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Art. 115 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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1461 provvedimenti

Altri anni per Art. 115 Codice di Procedura Civile

Contratto di agenzia: provvigioni confermate ma niente preavviso
La Corte di Cassazione ha esaminato una controversia legata a un contratto di agenzia tra un'azienda mandante e un agente di commercio. L'azienda contestava la condanna al pagamento di oltre 240.000 euro di provvigioni arretrate, mentre l'agente richiedeva l'indennità di preavviso per la cessazione del rapporto a tempo determinato rinnovato tacitamente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando il debito per le provvigioni. Ha inoltre chiarito che nei contratti a tempo determinato non spetta l'indennità di preavviso, ma solo il risarcimento del danno per recesso anticipato, se provato. Infine, la Corte ha accolto il ricorso dell'agente limitatamente a un errore materiale sulle spese legali nel dispositivo della sentenza precedente, ponendole a carico dell'azienda per un terzo.
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Interpretazione della domanda giudiziale: fondi negati e sanzioni
Un produttore agricolo ha citato in giudizio l'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura chiedendo il pagamento di oltre diecimila euro. Il ricorrente sosteneva che la somma fosse dovuta per titoli speciali, mentre i giudici di merito hanno accertato che la richiesta riguardava aiuti supplementari smentiti dai documenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'interpretazione della domanda giudiziale spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere riesaminata in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato anche per responsabilità aggravata.
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Compenso professionale dell’avvocato: no all’accordo verbale
Un avvocato ha assistito un'associazione in due cause civili, richiedendo successivamente il pagamento delle proprie spettanze. L'associazione si è opposta, sostenendo l'esistenza di un accordo verbale di gratuità in cambio di favori commerciali. Il Tribunale ha accolto la domanda del legale, ritenendo nullo l'accordo verbale per mancanza di forma scritta. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'associazione. I giudici hanno chiarito che il compenso professionale dell'avvocato, compreso l'eventuale patto di gratuità, deve essere stipulato obbligatoriamente per iscritto a pena di nullità. Di conseguenza, l'associazione ha perso la causa ed è stata condannata a pagare i parametri medi per le prestazioni ricevute, oltre al raddoppio del contributo unificato.
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Accordo di manleva: spese legali perse per scelta autonoma
Due società digitali chiedono il rimborso delle spese legali sostenute in una causa negli Stati Uniti, avviata da una nota attrice. Le società si basano su un accordo di manleva firmato con una società di orologi, la quale si era impegnata a coprire i costi del contenzioso. Tuttavia, l'accordo prevedeva una condizione precisa: l'utilizzo di un unico avvocato scelto dalla società di orologi. Le società digitali hanno invece nominato difensori propri senza consenso. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso delle società digitali, confermando le decisioni dei precedenti gradi di giudizio. La Corte stabilisce che la violazione dei patti contrattuali, come la nomina autonoma dei difensori, fa perdere il diritto al rimborso delle spese legali. Le ricorrenti sono condannate a pagare le spese di giudizio.
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Premio supplementare silicosi: produzione sporadica ma sanzionata
L'Azienda ha impugnato la richiesta dell'Istituto Assicurativo relativa al pagamento di un premio supplementare silicosi per il periodo dal 2008 al 2012, pari a circa quattromila euro. L'ente previdenziale aveva accertato l'esposizione al rischio dei lavoratori durante la produzione di vernici al quarzo. L'Azienda sosteneva l'insussistenza del rischio, presentando una perizia contraria e contestando il valore probatorio del verbale ispettivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Azienda, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la valutazione delle prove spetta esclusivamente al giudice di merito e che i verbali ispettivi, pur non facendo piena prova fino a querela di falso per le dichiarazioni raccolte, costituiscono elementi liberamente valutabili che, uniti alle analisi tecniche, dimostrano la sussistenza del rischio e la correttezza della pretesa contributiva.
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Sanzioni Gestione separata INPS: la Cassazione salva gli avvocati
Un avvocato ha impugnato un avviso di addebito dell'INPS per contributi omessi nel 2010 alla Gestione separata. I giudici di merito hanno confermato l'obbligo di iscrizione e rigettato la prescrizione. La Corte di Cassazione, applicando una storica sentenza della Corte Costituzionale, ha accolto parzialmente il ricorso del professionista. Sebbene l'obbligo di versare i contributi rimanga valido, l'avvocato non deve pagare le sanzioni civili. La Corte Costituzionale ha infatti annullato la norma che imponeva le sanzioni ai professionisti sotto soglia di reddito prima del 2011. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la decisione sulle sanzioni, stabilendo che per il 2010 non sono dovute sanzioni Gestione separata INPS.
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Differenze retributive: il datore perde anche in Cassazione
Una collaboratrice domestica ha ottenuto dal Tribunale il riconoscimento di differenze retributive e del risarcimento per contributi previdenziali non versati dal datore di lavoro. La Corte d'Appello ha confermato la decisione. Il datore di lavoro ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una cattiva valutazione delle prove da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove e la ricostruzione dei fatti spettano esclusivamente ai giudici di merito e non possono essere riesaminate in sede di legittimità. Di conseguenza, il datore di lavoro è stato condannato a pagare le spese legali e un ulteriore contributo unificato.
