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Art. 115 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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1461 provvedimenti

Altri anni per Art. 115 Codice di Procedura Civile

Lavoro subordinato: i falsi voucher condannano la cooperativa
Una cooperativa sociale e il suo liquidatore hanno impugnato i verbali di accertamento di INPS e INAIL, i quali contestavano l'uso irregolare di voucher per prestazioni che in realtà mascheravano un vero e proprio lavoro subordinato. La Corte d'Appello ha confermato la riqualificazione dei rapporti di lavoro, evidenziando che il giudice può sempre verificare la natura concreta dell'attività svolta, al di là del modello formale utilizzato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso della cooperativa inammissibile. I giudici hanno ribadito che l'accertamento degli indici di subordinazione spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscusso in sede di legittimità. Di conseguenza, la cooperativa perde la causa e deve pagare le differenze contributive, i premi assicurativi ricalcolati e le spese di giudizio.
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DURC regolare ma sanzioni: recupero degli sgravi contributivi
Una cooperativa ha contestato la richiesta dell'INPS di restituire le agevolazioni ricevute, sostenendo di essere in possesso di un DURC regolare e di aver sanato le violazioni riscontrate dagli ispettori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del recupero degli sgravi contributivi. I giudici hanno chiarito che il possesso del DURC è un requisito necessario ma non sufficiente: per mantenere i benefici, il datore di lavoro deve rispettare concretamente i contratti collettivi e le leggi sul lavoro. Inoltre, la regolarizzazione avvenuta dopo l'inizio dei controlli ispettivi non cancella il potere dell'ente previdenziale di richiedere indietro le somme indebitamente risparmiate.
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Attività giornalistica e mansioni tecniche: la Cassazione decide
L'ente previdenziale dei giornalisti ha richiesto a un'azienda televisiva il pagamento di contributi per un lavoratore, sostenendo che svolgesse attività giornalistica. L'azienda si è opposta, dimostrando che il dipendente era inquadrato come programmista-regista e che i suoi compiti giornalistici erano solo sporadici. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno dato ragione all'azienda, rilevando la mancanza di continuità e autonomia tipiche del giornalismo. La Corte di Cassazione ha confermato queste decisioni, rigettando il ricorso dell'ente previdenziale. La Suprema Corte ha chiarito che spetta ai giudici di merito valutare le prove concrete e che l'attività giornalistica richiede una reale mediazione intellettuale e autonomia, elementi qui assenti. L'ente previdenziale perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Motivazione apparente: l’INAIL vince contro la sentenza fantasma
L'Istituto Assicurativo ha richiesto a una Società il pagamento di premi arretrati tramite cartella esattoriale. Il Tribunale ha annullato la cartella per difetto di notifica dell'atto presupposto. La Corte d'Appello ha confermato l'annullamento, sostenendo erroneamente che il verbale di accertamento originario fosse stato annullato in un altro giudizio. L'Istituto Assicurativo ha fatto ricorso in Cassazione, dimostrando che quel verbale era stato solo parzialmente ridotto e non annullato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando una motivazione apparente e un evidente travisamento dei fatti da parte dei giudici d'appello. La sentenza è stata cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Prova della consegna della merce: l’acconto smentisce il debitore
Un fornitore di farmaci ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una farmacia per il saldo di forniture non pagate. I farmacisti si sono opposti sostenendo che mancasse la prova della consegna della merce, poiché i documenti di trasporto non erano firmati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei farmacisti, confermando che la prova della consegna della merce può essere raggiunta anche tramite elementi indiretti. Tra questi, il pagamento di un acconto, la mancata contestazione delle fatture e una clausola contrattuale che escludeva l'obbligo di firma per le consegne quotidiane. La Corte ha inoltre sanzionato i ricorrenti per abuso del processo per aver rifiutato la proposta di definizione accelerata.
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Contratto nullo ma lavoro vero: sì alle prestazioni di fatto
Un collaboratore ambientale ha lavorato per un ente pubblico tramite contratti a termine prorogati. Successivamente, l'amministrazione ha annullato l'ultima proroga, ma il lavoratore ha continuato a svolgere le sue mansioni. Il dipendente ha quindi chiesto il pagamento delle retribuzioni e dei compensi incentivanti per l'attività svolta. La Corte d'Appello ha condannato l'ente al pagamento di oltre 174.000 euro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'amministrazione. I giudici hanno stabilito che le prestazioni di fatto devono essere pienamente retribuite, anche se il contratto viene annullato, purché il lavoro sia stato effettivamente prestato e l'attività non sia illecita. Il lavoratore ha quindi diritto a ricevere quanto dovuto per il lavoro svolto.
