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Art. 1218 Codice Civile — Sezione Prima Civile

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472 provvedimenti

Altri anni per Art. 1218 Codice Civile

Perdite e obblighi informativi dell’intermediario finanziario
Due risparmiatori subiscono perdite finanziarie dopo aver acquistato quote di fondi comuni consigliate da un promotore. Il cessionario del credito agisce contro la banca per il risarcimento dei danni. La banca chiama in causa il promotore. La Corte d'Appello condanna la banca al risarcimento e il promotore a rifondere il 50% alla banca, ritenendo violati gli obblighi informativi dell'intermediario finanziario. La Cassazione dichiara inammissibili sia il ricorso del promotore sia quello della banca. I giudici confermano che la semplice consegna del prospetto informativo non basta ad assolvere i doveri di informazione attiva e passiva. La banca e il promotore devono risarcire il danno in quanto non hanno provato di aver informato adeguatamente i clienti sui rischi specifici dell'operazione.
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Inadempimento contrattuale: software installato ma inutilizzabile
Un'azienda informatica ha stipulato un contratto di appalto con un Comune per la fornitura e l'installazione di un software. A causa del malfunzionamento del server, danneggiato durante il trasporto dall'azienda stessa, non è stato possibile eseguire il collaudo e l'addestramento del personale. La Corte d'Appello ha accertato l'inadempimento contrattuale dell'azienda, negando il pagamento della fattura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda, confermando la decisione di secondo grado. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Responsabilità contrattuale del dipendente: il lavoratore paga
Un dipendente di un istituto di credito ha effettuato operazioni finanziarie speculative non autorizzate sui conti di alcuni clienti, utilizzando moduli in bianco o con firme false. I clienti hanno chiesto il risarcimento alla banca, che ha poi transatto la lite per 700.000 euro. La banca ha quindi esercitato un'azione di regresso chiedendo la condanna del lavoratore a titolo di responsabilità contrattuale del dipendente per 100.000 euro. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna del dipendente, respingendo il suo ricorso. La Corte ha chiarito che l'illecito del lavoratore verso il datore di lavoro costituisce un inadempimento contrattuale soggetto alla prescrizione ordinaria di dieci anni e non a quella quinquennale.
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Clausola penale: risarcimento dovuto anche senza prova del danno
Una società consortile (L'Appaltatore) ha affidato in subappalto la costruzione di due gallerie autostradali a un'impresa, che ha poi abbandonato il cantiere ed è fallita. L'Appaltatore ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare per oltre tre milioni di euro, includendo una clausola penale per il ritardo e i costi di subentro nel leasing di un macchinario inamovibile. Il Tribunale ha rigettato la richiesta pretendendo la prova del danno concreto. La Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la clausola penale esonera dalla prova del danno e che non si può imporre al danneggiato una prova impossibile per il recupero delle spese necessarie a completare l'opera.
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Responsabilità della banca negoziatrice: il caso dell’assegno falso
Gli Eredi del Risparmiatore hanno agito contro la Banca Negoziatrice e la Banca Trattaria per ottenere il risarcimento del danno derivante dall'incasso di un assegno di 120.000 euro visibilmente alterato da un consulente finanziario infedele. La Corte d'Appello aveva escluso la responsabilità degli istituti di credito per mancanza dell'assegno in originale. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che la responsabilità della banca negoziatrice ha natura contrattuale da contatto sociale. Di conseguenza, spetta alla banca, e non al cliente, dimostrare di aver agito con la massima diligenza professionale e che l'alterazione del titolo non fosse rilevabile a prima vista (ictu oculi). La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Diritto di regresso: banca negligente e venditore inadempiente
Un'Acquirente compra un immobile, ma la Venditrice non cancella l'ipoteca precedente. La Banca, che ha concesso il mutuo all'Acquirente, versa il denaro alla Venditrice senza verificare l'effettiva cancellazione della garanzia. L'Acquirente fa causa a entrambe. Il Tribunale condanna la Banca e la Venditrice in solido a risarcire il danno. La Banca chiede la manleva alla Venditrice, ma i giudici di merito la rifiutano, ritenendo la Banca unicamente negligente. La Cassazione accoglie il ricorso della Banca, stabilendo che, in caso di condanna solidale per inadempimenti concorrenti, spetta sempre il diritto di regresso nei rapporti interni tra coobbligati. La solidarietà serve a tutelare il creditore, ma nei rapporti interni il debito si divide in quote paritarie, salvo diversa pattuizione.
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Responsabilità dell’amministratore: condanna da 2 milioni
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni per due milioni di euro a carico di un ex amministratore di una società fallita. L'amministratore aveva stipulato un contratto di locazione svantaggioso e concesso una fideiussione a garanzia del mutuo di una società socia, violando i doveri di prudenza. Il danno è stato quantificato in base all'intero credito ammesso al passivo della banca. La Cassazione ha chiarito che la responsabilità dell'amministratore sussiste e che spettava a quest'ultimo, e non alla curatela fallimentare, dimostrare l'eventuale riduzione del danno derivante dalla vendita forzata dell'immobile ipotecato. Non avendo fornito tale prova, il ricorso dell'amministratore è stato rigettato.
