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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Terza Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Gestione di rifiuti non autorizzata: il deposito edile è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di gestione di rifiuti non autorizzata. L'imputato aveva depositato sassi e coppi su un terreno vincolato, sostenendo si trattasse di un deposito temporaneo di materiali riutilizzabili. Tuttavia, i giudici hanno accertato che parte dei materiali edili era ormai inutilizzabile e destinata all'abbandono, configurando così una condotta di smaltimento illecito. La Suprema Corte ha chiarito che la manifesta infondatezza del ricorso ne determina l'inammissibilità, precludendo la possibilità di far valere la prescrizione del reato maturata successivamente. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Abuso edilizio: no alla particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputata contro la condanna per abuso edilizio. La ricorrente contestava l'aumento della pena in appello e il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che l'aumento della sanzione pecuniaria a ventiduemila euro era legittimo poiché sollecitato dal Pubblico Ministero. Inoltre, la particolare tenuità del fatto è stata correttamente negata a causa delle notevoli dimensioni della struttura abusiva. Infine, la Cassazione ha ribadito che la riqualificazione giuridica del reato in appello non richiede la rinnovazione delle prove testimoniali se non si modifica la valutazione della loro credibilità. L'Imputata perde la causa e viene condannata a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Inottemperanza ordinanza sindacale: la condanna del proprietario
Il caso riguarda il legale rappresentante di un'impresa, condannato per il reato di inottemperanza ordinanza sindacale di rimozione rifiuti. L'imputato, proprietario dell'area in cui erano stati abbandonati i rifiuti, ha contestato la legittimità del provvedimento del Sindaco senza averlo mai impugnato davanti al giudice amministrativo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno chiarito che l'ordinanza sindacale vincola il destinatario: in caso di mancata impugnazione o di assenza di elementi concreti che ne giustifichino la disapplicazione da parte del giudice penale, scatta la responsabilità penale per la mancata rimozione. Di conseguenza, la condanna a tre mesi di arresto è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio continuato ma lieve entità dello spaccio: reati prescritti
Il Primo Imputato e il Secondo Imputato venivano condannati per spaccio continuato di cocaina. Il Primo Imputato ricorreva in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto nella fattispecie di lieve entità dello spaccio, negata nei gradi precedenti solo a causa della reiterazione delle cessioni. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che l'attività continuativa non esclude la minore gravità se le singole cessioni sono di modesta entità. Per il principio di estensione, la riqualificazione si applica anche al Secondo Imputato. Di conseguenza, accertata la lieve entità dello spaccio, il reato viene dichiarato estinto per intervenuta prescrizione. La sentenza viene annullata senza rinvio per questo capo, mentre per il Secondo Imputato si dispone il rinvio limitatamente alla rideterminazione della pena per un altro reato concorrente.
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Ricorso per cassazione patteggiamento: patto fermo, ricorso nullo
L'Imputato, accusato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, concorda con il Tribunale una pena di due anni di reclusione e quattromila euro di multa tramite patteggiamento. Successivamente, propone un ricorso per cassazione patteggiamento lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro le sentenze di patteggiamento a vizi della volontà, difetto di correlazione, errore di qualificazione del fatto o illegalità della pena. La contestazione sulla motivazione del proscioglimento non rientra tra questi casi. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rudere o nuova casa? Condanna per abuso edilizio in zona vincolata
Il Proprietario di un immobile ha eseguito lavori di ricostruzione di un rudere e realizzato un porticato di 83 metri quadri senza i necessari titoli abilitativi. La zona era sottoposta a tutela paesaggistica. I giudici di merito lo hanno condannato per il reato di abuso edilizio in zona vincolata. Il Proprietario ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di vincoli e la natura di semplice ristrutturazione delle opere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la ricostruzione di un rudere privo di elementi strutturali minimi costituisce una nuova costruzione. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione del reato maturata dopo la sentenza di secondo grado. Il Proprietario perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Maltrattamento di animali: la prescrizione cancella la condanna
Il proprietario di alcuni animali veniva condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di maltrattamento di animali, a seguito di analisi ematiche che avevano rivelato anomalie. L'imputato proponeva ricorso in Cassazione eccependo l'omesso avviso per lo svolgimento delle analisi di laboratorio e la mancata valutazione di una consulenza tecnica difensiva. La Corte di Cassazione ha rilevato la fondatezza delle doglianze difensive, evidenziando la carenza di motivazione dei giudici d'appello. Tuttavia, a causa del decorso del tempo, il reato è stato dichiarato estinto per prescrizione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, non sussistendo elementi evidenti per una piena assoluzione nel merito.
