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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Settima Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricorso contro il patteggiamento: limiti e rischi
Un imputato ha concordato una pena davanti al Tribunale mediante patteggiamento. Successivamente, l'imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la carenza di motivazione del giudice in merito alla sua effettiva responsabilità penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. La legge circoscrive il ricorso contro il patteggiamento a casi tassativi, tra cui i vizi della volontà, il contrasto tra accordo e sentenza, l'errore sulla qualificazione del reato o l'illegalità della pena. La motivazione della sentenza patteggiata può essere sintetica data la natura contrattuale del rito. Di conseguenza, i giudici hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di una sanzione di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per patteggiamento: accordo chiuso e rigetto
L'Imputato ha concordato l'applicazione della pena davanti al Tribunale. Successivamente, la difesa ha presentato un ricorso per patteggiamento dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando generiche violazioni di legge. I giudici supremi hanno rilevato che i motivi proposti non rientravano tra i casi tassativi previsti dal codice di rito per contestare una pena concordata. Il giudice territoriale aveva infatti già escluso con esito positivo cause evidenti di proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile con decisione immediata. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese del giudizio oltre a una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: patto sulla pena e divieto di ricorso
Quattro imputati hanno pattuito la riduzione della pena tramite concordato in appello, rinunciando formalmente alle doglianze di merito. Successivamente, gli stessi hanno presentato ricorso per cassazione contestando vizi di motivazione, violazioni di legge e l'entità della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. L'accordo liberamente concluso preclude qualsiasi riesame dei motivi rinunciati o del calcolo della sanzione, salvo il caso di sanzione oggettivamente illegale o vizi nel consenso. I ricorrenti hanno subito la condanna al pagamento delle spese e al versamento di quattromila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Ricorso Patteggiamento Inammissibile: Limiti Post-Riforma 2017
Un Lavoratore ha presentato ricorso contro una sentenza di patteggiamento, sostenendo che il giudice avrebbe dovuto proscioglierlo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che, dopo la riforma del 2017, i motivi di ricorso contro una sentenza di patteggiamento sono limitati. Non è più possibile contestare l'affermazione di responsabilità o la valutazione delle prove. La Corte ha quindi confermato l'inammissibilità del ricorso patteggiamento, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso in Cassazione patteggiamento: l’errore che costa caro
Due imputati, dopo aver accettato una pena tramite patteggiamento, hanno presentato personalmente un ricorso in Cassazione contro la sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questo è accaduto perché il ricorso non era stato presentato da un avvocato, come richiesto dalla legge, e contestava aspetti non più impugnabili per le sentenze di patteggiamento dopo una riforma del 2017. La Corte ha ribadito che il consenso al patteggiamento implica un riconoscimento di responsabilità. Gli imputati sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: stop alla condanna per tentato furto
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentato furto aggravato risalente al settembre 2013. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha accertato la validità del ricorso, requisito indispensabile per esaminare la vicenda. I giudici non sono entrati nel merito delle contestazioni, in quanto si è verificata la prescrizione del reato. Essendo decorso il termine massimo di sette anni e mezzo dal fatto, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio, cancellando la condanna dell'imputato.
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Tentato furto aggravato: ricorso generico respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per il reato di tentato furto aggravato, dichiarando il suo ricorso inammissibile. L'imputato contestava la sussistenza della responsabilità penale e lamentava l'eccessiva severità della pena inflitta nei gradi di merito. I giudici supremi hanno evidenziato che l'impugnazione non offriva alcuna critica puntuale alla sentenza d'appello e proponeva doglianze generiche sulla sanzione. La quantificazione della pena risulta logicamente motivata in base alle modalità dell'azione criminosa, senza necessità di analizzare singolarmente ogni parametro normativo. L'imputato perde la causa e subisce la condanna al pagamento delle spese di giudizio e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione tra rito e merito
Un imputato condannato nei primi due gradi di giudizio ha presentato ricorso davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo l'immediato proscioglimento e contestando la propria responsabilità penale. Tuttavia, nell'atto di appello precedente, la difesa aveva contestato unicamente l'entità della pena inflitta e non l'accertamento del fatto storico. I Supremi Giudici hanno rilevato che non è possibile sollevare per la prima volta questioni sulla colpevolezza se queste non sono state sottoposte all'esame della Corte d'Appello. Per tale motivo, i giudici hanno dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, confermando la condanna definitiva e ordinando il pagamento delle spese processuali insieme a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Accordo e sanzione: ricorso per cassazione contro patteggiamento
L'Imputato, dopo aver concordato l'applicazione della pena per reati legati agli stupefacenti, ha proposto impugnazione lamentando difetti di motivazione e la mancata derubricazione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione con procedura rapida. La legge limita rigidamente i casi di ricorso per cassazione contro patteggiamento a vizi sulla volontà, mancata corrispondenza tra richiesta e sentenza, illegalità della pena o palese errore di qualificazione giuridica. Poiché le doglianze dell'Imputato celavano semplici censure di merito e formule prive di consistenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso in Cassazione patteggiamento: inammissibile se contesta la motivazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso in Cassazione presentato da due imputati contro una sentenza di patteggiamento. Gli imputati contestavano l'omessa valutazione da parte del giudice delle condizioni per un proscioglimento. Tuttavia, la legge stabilisce che il ricorso in Cassazione contro una sentenza di patteggiamento è inammissibile quando si lamenta un vizio di motivazione o la mancata valutazione di un proscioglimento. I motivi presentati erano generici e non rientravano tra quelli consentiti. Di conseguenza, i ricorsi non sono stati esaminati nel merito, e gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: limiti rigidi e sanzioni
L'Imputato patteggia una pena per violazione della legge sugli stupefacenti. Successivamente propone ricorso per Cassazione, lamentando un difetto di motivazione del giudice sul mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso contro il patteggiamento perché la legge limita le impugnazioni a casi tassativi ed eccezionali, tra cui non rientra il generico vizio di motivazione. Di conseguenza, la Corte conferma la condanna concordata e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di quattromila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Porto abusivo di armi: reato prescritto ma confisca confermata
L'Imputato veniva condannato in primo grado al pagamento di un'ammenda per il reato di porto abusivo di armi e oggetti atti ad offendere, oltre alla confisca del materiale sequestrato. Il cittadino proponeva ricorso lamentando il diniego della particolare tenuità del fatto, motivato unicamente dalla presenza di un precedente penale. La Corte di Cassazione ha giudicato ammissibile il ricorso, ribadendo che un precedente penale non preclude automaticamente la causa di non punibilità. Grazie all'ammissibilità dell'impugnazione, la Suprema Corte ha potuto rilevare d'ufficio il decorso del termine di cinque anni necessario per la prescrizione del reato. La sentenza impugnata è stata quindi annullata senza rinvio per estinzione del reato, fermi restando l'obbligo di confisca e la conseguente distruzione di quanto sottoposto a sequestro.
