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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Terza Penale

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567 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Prescrizione del reato: l’assoluzione negata senza prove evidenti
Un pubblico ufficiale, accusato di falsità ideologica e abusi edilizi, riceve una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato. Non avendo rinunciato alla causa di estinzione, il soggetto propone ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione per ottenere un'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, per superare la prescrizione del reato e ottenere l'assoluzione, l'imputato deve dimostrare in modo evidente e incontestabile l'innocenza dagli atti di causa. La semplice contestazione della motivazione non è sufficiente. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: no alla decisione senza difesa
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un cittadino condannato in primo grado per reati edilizi. La Corte d'appello, in fase predibattimentale e senza sentire le parti, aveva dichiarato la prescrizione del reato. L'imputato ha fatto ricorso, chiedendo l'assoluzione nel merito e rinunciando alla causa estintiva. I giudici di legittimità, richiamando la Corte Costituzionale, hanno stabilito che la decisione presa senza contraddittorio lede il diritto di difesa. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata, rinviando il caso alla Corte d'appello per un nuovo giudizio in cui l'imputato potrà far valere le proprie ragioni.
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Rifiuti o usato? Condanna e particolare tenuità del fatto
Un trasportatore è stato condannato per gestione illecita di rifiuti poiché trasportava su un autocarro vecchi oggetti deteriorati e accumulatori esausti senza autorizzazione, sostenendo fossero destinati a mercatini dell'usato. La Corte di Cassazione ha confermato la sua responsabilità penale, ma ha accolto il ricorso sul secondo motivo. I giudici hanno stabilito che la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto può essere richiesta dalla difesa anche direttamente durante la discussione in appello, oppure rilevata d'ufficio dal giudice, anche se non inserita nei motivi scritti di impugnazione. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata limitatamente a questo aspetto, con rinvio alla Corte d'appello per valutare l'applicabilità del beneficio.
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Prescrizione e confisca urbanistica: la Cassazione salva i terreni
L'Amministratore di una società immobiliare veniva accusato di lottizzazione abusiva per aver realizzato complessi edilizi in zona agricola. Il Tribunale dichiarava il reato estinto per prescrizione, ma disponeva comunque la confisca urbanistica dei terreni. La Corte d'Appello confermava la misura, ritenendo l'imputato privo di interesse a impugnare in quanto non più amministratore. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'imputato, riconoscendo il suo interesse ad agire per evitare azioni di responsabilità. Inoltre, la Suprema Corte ha stabilito che la confisca urbanistica non può essere disposta se la prescrizione è maturata prima della chiusura dell'istruttoria dibattimentale, poiché il giudice deve pronunciare immediatamente il proscioglimento senza proseguire il processo al solo fine di accertare il reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la confisca.
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Introduzione di droga in carcere: il finto uso personale cade
Il Visitatore è stato condannato per introduzione di droga in carcere, avendo tentato di consegnare dell'hashish al fratello detenuto prima di un colloquio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando la condanna a sei mesi di reclusione. La Suprema Corte ha chiarito che l'introduzione di droga in carcere esclude la concessione delle attenuanti generiche, data la gravità del contesto. Inoltre, la richiesta di particolare tenuità del fatto non può essere presentata per la prima volta in Cassazione. Infine, non vi è alcuna incompatibilità tra il diniego delle attenuanti generiche e la concessione della sospensione condizionale della pena, poiché i due istituti rispondono a finalità e presupposti differenti.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo non si cancella
L'Imputato, accusato di detenzione di hashish a fini di spaccio, concorda con il pubblico ministero l'applicazione della pena (patteggiamento). Successivamente, propone ricorso per cassazione lamentando che il giudice non abbia verificato l'eventuale presenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. I giudici chiariscono che la legge limita rigorosamente i casi in cui si può impugnare una sentenza di patteggiamento. Tra questi casi non rientra la mancata verifica delle cause di proscioglimento immediato. Di conseguenza, la Suprema Corte rigetta il ricorso e condanna l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Confisca nel patteggiamento: no al sequestro di denaro senza prove
Due imputati ricorrono in Cassazione dopo una sentenza di patteggiamento per detenzione di stupefacenti. Il Primo Imputato contesta la mancata assoluzione, ma il suo ricorso è inammissibile poiché i motivi di impugnazione del patteggiamento sono limitati per legge. Il Secondo Imputato contesta invece la confisca di denaro e telefoni senza motivazione. La Suprema Corte accoglie questo ricorso, stabilendo che la confisca nel patteggiamento richiede sempre una specifica motivazione se non concordata. Inoltre, nel reato di sola detenzione di droga, il denaro non può essere confiscato automaticamente senza dimostrare un legame diretto con lo spaccio. La sentenza viene quindi annullata limitatamente alla confisca.