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Presunzione di distribuzione degli utili: quando il socio perde
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro Il Socio di una società a ristretta base partecipativa, applicando la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili per l'anno 2006. Il Socio si è difeso sostenendo di aver acquistato le quote solo nel 2007, come da atto notarile. Tuttavia, la dichiarazione dei redditi della società per il 2006 lo indicava già come titolare del 25% delle quote. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito. Di conseguenza, trova piena applicazione la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili tra i soci di società a ristretta base, in quanto l'atto del 2007 non smentisce in modo assoluto la qualità di socio nell'anno precedente. Il Socio perde la causa e deve pagare le spese.
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Obblighi informativi dell’intermediario: stop al risarcimento
Un investitore ha citato in giudizio un istituto di credito chiedendo il risarcimento dei danni per l'acquisto di bond argentini poi andati in default, lamentando la violazione degli obblighi informativi dell'intermediario. La Corte d'Appello ha condannato la banca, ritenendo che quest'ultima non avesse contestato in modo specifico gli atti di interruzione della prescrizione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca su questo punto, stabilendo che l'eccezione di prescrizione sollevata dall'intermediario nega implicitamente la ricezione degli atti interruttivi, gravando l'investitore dell'onere di provarne l'invio. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: banca sanzionata
Un istituto bancario, cessionario di crediti per forniture sanitarie, ha impugnato la sentenza d'appello che riduceva le somme dovute da un'azienda sanitaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'**inammissibilità del ricorso per cassazione** per gravi difetti procedurali. La banca non ha depositato la copia autentica della sentenza impugnata a causa di file telematici corrotti e non ha formulato censure idonee, limitandosi a richiedere un riesame del merito. Avendo la banca insistito nel giudizio nonostante la proposta di definizione accelerata, la Corte l'ha condannata per responsabilità aggravata al pagamento delle spese legali, di una sanzione pecuniaria e di una somma aggiuntiva a favore della controparte.
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Imposta di registro agevolata: sì anche senza piano adottato
L'Agenzia delle Entrate ha negato l'applicazione dell'imposta di registro agevolata, pari all'uno per cento, sul conferimento di un terreno edificabile a una società immobiliare. Il fisco sosteneva che il piano particolareggiato non fosse ancora stato formalmente adottato al momento dell'atto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno confermato che l'agevolazione spetta anche se lo strumento urbanistico attuativo non è ancora formalmente approvato, purché l'area sia concretamente edificabile in base al piano regolatore generale e l'intervento edilizio venga completato entro cinque anni. Vince la società immobiliare, con condanna del fisco al pagamento delle spese di giudizio.
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Azione revocatoria: case svendute ai parenti tornano al fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca delle vendite immobiliari effettuate da una società poi fallita a favore dei parenti dell'amministratrice. La curatela fallimentare ha promosso l'azione revocatoria contestando il prezzo irrisorio delle cessioni (35.000 euro ad appartamento) e la consapevolezza del danno ai creditori, vista la pendenza di un pignoramento. I giudici hanno stabilito che per l'azione revocatoria non serve un credito certo e definitivo, ma basta una semplice aspettativa di credito. La vendita a prezzo stracciato a familiari configura sia il danno patrimoniale sia la malafede degli acquirenti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei compratori, che perdono definitivamente gli immobili e dovranno pagare le spese processuali.
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Esenzione TARI: magazzino vuoto ma la tassa si paga comunque
Una società di servizi impugna la richiesta di pagamento della TARI per gli anni dal 2014 al 2016 relativa a un immobile adibito ad archivio, sostenendo di non produrre rifiuti e che il locale era sotto sequestro penale. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso, riconoscendo l'esenzione TARI solo per l'anno 2016. Per tale annualità esisteva infatti una precedente sentenza definitiva (giudicato esterno) che accertava il diritto all'agevolazione a seguito di una specifica dichiarazione presentata nel gennaio 2016. Al contrario, per gli anni 2014 e 2015, la tassa resta dovuta: l'esenzione non è automatica e richiede una tempestiva comunicazione preventiva, che non può avere effetti retroattivi. Inoltre, il sequestro penale non cancella automaticamente l'obbligo tributario se non si prova la totale perdita di disponibilità del bene.
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Esenzione TARI: il deposito documenti vince contro il Comune
Una società contesta la richiesta di pagamento della tassa sui rifiuti per un immobile adibito esclusivamente a deposito di documenti non consultati. La Corte di Cassazione conferma l'esenzione TARI per la società contribuente. I giudici chiariscono che la dichiarazione di variazione presentata nel 2016 ha valore ultrattivo, cioè continua a produrre effetti anche per gli anni successivi in assenza di modifiche della situazione di fatto. Spetta all'Ente Comunale dimostrare l'eventuale mutamento d'uso dell'immobile e non al contribuente presentare una nuova denuncia ogni anno. Poiché precedenti sentenze definitive avevano già accertato l'inidoneità del locale a produrre rifiuti, tale accertamento fa stato anche per le annualità successive. Il ricorso del Comune viene rigettato.