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Ricorso contro patteggiamento: quando la Cassazione lo boccia
Un cittadino ha presentato un ricorso contro patteggiamento concordato per reati legati agli stupefacenti di lieve entità. L'imputato lamentava la mancata pronuncia di un proscioglimento immediato e il calcolo della pena in misura superiore ai minimi edittali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che le norme vigenti consentono l'impugnazione delle sentenze concordate solo per motivi tassativi, tra cui non rientrano le contestazioni sul quantum della pena o sul mancato proscioglimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di quattromila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del Reato: Condanna Annullata per Decorrenza Termini
Un Conducente è stato condannato per un reato legato alla guida (art. 186, comma 7, d.lgs. 285/92). Ha presentato ricorso contro la sentenza d'appello che confermava la condanna. La Corte di Cassazione ha rilevato che il reato era estinto per **prescrizione del reato**, poiché era trascorso il tempo massimo previsto dalla legge per perseguirlo. Di conseguenza, la Corte ha annullato la condanna e ha eliminato le sanzioni amministrative accessorie, come la sospensione della patente, senza necessità di un nuovo giudizio.
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Impugnazione del patteggiamento: limiti di legge e sanzioni
L'Imputato ha concordato l'applicazione della pena con il giudice per un reato legato agli stupefacenti. Successivamente, il suo difensore ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la carenza di motivazione circa la mancata assoluzione d'ufficio. La Corte Suprema ha respinto l'atto dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è limitata a casi tassativi previsti dalla legge, tra cui non rientra il difetto di motivazione sull'art. 129 c.p.p. La proposizione di un motivo non consentito ha comportato la condanna al pagamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Guida in ebbrezza: la prescrizione del reato annulla la pena
L'Imputato veniva condannato dai giudici di merito per il reato di guida in stato di ebbrezza commesso nell'agosto 2015. Contro la sentenza della Corte d'Appello, L'Imputato proponeva ricorso per Cassazione denunciando la mancata audizione di un testimone, vizio di motivazione e chiedendo l'accertamento dell'intervenuta prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha riscontrato che il ricorso non era inammissibile e che il termine massimo di prescrizione, compresi i periodi di sospensione, era decorso a dicembre 2020. Non essendoci presupposti evidenti per un'assoluzione nel merito, la Suprema Corte ha disposto l'annullamento della sentenza senza rinvio. L'Imputato evita la condanna penale grazie all'intervenuta prescrizione del reato.
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Ricorso inammissibile patteggiamento: quando la difesa non può appellare
Un Imputato ha ricevuto una condanna per un reato di droga tramite patteggiamento. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il giudice non aveva verificato la possibilità di un proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile patteggiamento. Questo è avvenuto perché la legge limita strettamente i motivi di ricorso contro le sentenze di patteggiamento a casi specifici, e la ragione addotta dall'Imputato non rientrava tra quelli consentiti. La decisione ribadisce i confini stretti per contestare un patteggiamento.
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Ricorso per cassazione patteggiamento: accordo e limiti
Tre imputati per reati di corruzione hanno concordato l'applicazione della pena tramite patteggiamento davanti al Giudice per le indagini preliminari. Successivamente, i soggetti hanno proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando il mancato proscioglimento immediato, la mancata concessione delle attenuanti e l'errata qualificazione giuridica dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato tutti i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione patteggiamento è limitato a motivi tassativi introdotti dalla legge, come vizi di volontà o pene illegali. L'accordo preventivo sulla sanzione esclude ogni contestazione sulla colpevolezza e sulla congruità della pena concordata. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: blocca il ricorso sulla responsabilità
Un cittadino, condannato in primo grado per reati di lieve entità legati agli stupefacenti, concorda la pena in secondo grado attraverso l'istituto del concordato in appello. Successivamente, tramite il proprio difensore, l'imputato presenta ricorso alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata valutazione di una causa di proscioglimento immediato. La Suprema Corte dichiara il ricorso del tutto inammissibile. Chi sceglie il concordato in appello rinuncia contestualmente a ridiscutere la propria responsabilità penale nei successivi gradi di giudizio. A causa dell'inammissibilità della domanda, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: bloccato il ricorso in Cassazione
Gli Imputati, accusati del reato di riciclaggio, hanno concordato la pena nel giudizio di secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, a mezzo del proprio difensore, hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. Con l'accordo sulle pene raggiunto in appello, le parti rinunciano infatti contestualmente agli altri motivi di impugnazione. Tale rinuncia preclude qualsiasi successiva contestazione sui punti esclusi dall'accordo, compresa la presunta omessa motivazione sul proscioglimento. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende a carico di ciascun ricorrente.
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