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Omesso versamento IVA: il credito d’imposta non salva il manager
L'Amministratore di una società è stato condannato per il reato di omesso versamento IVA per non aver versato l'imposta dovuta. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che l'esistenza di un credito d'imposta escludesse il dolo e che la compensazione legale estinguesse il debito ai sensi della causa di non punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il credito d'imposta non era ancora esigibile all'epoca dei fatti e che la compensazione legale non equivale al pagamento effettivo richiesto dalla legge per escludere la punibilità. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha impedito anche la dichiarazione di prescrizione del reato, confermando la condanna dell'imputato.
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Particolare tenuità del fatto: vince la prescrizione in Cassazione
Il Coordinatore della sicurezza di un cantiere edile veniva prosciolto dal Tribunale per particolare tenuità del fatto in relazione a violazioni sulla sicurezza sul lavoro, nonostante non avesse pagato la sanzione pecuniaria nei termini. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'omessa motivazione sulla sua effettiva responsabilità penale, presupposto necessario per l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha accolto il ricorso rilevando che, nel frattempo, il reato si era estinto per prescrizione. I giudici hanno chiarito che la prescrizione rappresenta un esito più favorevole rispetto alla particolare tenuità del fatto, poiché elimina radicalmente il reato anziché lasciarlo sussistere storicamente. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza impugnata.
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Particolare tenuità del fatto: la Cassazione annulla la condanna
L'Imputato era stato condannato nei gradi di merito per violazione delle norme sui giochi e sulle scommesse. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando di avere un solo precedente analogo già dichiarato non punibile. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che un singolo precedente non basta a configurare l'abitualità del comportamento, la quale richiede almeno due illeciti ulteriori. Poiché il ricorso era fondato, la Corte ha rilevato d'ufficio l'intervenuta prescrizione del reato, annullando senza rinvio la sentenza di condanna. L'Imputato ottiene così l'annullamento della condanna senza subire alcuna pena.
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Obbligo di presentazione DASPO: nullo se l’amichevole non è nota
Il caso riguarda un tifoso condannato per aver violato l'obbligo di presentazione DASPO in occasione di alcune partite, comprese amichevoli e incontri all'estero. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'obbligo di firma si applica anche alle partite amichevoli solo se queste sono preventivamente programmate e pubblicizzate in modo da essere conoscibili dal destinatario. Poiché i giudici d'appello non avevano verificato questa concreta conoscibilità per gli incontri contestati, il ricorso è stato ritenuto fondato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato prescritti i reati relativi a tre delle date contestate, annullando senza rinvio la condanna per quegli episodi e riducendo la pena residua per il solo episodio non impugnato a otto mesi di reclusione e 6.666,00 euro di multa.
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Prescrizione del reato: niente assoluzione senza rinuncia
Una proprietaria, accusata di abuso edilizio per aver violato le distanze legali con una nuova costruzione, ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava la prescrizione del reato. La ricorrente chiedeva l'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, l'imputato non può lamentare vizi di motivazione per ottenere l'assoluzione, a meno che non emerga immediatamente e senza alcun dubbio la sua totale innocenza dagli atti. Per contestare pienamente il merito delle accuse e superare la causa estintiva, l'interessato avrebbe dovuto rinunciare espressamente alla prescrizione. Di conseguenza, la decisione di estinzione del reato è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Diritto al contraddittorio: no alla prescrizione senza difesa
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, annullando la sentenza della Corte d'Appello che aveva dichiarato la prescrizione del reato in fase predibattimentale senza sentire le parti. La Suprema Corte ha ribadito che il diritto al contraddittorio è inviolabile e non può essere sacrificato per esigenze di rapidità processuale. Il giudice di appello non può emettere una pronuncia di estinzione del reato senza garantire la preventiva audizione della difesa, la quale ha il diritto di chiedere un'assoluzione nel merito con formula liberatoria. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione impugnata e ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello per la celebrazione di un regolare processo.