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Socio tradito ma acquisto salvo: i limiti della revocatoria
Un socio prenotatario di una cooperativa edilizia pagava una ingente somma per un appartamento, poi trasferito a terzi con una serie di compravendite. Gli eredi del socio avviavano un'azione revocatoria per rendere inefficaci tali vendite e contestavano l'occupazione senza titolo dell'immobile. La Corte d'Appello escludeva l'indennità di occupazione ma confermava la validità dei trasferimenti ai terzi acquirenti in buona fede. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso degli eredi. La Corte ha chiarito che per l'azione revocatoria di atti anteriori al credito serve la dolosa preordinazione (dolo specifico) del debitore e la complicità del terzo, elementi mancanti nel caso di specie poiché il socio non aveva trascritto alcuna tutela immobiliare nei registri pubblici.
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Nullità del mutuo di scopo: il capitale va comunque restituito
Un'azienda agricola e i suoi garanti si sono opposti a un decreto ingiuntivo ottenuto da una banca per il pagamento di anticipi su fatture e cambiali agrarie. I debitori hanno eccepito la nullità dei finanziamenti agrari per deviazione dallo scopo e hanno chiesto il ricalcolo del saldo del conto corrente. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei debitori. La Corte ha confermato la nullità del mutuo di scopo per aver utilizzato le somme per ripianare debiti pregressi, ma ha stabilito che tale nullità non esime il debitore dall'obbligo di restituire il capitale erogato. Inoltre, ha ribadito che l'onere della prova per il ricalcolo del saldo del conto corrente grava sul correntista, il quale deve produrre tutti gli estratti conto.
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Prescrizione nei contratti bancari: senza fido niente rimborsi
Un correntista ha citato in giudizio la propria banca per ottenere la restituzione di somme indebitamente addebitate sul conto corrente per interessi usurari e anatocismo. La Corte d'Appello ha ridotto drasticamente l'importo da restituire, accogliendo l'eccezione di prescrizione sollevata dalla banca per i versamenti effettuati oltre dieci anni prima dell'inizio della causa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del cliente, confermando che la prescrizione nei contratti bancari decorre dai singoli versamenti se il cliente non dimostra l'esistenza di un contratto di apertura di credito (fido). Grava infatti sul correntista l'onere di provare la natura ripristinatoria dei versamenti per evitare la prescrizione decennale.
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Carburante contaminato: il gestore risarcisce i danni al motore
Un automobilista subisce gravi danni al motore dopo aver fatto rifornimento di gasolio. Il meccanico rileva la presenza di acqua nel serbatoio. L'automobilista chiede il risarcimento dei danni. Il gestore della stazione di servizio si difende invocando la vetustà dell'auto e l'assenza di altre segnalazioni, ma i giudici di merito lo condannano. La Corte di Cassazione conferma la responsabilità del gestore, rigettando il ricorso. La Corte chiarisce che in caso di carburante contaminato si applica la tutela del consumatore: spetta all'automobilista provare solo l'acquisto e il danno, mentre spetta al venditore dimostrare che il prodotto era conforme e privo di vizi. Il gestore, non avendo dimostrato controlli costanti sulle cisterne, deve risarcire interamente il danno.
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Fondo di garanzia: niente rimborsi per progetti non finanziati
Un Ente di Formazione ha chiesto il pagamento di oltre 150 mila euro all'Assessorato Regionale, invocando il Fondo di garanzia previsto dalla legge per il personale non utilizzato. L'Assessorato si è opposto, sostenendo che il fondo si applicasse solo a progetti già finanziati e non svolti, e non a progetti mai finanziati, come chiarito da una circolare amministrativa. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno dato ragione all'Assessorato. L'Ente ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che i giudici avessero erroneamente attribuito valore di legge alla circolare. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando che la circolare è stata usata correttamente come semplice strumento interpretativo per definire i limiti del Fondo di garanzia, il quale non è una misura illimitata ma risponde a precisi vincoli di bilancio pubblico.
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Notifica della cartella esattoriale: basta la ricevuta postale
Il Contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento emessa dall'Agente della Riscossione per crediti previdenziali dell'INPS e dell'INAIL, lamentando la mancata produzione in giudizio delle cartelle esattoriali originali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che per dimostrare la regolare notifica della cartella esattoriale non è necessario depositare l'originale o la copia dell'atto impositivo. È invece sufficiente produrre l'avviso di ricevimento della raccomandata postale. Spetta al destinatario l'onere di provare di non aver mai ricevuto il plico o che questo fosse vuoto, operando la presunzione di conoscenza.
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Nullità fideiussione antitrust: liberi anche i garanti specifici
I Fideiussori si opponevano al decreto ingiuntivo di una Banca, eccependo la nullità delle garanzie prestate per violazione delle norme sulla concorrenza. La Corte d'Appello condannava i garanti, ritenendo che la fideiussione specifica fosse esclusa dalla tutela anticoncorrenziale. La Cassazione ha accolto il ricorso dei garanti, stabilendo che il giudice non può escludere a priori la nullità fideiussione antitrust solo perché la garanzia è di tipo specifico. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo esame del contratto.
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