nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria in favore della cassa delle ammende.
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Reingresso illegale dello straniero: dal permesso alla condanna
Un cittadino straniero, precedentemente espulso dall'Italia, ottiene un'autorizzazione temporanea per partecipare a un'udienza penale. Scaduto il permesso, l'uomo non rientra nel Paese d'origine e viene rintracciato più volte dalle forze dell'ordine sul territorio nazionale. Accusato del reato di reingresso illegale dello straniero, viene condannato nei primi due gradi di giudizio. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso del difensore, confermando la condanna. I giudici di legittimità chiariscono che l'autorizzazione temporanea per motivi di giustizia sospende solo momentaneamente l'efficacia dell'espulsione. Alla scadenza del termine, l'ordine di allontanamento riprende vigore e la permanenza non autorizzata configura pienamente il reato contestato.
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Divieto di uso del cellulare: nullo l’avviso del Questore
Il caso riguarda un cittadino condannato per aver violato l'avviso orale del Questore, che gli imponeva il divieto di uso del cellulare. La Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. La decisione si basa su una storica sentenza della Corte Costituzionale (la numero 2 del 2023), che ha dichiarato illegittimo il potere del Questore di vietare l'uso dei telefoni cellulari. Essendo il telefono uno strumento essenziale per la vita quotidiana e la comunicazione, protetto dalla Costituzione, solo un giudice può limitarne l'utilizzo, e non un'autorità amministrativa tramite un semplice atto di polizia. Di conseguenza, la violazione di tale divieto non costituisce più reato.
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Sottrazione di beni pignorati: il custode perde e paga la multa
Il Custode di un bene pignorato è stato condannato per la sottrazione di beni pignorati (amotio). Il Custode ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la ricostruzione della sottrazione operata nei gradi precedenti è logica e non riesaminabile in sede di legittimità. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata correttamente esclusa a causa dell'entità non esigua del danno economico arrecato al creditore, calcolato sul valore reale del bene sottratto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: quando il ricorso costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello di Bologna. L'imputato contestava l'esclusione della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni sul trattamento sanzionatorio non sono ammissibili in Cassazione se la decisione precedente è adeguatamente motivata e priva di vizi logici. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando la sua responsabilità penale.
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Particolare tenuità del fatto esclusa per l’assenza prolungata
Un uomo si allontanava ingiustificatamente dal proprio domicilio per un lungo periodo, giustificandosi solo successivamente con presunte difficoltà di convivenza con la donna ospitante, senza avvisare le autorità. I giudici di merito escludevano l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che un allontanamento prolungato e non comunicato impedisce di considerare la condotta come un comportamento di minima offensività. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza violata: no alla particolare tenuità del fatto
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato le prescrizioni imposte. L'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, giustificando la violazione con una presunta crisi d'astinenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la condotta non presentava i requisiti di minima offensività richiesti dalla legge, ritenendo corretta la valutazione discrezionale del giudice di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Truffa e riparazione del danno: la Cassazione impone lo sconto
L'Imputato, condannato per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della riparazione del danno, nonostante l'avvenuto risarcimento prima del giudizio. La Suprema Corte ha accolto questo specifico motivo, rilevando che il giudice d'appello ha completamente omesso di motivare sul punto. Al contrario, la Cassazione ha ritenuto inammissibili gli altri motivi riguardanti la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche, in quanto privi di reale confronto con le motivazioni della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla valutazione dell'attenuante della riparazione del danno, rinviando alla Corte d'appello per un nuovo esame e rendendo definitiva la condanna per truffa.
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Truffa da tremila euro: no alla particolare tenuità del fatto
Un cittadino, condannato per truffa a otto mesi di reclusione per aver sottratto oltre tremila euro con raggiri prolungati nel tempo, ha proposto ricorso in Cassazione. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, sostenendo che la propria incensuratezza e la semplicità del raggiro escludessero l'abitualità del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa quando il profitto economico è rilevante (3.300 euro) e la condotta ingannevole si protrae a lungo. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità del fatto: la recidiva blocca i benefici
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per spaccio di stupefacenti, contestando il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e della particolare tenuità, oltre all'applicazione della recidiva. Ha inoltre eccepito l'inattendibilità del narcotest per identificare la marijuana. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la recidiva e l'abitualità escludono la particolare tenuità del fatto, specie considerando i precedenti specifici e la detenzione di eroina. Inoltre, la natura della sostanza (marijuana suddivisa in dosi) è stata validamente accertata tramite le concrete modalità della condotta, rendendo superfluo un ulteriore esame chimico. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso fraudolento di carta bancomat: nessun perdono se reiterato
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il duplice uso fraudolento di carta bancomat sottratta alla vittima. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando che la Corte d'Appello non avesse motivato la decisione rispetto ad alcuni motivi nuovi presentati dalla difesa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'omessa motivazione sui motivi nuovi non annulla la sentenza se questi sono palesemente infondati. Nel caso specifico, l'uso fraudolento di carta bancomat ripetuto nel tempo esclude la particolare tenuità del fatto, data la reiterazione della condotta e il danno economico non trascurabile. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale online: quando l’inadempimento diventa reato
Una venditrice online è stata condannata per truffa contrattuale per aver venduto beni su internet senza mai consegnarli. L'imputata rassicurava i clienti con scuse e false foto delle spedizioni. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile, ma la Cassazione ha confermato la natura penale della condotta a causa del dolo iniziale e dei raggiri usati. Tuttavia, poiché due vittime hanno ritirato la denuncia, la Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso. La Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per i reati estinti per remissione di querela, riducendo la pena finale a un anno e quattro mesi di reclusione e 500 euro di multa, confermando nel resto la responsabilità penale.