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Estinzione del reato per prescrizione: no all’assoluzione
La Corte di Cassazione ha confermato l'improcedibilità per alcuni reati edilizi a causa dell'avvenuta prescrizione, respingendo la richiesta di assoluzione piena avanzata dagli imputati. I giudici hanno chiarito che, in presenza di una causa di estinzione del reato per prescrizione, l'assoluzione nel merito può essere pronunciata solo se l'innocenza emerge in modo evidente e immediato dagli atti, senza necessità di approfondimenti istruttori. Nel caso di specie, le opere non potevano considerarsi ultimate entro i termini del condono edilizio, poiché il tetto era costituito solo da un telo di plastica su una struttura metallica. Inoltre, la semplice titolarità formale del terreno non esclude la responsabilità dei comproprietari per l'abuso. La Cassazione ha quindi dichiarato inammissibili i ricorsi, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: condanna per droga annullata in parte
Il caso riguarda un uomo condannato in appello per detenzione, coltivazione e cessione di sostanze stupefacenti. La Corte di Cassazione ha accolto parzialmente il ricorso della difesa. I giudici di legittimità hanno rilevato che i reati di coltivazione, detenzione di marijuana e i singoli episodi di spaccio si erano estinti. Per questi reati è infatti intervenuta la prescrizione del reato, poiché era decorso il tempo massimo previsto dalla legge senza una sentenza definitiva. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per queste specifiche condotte. È stata invece confermata la responsabilità per la detenzione di cocaina. La pena complessiva è stata rideterminata al ribasso, scendendo a 2 anni e 8 mesi di reclusione e 12.000 euro di multa.
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Striscioni ingiuriosi allo stadio: la Cassazione nega l’assoluzione
Un tifoso ha introdotto ed esposto uno striscione contenente scritte offensive contro la dirigenza sportiva all'interno di uno stadio durante una partita a porte chiuse. Il Giudice per le indagini preliminari lo ha assolto ritenendo che la condotta non avesse creato un reale pericolo per l'ordine pubblico. La Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, stabilendo che il reato di introduzione di striscioni ingiuriosi allo stadio punisce la semplice introduzione di scritte offensive o minacciose, a prescindere dalla presenza di un pericolo concreto per la sicurezza pubblica. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di proscioglimento e ha ordinato la trasmissione degli atti al Tribunale per il proseguimento del procedimento.
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Procedibilità a querela nel furto: la condanna resta definitiva
L'Imputato era stato condannato per il furto di una borsa contenente ottocento euro e carte di credito all'interno di un bar. Dopo un parziale annullamento in Cassazione relativo all'esclusione dell'aggravante della destrezza, la Corte d'Appello rideterminava la pena. L'Imputato proponeva nuovo ricorso lamentando la mancanza di procedibilità a querela nel furto, introdotta dalla riforma Cartabia, e la prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'accertamento della responsabilità era ormai definitivo, coperto da giudicato progressivo. Di conseguenza, le sopravvenute cause di improcedibilità o di estinzione del reato non possono trovare applicazione se il ricorso principale è inammissibile e la responsabilità penale è già irrevocabile.
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Scarico di acque reflue industriali: clinica evita la condanna
Il Legale Rappresentante di una residenza psichiatrica era stato condannato per lo scarico di acque reflue industriali senza autorizzazione nella fognatura pubblica. La difesa ha impugnato la decisione, sostenendo che i reflui della struttura, priva di laboratori sanitari e con servizi mensa esternalizzati, derivassero solo dal metabolismo umano e fossero quindi classificabili come domestici. La Corte di Cassazione ha rilevato che la motivazione del giudice di merito era carente nel qualificare la natura industriale dello scarico. Tuttavia, poiché il ricorso non era manifestamente infondato e nel frattempo è decorso il tempo massimo previsto dalla legge, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato.
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Espulsione dello straniero: scontro tra condanna e ravvedimento
Un cittadino straniero, condannato tramite patteggiamento per detenzione di ingenti quantitativi di cocaina, ha fatto ricorso in Cassazione contro la confisca di sessantamila euro e la misura di sicurezza dell'espulsione. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della confisca del denaro sproporzionato rispetto al reddito. Tuttavia, ha accolto il ricorso riguardo all'espulsione dello straniero. I giudici hanno rilevato una contraddizione: il tribunale aveva concesso l'attenuante della collaborazione attiva (ritenuta prevalente sulla recidiva), ma poi aveva ordinato l'espulsione basandosi sulla pericolosità sociale del soggetto. La Cassazione ha stabilito che la collaborazione dimostra un ravvedimento incompatibile con una presunzione automatica di pericolosità, annullando la misura con rinvio per un nuovo esame.
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Associazione per delinquere: la testa di legno risponde dei reati
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un gruppo criminale dedito a frodi fiscali. L'Amministratrice di Fatto gestiva le società, mentre il Primo Amministratore fungeva da testa di legno e la Collaboratrice reclutava prestanome e falsificava documenti. I giudici hanno confermato la sussistenza del reato di associazione per delinquere per tutti i soggetti, ribadendo che anche l'amministratore formale risponde dei reati se consapevole del disegno criminoso. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato parzialmente la sentenza per l'Amministratrice di Fatto, dichiarando prescritti numerosi reati tributari e ricalcolando la recidiva, poiché una precedente condanna era stata estinta grazie all'esito positivo dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Per il Primo Amministratore è stato disposto il rinvio per valutare un'aggravante, mentre il ricorso della Collaboratrice è stato dichiarato inammissibile.
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