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Rapporto di lavoro subordinato: l’azienda perde ma paga la donna
Una lavoratrice ha chiesto il riconoscimento di un rapporto di lavoro subordinato irregolare nei confronti di un'officina. La Corte d'Appello ha accolto la domanda per il periodo 2011-2013, condannando l'azienda a pagare le differenze retributive, ma ha compensato le spese legali verso una seconda società terza estranea ai fatti. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda, confermando l'esistenza del rapporto di lavoro subordinato sulla base delle prove testimoniali e ritenendo inattendibile la totale negazione del datore di lavoro. Ha invece accolto il ricorso della seconda società: non si possono compensare le spese legali a favore della parte totalmente vittoriosa senza gravi ed eccezionali motivi. Di conseguenza, la lavoratrice dovrà pagare le spese legali a quest'ultima società, mentre l'officina pagherà le spese alla lavoratrice.
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Inquadramento nella gestione previdenziale: forma contro sostanza
Due socie lavoratrici di una cooperativa chiedevano l'accertamento del proprio diritto all'iscrizione nella gestione dei lavoratori autonomi artigiani dell'INPS. La Corte d'Appello respingeva la domanda, evidenziando che per l'inquadramento nella gestione previdenziale occorre dare preminenza alla sostanza concreta del rapporto di lavoro e non al solo dato formale del contratto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle lavoratrici e della cooperativa, confermando che la valutazione sulla natura effettiva del rapporto spetta esclusivamente al giudice di merito e non è sindacabile in sede di legittimità. Di conseguenza, le ricorrenti perdono la causa e sono condannate al pagamento delle spese processuali.
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Restituzione somme nette o lorde: la Cassazione tutela il lavoratore
Una lavoratrice ha impugnato la sentenza d'appello che, pur riconoscendo l'illegittimità del suo contratto a termine, l'aveva condannata a restituire all'azienda la somma di oltre 31.000 euro. La lavoratrice ha contestato che tale importo corrispondeva al lordo e non al netto effettivamente percepito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che in caso di riforma di una sentenza il datore di lavoro può pretendere solo la restituzione somme nette o lorde effettivamente entrate nella disponibilità del dipendente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la decisione impugnata, rinviando la causa alla Corte d'Appello per ricalcolare l'esatto importo netto che la lavoratrice deve restituire, escludendo le ritenute fiscali mai percepite.
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Distanze legali tra costruzioni: chi contesta la proprietà vince
Una cittadina ha citato in giudizio un'azienda lamentando la violazione delle distanze legali tra costruzioni e chiedendo la demolizione di alcune opere. L'azienda ha contestato la comproprietà dei beni in capo alla donna solo in sede di appello. La Corte d'Appello ha ritenuto tardiva tale contestazione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'azienda, stabilendo che la contestazione della titolarità del diritto di proprietà costituisce una mera difesa e non un'eccezione in senso stretto. Di conseguenza, tale difesa è sempre proponibile, anche in appello, e spetta all'attrice dimostrare di essere effettivamente comproprietaria degli immobili prima di poter pretendere il rispetto delle distanze.
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Risarcimento danni da infiltrazioni: il recesso non basta
Una società proprietaria di un appartamento ha chiesto il risarcimento danni da infiltrazioni provenienti dal lastrico solare condominiale. A causa dell'umidità, l'inquilino aveva interrotto il pagamento dei canoni e infine rilasciato l'immobile. La proprietaria chiedeva il ristoro dei canoni persi e dei costi di ripristino. I giudici di merito hanno accolto solo la domanda di ripristino del tetto, rigettando le richieste risarcitorie per mancanza di prove sul nesso causale tra infiltrazioni e recesso dell'inquilino. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la semplice produzione del contratto di locazione e della lettera di recesso non dimostra che l'abbandono dell'immobile sia stato causato esclusivamente dalle infiltrazioni, specialmente se la perizia tecnica ha escluso un'inagibilità totale dei locali.
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Senza albo ma con diritto al compenso del project manager
Un professionista ha richiesto all'Azienda committente il pagamento delle sue spettanze per l'attività di coordinamento nella costruzione di un albergo. L'Azienda si è opposta, eccependo la mancata iscrizione del professionista all'albo degli ingegneri. La Corte d'Appello ha invece riconosciuto il diritto al pagamento, qualificando l'attività come quella di un project manager, figura non soggetta a iscrizione obbligatoria. La Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'Azienda. La Corte ha chiarito che il compenso del project manager è pienamente dovuto se l'attività consiste nell'organizzazione generale dell'opera e nel reperimento di tecnici abilitati, senza svolgere direttamente compiti riservati a professioni protette. Di conseguenza, l'Azienda è stata condannata a pagare i compensi e le spese di giudizio.