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Omessa notifica al difensore: condanna annullata per prescrizione
Il caso riguarda L'Imputato, condannato in appello per reati tributari. La difesa ha impugnato la sentenza denunciando l'omessa notifica al difensore di fiducia dell'avviso di fissazione dell'udienza, in quanto l'atto era stato inviato a uno solo dei due legali nominati. La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il motivo, confermando che l'omessa notifica al difensore determina una nullità. Tuttavia, poiché i fatti risalivano al 2013, i reati sono risultati estinti per decorso del termine massimo di prescrizione (pari a sette anni e sei mesi). Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, prevalendo la causa estintiva del reato sulla nullità procedurale.
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Prescrizione del reato: la pena cade anche se la colpa è certa
L'Imputato era stato condannato per omicidio stradale. Dopo un primo annullamento della Cassazione, il processo era tornato in appello solo per ricalcolare la pena e valutare il bilanciamento tra circostanze attenuanti e aggravanti. Il giudice di rinvio ha riconosciuto la prevalenza delle attenuanti, ma non ha dichiarato la prescrizione del reato, ritenendo che la colpevolezza fosse ormai definitiva (giudicato parziale). La Cassazione ha invece stabilito che il ricalcolo delle circostanze influisce direttamente sui tempi di estinzione del reato. Di conseguenza, il giudicato parziale sulla responsabilità non impedisce di dichiarare la prescrizione del reato se questa è maturata prima della sentenza d'appello originaria. La Suprema Corte ha quindi annullato la condanna senza rinvio.
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Omessa dichiarazione dei redditi: la prescrizione non salva
L'Amministratore di una società è stato condannato per il reato di omessa dichiarazione dei redditi e IVA per gli anni 2008 e 2009. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che i reati fossero già estinti per prescrizione prima della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che, calcolando correttamente la decorrenza dei termini (novanta giorni dopo la scadenza ordinaria) e tenendo conto dei periodi di sospensione del processo, la prescrizione non era ancora maturata al momento della decisione di secondo grado. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione eventualmente maturata in un momento successivo, confermando la condanna penale e pecuniaria dell'imputato.
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Dichiarazione infedele: condanna annullata per prescrizione
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna inflitta a un contribuente per il reato di dichiarazione infedele. L'imputato era accusato di aver omesso l'indicazione di consistenti redditi di partecipazione societaria nella dichiarazione annuale del 2010. I giudici di legittimità hanno rilevato che il termine di prescrizione di dieci anni, calcolato tenendo conto della contestata recidiva, era interamente decorso il 29 dicembre 2020. Poiché tale scadenza è antecedente alla pronuncia della sentenza d'appello, la Suprema Corte ha dovuto dichiarare l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione, prevalendo questa causa estintiva in assenza di prove evidenti e immediate di innocenza che avrebbero potuto giustificare un proscioglimento nel merito.
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Abuso edilizio: condanna cancellata grazie alla prescrizione
Un nudo proprietario e un direttore dei lavori venivano condannati per un presunto abuso edilizio legato a ristrutturazioni non autorizzate. Entrambi presentavano ricorso, contestando la propria responsabilità: il primo evidenziava che l'immobile era in comodato a terzi, il secondo dimostrava di essere subentrato a lavori già iniziati. La Corte di Cassazione ha rilevato che i giudici d'appello avevano omesso di valutare queste specifiche difese, limitandosi a confermare la condanna precedente. Poiché i ricorsi erano fondati e nel frattempo era decorso il termine massimo di legge, la Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione, disponendo l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. I ricorrenti hanno così ottenuto l'annullamento definitivo della condanna.
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Prescrizione del reato: annullata la condanna per il metadone
Un uomo era stato condannato per la cessione di sei grammi di metadone. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'effettiva offensività della condotta a causa del bassissimo principio attivo della sostanza sequestrata. La Suprema Corte ha rilevato che il ricorso non era manifestamente infondato, ma ha preso atto del decorso del termine massimo di sette anni e sei mesi per la prescrizione del reato. Non essendoci elementi evidenti per un'assoluzione immediata nel merito, i giudici hanno applicato la regola della prevalenza della causa estintiva. La Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato per prescrizione.