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Responsabilità degli amministratori: condanna per prestiti facili
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei vecchi amministratori e sindaci di una banca cooperativa, confermando la loro condanna al risarcimento dei danni per oltre un milione di euro. La vicenda nasce dalla mala gestio dell'istituto, commissariato per concessione indiscriminata di crediti senza garanzie. I giudici hanno chiarito che la responsabilità degli amministratori sorge immediatamente al momento dell'erogazione negligente del credito, senza dover attendere l'esito delle azioni di recupero contro i debitori. Inoltre, la fusione per incorporazione della banca in un altro istituto non interrompe l'azione legale intrapresa dal commissario, poiché i nuovi organi succedono automaticamente nella causa senza necessità di nuove autorizzazioni.
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Risarcimento danni investimenti: perché i documenti non bastano
Un risparmiatore ha citato in giudizio un istituto di credito chiedendo il risarcimento danni investimenti per la perdita del capitale investito in titoli ad alto rischio. L'investitore lamentava la violazione degli obblighi informativi e il ritardo nell'esecuzione degli ordini di vendita. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del risparmiatore, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha stabilito che la domanda di risarcimento era generica e indeterminata. L'investitore non ha quantificato con precisione il danno subito al momento dell'inadempimento, limitandosi a produrre documenti contabili senza specificare i fatti nei propri atti difensivi. Di conseguenza, il risparmiatore perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Convenzione di lottizzazione: scontro tra Comune e privati
I proprietari di un'area di 60.000 mq hanno chiesto il risarcimento dei danni al Comune e alla Provincia per l'inadempimento di una convenzione di lottizzazione e per la perdita della proprietà del terreno, occupato e trasformato per la costruzione di una scuola. Dopo alterne vicende nei gradi di merito, la Cassazione, rilevando la complessità delle questioni giuridiche relative alla natura del vincolo urbanistico e alla data dell'illecito, ha emesso un'ordinanza interlocutoria. La Corte ha disposto il rinvio della causa a nuovo ruolo per discuterla in udienza pubblica con la partecipazione del Pubblico Ministero, rimandando la decisione finale.
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Dovere di informazione della banca: risarciti i rischi taciuti
Un investitore privo di esperienza acquistava prodotti finanziari ad alto rischio proposti da un istituto di credito, subendo gravi perdite patrimoniali. Gli eredi del risparmiatore citavano in giudizio la banca per violazione degli obblighi informativi. La Corte d'Appello condannava l'istituto al risarcimento dei danni. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, rigettando il ricorso della banca. I giudici hanno ribadito che il dovere di informazione della banca non si esaurisce nella generica comunicazione del rischio di perdita del capitale. L'intermediario deve valutare l'adeguatezza dell'investimento rispetto al profilo del cliente e dimostrare di aver fornito informazioni dettagliate. La liquidazione anticipata dei titoli da parte del risparmiatore per evitare ulteriori perdite non costituisce concorso di colpa. La banca è stata condannata a risarcire oltre 228.000 euro.
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Onere della prova: il committente non deve provare i ritardi
Un'azienda immobiliare (Il Committente) stipula un contratto di appalto con un'impresa edile (L'Appaltatrice) per completare degli edifici. A causa di gravi ritardi e dell'abbandono del cantiere, il Committente avvia una causa di risoluzione. Successivamente, l'Appaltatrice fallisce. Il Committente chiede quindi di essere ammesso al passivo fallimentare per ottenere il risarcimento dei danni. Il Tribunale respinge la richiesta, sostenendo che il Committente non abbia dimostrato il mancato completamento dei lavori. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del Committente, stabilendo che sul tema dell'onere della prova spetta al debitore (o al fallimento) dimostrare di aver adempiuto correttamente ai propri obblighi, e non al creditore provare l'altrui inadempimento. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Contratto quadro di investimento: firma assente, vince la banca
Un risparmiatore ha citato in giudizio un istituto di credito chiedendo il risarcimento dei danni per la svalutazione di titoli di Stato esteri acquistati tra il 2009 e il 2012. L'investitore lamentava la violazione degli obblighi informativi e la nullità del contratto quadro di investimento per mancanza della firma della banca. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno respinto le richieste. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la mancanza della firma della banca non può essere eccepita dall'investitore come causa di nullità se si tratta di una nullità di protezione a tutela del cliente stesso. Inoltre, la contestazione sulla mancata consegna del contratto era una domanda nuova, non proponibile per la prima volta in appello. Il risparmiatore perde la causa e viene condannato a pagare le spese legali.
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Compensatio lucri cum damno: quando il guadagno riduce il danno
Due risparmiatori citano in giudizio un Istituto di Credito per essere stati indotti ad acquistare obbligazioni argentine altamente rischiose senza adeguate informazioni. Il Tribunale e la Corte d'Appello condannano la banca al risarcimento. La Cassazione rigetta il ricorso della banca sulla responsabilità informativa, confermando la violazione dei doveri di trasparenza. Tuttavia, accoglie il ricorso sul calcolo del danno: i giudici di merito non hanno applicato il principio della compensatio lucri cum damno. I risparmiatori avevano infatti ottenuto cedole e plusvalenze dallo scambio dei titoli, elementi che riducono il danno effettivo. La sentenza viene cassata con rinvio per ricalcolare la somma dovuta.