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Inquadramento superiore: perso per un errore in appello
Un operaio generico ha chiesto il riconoscimento dell'inquadramento superiore (dal quinto al terzo livello) per aver svolto mansioni di carrellista. I giudici di merito hanno respinto la domanda. In Cassazione, il lavoratore ha lamentato la mancata assegnazione del livello intermedio (quarto livello). La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la richiesta di un livello intermedio, pur essendo implicitamente contenuta nella domanda principale, deve essere sollevata in appello se il primo grado si conclude con un rigetto totale. Non è possibile proporre questa contestazione per la prima volta nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, il lavoratore ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Revocazione dello stato passivo: fallimento sconfitto
Il Curatore di un fallimento ha proposto istanza di revocazione dello stato passivo contro l'ammissione dei crediti di due professionisti, sostenendo di aver scoperto condotte illecite degli stessi. Il Tribunale ha rigettato la domanda ritenendo le prove (una perizia contabile e dichiarazioni del legale rappresentante) insufficienti. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Tribunale, rigettando il ricorso del fallimento. La Corte ha chiarito che il giudice di merito ha correttamente valutato l'inadeguatezza delle prove offerte nella fase rescindente, escludendo la necessità di procedere alla fase rescissoria. Di conseguenza, il fallimento perde la causa e viene condannato a pagare le spese di giudizio.
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Impugnazione del lodo arbitrale: l’erede perde contro il fallimento
L'Erede di un socio ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che confermava la validità di un lodo arbitrale. La vicenda nasce da un aumento di capitale deliberato dall'Azienda a seguito di un prestito non interamente rimborsato. Il Socio originario, non concordando con la ripartizione delle quote, aveva esercitato il recesso e avviato un arbitrato. L'arbitro aveva confermato la delibera ma dichiarato legittimo il recesso. Successivamente, l'Erede ha promosso l'impugnazione del lodo arbitrale per contestare la ricostruzione dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che il giudice dell'impugnazione non può riesaminare il merito dei fatti accertati dall'arbitro, né reinterpretare i contratti se non vengono violati i criteri legali di interpretazione. L'Erede perde la causa e viene condannata al pagamento delle spese processuali.
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Azione revocatoria ordinaria: debiti e finti passaggi di beni
Un socio di una società agricola semplice veniva accusato dal fratello amministratore di ammanchi di cassa per circa 500.000 euro. Prima di formalizzare il recesso, il socio debitore trasferiva il proprio ramo d'azienda individuale a una nuova srl da lui controllata. La società creditrice promuoveva quindi un'**azione revocatoria ordinaria** per dichiarare inefficace tale trasferimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia dell'atto. I giudici hanno chiarito che, per bloccare il trasferimento, basta l'esistenza di un credito litigioso (anche se contestato) e che il patrimonio residuo del debitore non offriva garanzie equivalenti, essendo costituito solo da quote societarie instabili e da una casa di famiglia inserita in un fondo patrimoniale. L'appello dei debitori è stato rigettato.
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Onere della prova: negare il prestito non salva il debitore
Un appaltatore ha richiesto al committente il pagamento del saldo per lavori edili e la restituzione di un prestito di 50.000 euro. Il committente ha negato sia l'esistenza del debito per i lavori sia di aver mai ricevuto la somma a titolo di prestito. Mentre per i lavori la Corte d'Appello ha ridotto il dovuto basandosi sulla consulenza tecnica, sulla restituzione del denaro ha rigettato la domanda ritenendo che l'appaltatore non avesse provato il titolo della consegna. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'appaltatore, stabilendo un importante principio sull'onere della prova: se il ricevente nega del tutto di aver ricevuto il denaro, una volta che il dante causa dimostra la consegna, spetta al ricevente provare un titolo che lo autorizzi a trattenere la somma. La causa è stata rinviata per un nuovo esame.
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Responsabilità dell’intermediario finanziario senza contratto
Un investitore ha citato in giudizio una banca chiedendo il risarcimento dei danni causati dalle attività illecite del promotore finanziario che gestiva i suoi risparmi. La Corte d'Appello ha respinto la domanda a causa della mancanza di un contratto-quadro scritto tra le parti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'investitore, stabilendo che l'assenza della forma scritta del contratto-quadro non esclude la responsabilità dell'intermediario finanziario per i fatti illeciti del promotore. La Suprema Corte ha chiarito che la responsabilità solidale della banca per la condotta del promotore prescinde dall'esistenza di un valido contratto di investimento scritto, cassando la decisione e rinviando la causa per un nuovo esame.
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Scioglimento del consorzio: tasse comunali contro patti statutari
Alcuni membri di un consorzio hanno chiesto la dichiarazione di scioglimento del consorzio, sostenendo che l'introduzione della tassa comunale TASI avesse revocato la delega per la gestione dei servizi pubblici, causa statutaria di estinzione. I giudici di merito hanno respinto la domanda, non ravvisando alcuna revoca automatica. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso dei consorziati. La Suprema Corte ha chiarito che le dichiarazioni del presidente del consorzio sui possibili problemi di sopravvivenza dell'ente non costituivano una confessione stragiudiziale, mancando l'intenzione di confessare un fatto sfavorevole. Di conseguenza, non si è verificata alcuna causa statutaria di scioglimento del consorzio.
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