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Lottizzazione abusiva: reato prescritto ma la confisca resta
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca dei terreni per il reato di lottizzazione abusiva, nonostante l'estinzione del reato per prescrizione. I ricorrenti sostenevano che il processo non potesse continuare dopo la scadenza del termine di prescrizione. La Suprema Corte ha invece stabilito che, se l'attività istruttoria è necessaria per verificare la data di consumazione del reato e l'eventuale prescrizione, il giudice può procedere. Se da questo accertamento emerge la prova piena del reato, la confisca urbanistica è del tutto legittima. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati e la confisca è stata confermata definitivamente.
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Condanna per abuso e prescrizione del reato: vince il tempo
I proprietari di un immobile vengono condannati nei primi gradi di giudizio per l'ampliamento abusivo di una tettoia. Presentano ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione delle prove sull'epoca di ultimazione dei lavori e l'assenza di motivazione sui benefici di legge. La Suprema Corte rileva che i motivi di ricorso sono fondati e non inammissibili. Di conseguenza, accertato il decorso del termine di cinque anni dal momento della commissione del fatto, dichiara la prescrizione del reato. La Cassazione annulla quindi senza rinvio la sentenza di condanna, sancendo che la presenza di un ricorso fondato impone l'immediata declaratoria di estinzione del reato per prescrizione del reato, prevalendo sull'annullamento con rinvio per vizi di motivazione.
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Reato continuato: condanne confermate contro i ricorsi
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi imputati condannati per traffico di stupefacenti. Alcuni ricorrenti lamentavano la mancata motivazione sugli aumenti di pena applicati per i singoli reati satellite uniti dal vincolo del reato continuato. La Suprema Corte ha confermato la condanna di tutti gli imputati, rigettando o dichiarando inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, in caso di reato continuato, il giudice deve calcolare e motivare l'aumento di pena in modo distinto per ogni reato satellite, rispettando i criteri di proporzionalità. Nel caso specifico, la Corte d'appello aveva correttamente motivato tali aumenti e valutato la pericolosità sociale dei soggetti, escludendo l'attenuante della lieve entità e la prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva.
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Confisca di beni: perché i marinai non possono riaverli
Due marinai, accusati di contrabbando di corallo, hanno impugnato la sentenza d'appello che dichiarava la prescrizione del reato ma confermava la confisca di beni (il corallo e una somma di denaro). I ricorrenti chiedevano l'assoluzione nel merito e la restituzione dei beni sequestrati. La Corte di Cassazione ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che i marinai non avevano alcun interesse ad agire contro la confisca di beni, poiché essi stessi avevano ammesso che il corallo apparteneva a una società terza estranea al processo. Inoltre, l'assoluzione per prescrizione richiede un'evidenza immediata dell'innocenza, assente in questo caso. Di conseguenza, la confisca è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali.
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Confisca nel patteggiamento: l’accordo non cancella la sanzione
Un cittadino, accusato di reati fiscali e trasferimento fraudolento di valori, concordava la pena con il giudice. Tuttavia, impugnava la sentenza lamentando l'omesso proscioglimento per insufficienza di prove e l'applicazione della confisca dei beni sequestrati, sostenendo che l'accordo escludesse tale misura. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la confisca nel patteggiamento è obbligatoria per i reati tributari e non può essere esclusa dall'accordo delle parti, che può riguardare solo la confisca facoltativa. Inoltre, non vi erano elementi evidenti per un proscioglimento immediato. L'imputato perde definitivamente il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Condanna per fatture false: scatta la prescrizione del reato
Un imprenditore, titolare di una ditta individuale, viene condannato in appello a un anno di reclusione per aver utilizzato fatture false al fine di evadere le imposte sui redditi. L'imputato propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, nonostante l'integrale pagamento del debito tributario, e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte accoglie il ricorso. I giudici stabiliscono che il giudice d'appello ha l'obbligo di valutare d'ufficio la particolare tenuità del fatto. Di conseguenza, l'ammissibilità del ricorso consente di rilevare l'avvenuto decorso del termine massimo di dieci anni. La Cassazione annulla quindi senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando che il residuo illecito penale è estinto per prescrizione del reato.
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Nullità della notifica cancella la condanna per reato fiscale
Due amministratrici di una società di trasporti venivano condannate in appello per omessa dichiarazione dei redditi e IVA. Le imputate proponevano ricorso in Cassazione lamentando la nullità della notifica del decreto di citazione in appello, eseguita via PEC ai difensori solo nella loro qualità di legali e non come domiciliatari ex art. 161 c.p.p. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando l'effettiva nullità della notifica poiché l'atto non era stato correttamente indirizzato ai difensori nella veste di domiciliatari. Di conseguenza, dichiarata l'ammissibilità del ricorso, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna per sopravvenuta prescrizione del reato.
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