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Sottrazione di cose sequestrate: pena ridotta al proprietario
Un uomo, nominato custode di un'auto sottoposta a sequestro amministrativo ma formalmente intestata a un terzo, ha deteriorato il veicolo rimuovendone motore, carrozzeria e interni. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di sottrazione di cose sequestrate. Tuttavia, la Cassazione ha rilevato che l'imputato era il reale proprietario del mezzo. Questo comporta la riqualificazione del reato dal primo al secondo comma dell'articolo 334 del codice penale, che prevede una pena più lieve. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza, rinviando alla Corte di appello per ricalcolare la pena applicando i limiti edittali più favorevoli, vietando qualsiasi peggioramento della condanna precedente.
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Sottrazione di beni pignorati: condannato il custode infedele
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di sottrazione di beni pignorati a carico del proprietario e del custode giudiziario di un'azienda. I due soggetti avevano sottratto all'esecuzione forzata alcuni macchinari, tra cui un trattorino tagliaerba inviato in riparazione senza l'autorizzazione del giudice dell'esecuzione, impedendo così lo svolgimento della vendita all'asta. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi dei condannati, ribadendo che il custode non può compiere atti di straordinaria amministrazione o spostare i beni pignorati di propria iniziativa. La richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto è stata respinta a causa del valore non irrisorio dei beni e dei precedenti penali degli imputati. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Porto di armi od oggetti atti a offendere: condanna senza scuse
Un uomo è stato fermato dai Carabinieri fuori dalla propria abitazione con un coltello a serramanico lungo 15 centimetri. Alla vista dei militari, l'uomo ha accelerato il passo per evitare il controllo e non ha fornito alcuna giustificazione per il possesso dell'arma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale per il reato di porto di armi od oggetti atti a offendere. I giudici hanno escluso la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo, che aveva già beneficiato di questa agevolazione in passato. Inoltre, la Suprema Corte ha negato le circostanze attenuanti generiche e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Particolare tenuità del fatto: condanna anche senza danno
I responsabili di un cantiere autostradale sono stati condannati per lo sversamento di acque di perforazione e cemento in un torrente. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che il reato ambientale contestato è un reato di pericolo: la punibilità scatta per il solo rischio creato, rendendo irrilevante l'assenza di un danno concreto o la successiva bonifica spontanea. Inoltre, la Corte ha dichiarato inammissibile la contestazione sulla sospensione condizionale della pena, confermando che l'iscrizione nel casellario giudiziale può comunque essere cancellata dopo due anni. I ricorrenti hanno perso la causa e dovranno pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: niente sconti per chi evade
Un detenuto si è allontanato ingiustificatamente dal proprio luogo di custodia per un periodo prolungato, commettendo il reato di evasione. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, escludendo il beneficio. I giudici hanno evidenziato che la durata dell'assenza e la mancanza di giustificazioni dimostrano un'elevata intensità del dolo e una totale indifferenza verso gli obblighi di legge. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Arresti a casa ma nel cortile comune: è reato di evasione
Il caso riguarda un uomo sottoposto a detenzione domiciliare che si è allontanato dalla propria abitazione per raggiungere un capannone esterno, attraversando uno spazio condominiale comune. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento dal luogo di detenzione, anche solo per accedere ad aree condominiali esterne, configura il reato se manca una specifica autorizzazione o uno stato di assoluta necessità. Inoltre, la Suprema Corte ha negato le attenuanti generiche e la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto, che dimostrano una sistematica inosservanza dei provvedimenti dell'autorità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Evasione e particolare tenuità del fatto: no sconti ai recidivi
Il caso riguarda Il Detenuto, condannato per il reato di evasione a causa del suo allontanamento volontario e ingiustificato dal luogo di arresto. Il Detenuto ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere applicata in presenza di un comportamento abituale. Nel caso specifico, Il Detenuto aveva commesso ripetute violazioni degli obblighi di sorveglianza speciale anche dopo il reato. La Cassazione ha ribadito che l'abitualità esclude il beneficio se l'autore commette almeno altri due reati della stessa indole, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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