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Pari facoltà di rimborso: il blocco del buono postale non vale
Un risparmiatore ha chiesto il blocco di un buono fruttifero postale cointestato con l'ex moglie durante la separazione. Nonostante la richiesta, l'ente postale ha rimborsato l'intero importo alla donna. Il risparmiatore ha quindi citato in giudizio l'ente per ottenere il 50% della somma. Il Tribunale ha rigettato la domanda, rilevando che il titolo conteneva la clausola di pari facoltà di rimborso, che permetteva a ciascun cointestatario la riscossione autonoma. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del risparmiatore, confermando che il giudizio di legittimità non può rivalutare i fatti già accertati nei gradi precedenti e che la clausola di pari facoltà di rimborso legittimava il pagamento dell'intera somma alla cointestataria.
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Obblighi informativi della banca: risarcito anche chi rischia
Un risparmiatore ha citato in giudizio un istituto di credito chiedendo il risarcimento dei danni per l'acquisto di obbligazioni argentine, lamentando la violazione degli obblighi informativi della banca. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, ritenendo che la pregressa propensione al rischio del cliente escludesse il nesso di causa tra l'omessa informazione e la scelta di investire. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del risparmiatore, stabilendo che la violazione dei doveri di informazione genera una presunzione di nesso causale con il danno subito. Tale presunzione non può essere superata dimostrando una generica propensione al rischio dell'investitore, poiché anche il cliente speculativo ha il diritto di compiere scelte consapevoli. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Risoluzione del contratto di appalto: no riserve sì rivalutazione
Un'impresa edile ha chiesto la risoluzione del contratto di appalto con un Comune per gravi ritardi nei pagamenti e mancata consegna delle aree di cantiere. Il Tribunale ha dichiarato la risoluzione per colpa dell'ente pubblico, liquidando un risarcimento. L'impresa ha però richiesto ulteriori somme per lavori aggiuntivi e spese di custodia tramite il meccanismo delle riserve contrattuali. La Corte d'Appello ha respinto queste richieste, rilevando che la risoluzione del contratto di appalto cancella retroattivamente le regole del contratto, rendendo inapplicabile il sistema delle riserve. La Cassazione ha confermato questo principio: dopo la risoluzione, l'appaltatore può chiedere solo il risarcimento dei danni provati. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso sul diritto dell'impresa a ottenere la rivalutazione monetaria sul risarcimento già ottenuto, trattandosi di un debito di valore che va adeguato all'inflazione anche d'ufficio.
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Penale per ritardo: l’appaltatore perde contro l’ente
Un imprenditore edile (L'Appaltatore) ha stipulato un contratto con un ente pubblico (La Stazione Appaltante) per la costruzione di alloggi popolari. A causa di ritardi nella consegna delle opere, la Stazione Appaltante ha applicato una penale per ritardo. L'Appaltatore ha impugnato la sanzione, sostenendo che i rallentamenti fossero dovuti a varianti progettuali e ad atti vandalici qualificabili come forza maggiore. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell'Appaltatore, confermando la legittimità della penale per ritardo. I giudici hanno chiarito che le varianti non azzerano i termini contrattuali e che la contestazione sulla forza maggiore era generica e priva di prove concrete sul nesso causale.
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Penale per ritardo nell’appalto: la frana non salva l’impresa
L'Appaltatore ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che lo condannava al pagamento di una pesante penale per ritardo nell'appalto di oltre 158.000 euro, a causa del mancato completamento nei termini di un complesso residenziale. L'impresa sosteneva che i ritardi fossero dovuti a frane e atti vandalici nel cantiere, eventi qualificabili come forza maggiore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la sanzione. I giudici hanno chiarito che l'impossibilità parziale di costruire alcuni edifici non giustificava il blocco totale dei lavori, potendo l'impresa proseguire sulle parti non colpite. Inoltre, in mancanza di tempestive riserve scritte e di una prova diretta del nesso causale tra gli atti vandalici e il ritardo complessivo, la penale resta interamente a carico dell'impresa inadempiente.
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Mancanza di copertura finanziaria: no al risarcimento milionario
Un consorzio di imprese ha chiesto la risoluzione per inadempimento delle convenzioni stipulate con un Commissario straordinario per la progettazione e costruzione di una tratta ferroviaria, lamentando il mancato avvio dei lavori e richiedendo il risarcimento dei danni. Il Commissario si è difeso eccependo la sopravvenuta mancanza di copertura finanziaria, circostanza che, in base a una specifica clausola contrattuale, limitava il diritto del concessionario al solo rimborso delle spese di progettazione. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del giudice di rinvio, rigettando la domanda di risoluzione per colpa della pubblica amministrazione. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di una clausola contrattuale chiara che limita le conseguenze della mancanza di copertura finanziaria al solo rimborso delle spese documentate, non è configurabile un inadempimento colpevole del Commissario, escludendo così qualsiasi risarcimento del danno ulteriore.
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