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Art. 112 Codice di Procedura Civile — Anno 2026

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1858 provvedimenti

Altri anni per Art. 112 Codice di Procedura Civile

Estinzione della società: addio al rimborso IVA dopo cinque anni
Una società di capitali, cancellata dal Registro delle imprese nel 2019, ha richiesto un rimborso IVA e lo sgravio di una cartella esattoriale tramite istanze di autotutela. Dopo il rifiuto dell'amministrazione, ha promosso un giudizio giunto fino in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile a causa dell'avvenuta estinzione della società. Infatti, la legge prevede una finzione di sopravvivenza della società cancellata per soli cinque anni ai fini fiscali. Essendo questo termine scaduto prima del deposito del ricorso e del conferimento della procura all'avvocato, l'ex rappresentante legale non aveva più il potere di agire in giudizio. La decisione conferma che, decorso il quinquennio, la capacità processuale cessa definitivamente e solo i soci possono agire come successori. L'Agenzia delle Entrate vince la causa senza condanna alle spese per la novità della questione.
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Infrazionabilità della domanda risarcitoria: vietato sdoppiare
Una collaboratrice scolastica ha promosso una prima causa contro il Ministero per ottenere il corretto punteggio nelle graduatorie e il risarcimento del danno. Dopo la correzione del punteggio da parte dell'amministrazione, la lavoratrice ha avviato un secondo giudizio chiedendo ulteriori danni per la mancata assegnazione di un incarico avvenuta prima del primo ricorso. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della lavoratrice, confermando che il secondo giudizio è inammissibile. I giudici hanno applicato il principio di infrazionabilità della domanda risarcitoria, secondo cui non è consentito frazionare in più processi le richieste di risarcimento derivanti dallo stesso comportamento illecito, se i danni erano già conosciuti o conoscibili al momento della prima causa.
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Prescrizione della cartella di pagamento: fisco battuto in Cassazione
Una contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento notificata nel 2017, collegata a vecchie cartelle esattoriali risalenti agli anni dal 2001 al 2004. La donna sosteneva l'avvenuta prescrizione della cartella di pagamento, poiché erano trascorsi più di dieci anni tra la notifica delle cartelle originarie e l'intimazione stessa. La Corte di Giustizia Tributaria Regionale aveva dato ragione all'Ente di riscossione senza però verificare le date effettive delle notifiche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della contribuente, stabilendo che il giudice d'appello ha commesso un errore non esaminando la specifica contestazione sul decorso del tempo. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Lavoro subordinato dell’amministratore: contratto vs realtà
Un ex amministratore e liquidatore ha proposto opposizione allo stato passivo della società in liquidazione giudiziale, chiedendo l'ammissione di crediti di lavoro subordinato come dirigente. Il Tribunale ha respinto la domanda per mancanza di prova del vincolo di subordinazione e delle mansioni distinte rispetto alle cariche societarie rivestite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la formale sottoscrizione di un contratto e il versamento di contributi previdenziali non bastano a dimostrare il lavoro subordinato dell'amministratore. Per ottenere il riconoscimento del credito, il lavoratore avrebbe dovuto fornire prove specifiche e non generiche sulle mansioni effettivamente svolte sotto la direzione altrui. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Simulazione della cessione di quote: Fisco battuto sulla coerenza
L'Agenzia delle Entrate ha emesso accertamenti fiscali ipotizzando la simulazione della cessione di quote di una società di persone. Secondo il Fisco, la vendita delle quote era fittizia, ma ha comunque richiesto il pagamento dell'IRAP a una delle acquirenti fittizie in qualità di socia. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che l'Amministrazione finanziaria non può contraddirsi: se sostiene la simulazione della cessione di quote (ritenendola quindi nulla), non può poi considerare l'acquirente come socia effettiva per chiederle le tasse della società. Anche il ricorso dei venditori è stato respinto, poiché la sanatoria fiscale di un'annualità precedente non costituisce un precedente vincolante. Entrambe le parti escono sconfitte e le spese di giudizio sono compensate.
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Patto commissorio: nullo il finto compromesso sulla casa
Un finto contratto preliminare di compravendita immobiliare nascondeva in realtà un prestito di denaro garantito dal trasferimento della casa in caso di mancata restituzione. I finti acquirenti hanno chiesto il trasferimento dell'immobile, ma i proprietari hanno eccepito la nullità dell'accordo. La Corte d'Appello ha dichiarato nullo il contratto per violazione del divieto di patto commissorio, condannando i creditori al risarcimento dei danni per aver bloccato la vendita della casa a terzi. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso dei creditori. La Suprema Corte ha ribadito che anche un compromesso immobiliare è nullo se viene utilizzato in modo illecito per aggirare il divieto di patto commissorio e costringere il debitore a cedere il proprio bene.
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Fatture false e buona fede: perché pagare con bonifico non salva
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società Contribuente per il recupero di tasse derivanti dall'uso di fatture false. Le fatture provenivano da una ditta individuale risultata essere una società cartiera, priva di dipendenti e contabilità. La Società Contribuente ha impugnato l'atto sostenendo di aver agito in buona fede e di aver pagato regolarmente tramite banca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in caso di operazioni oggettivamente inesistenti, la buona fede dell'acquirente non ha alcun valore. Chi riceve una fattura per una merce mai consegnata sa perfettamente che l'operazione non è reale.
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Tassazione degli atti complessi: fisco batte notaio in Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha contestato la tassazione agevolata applicata a un atto di compravendita con cui diversi soggetti vendevano a vari acquirenti la nuda proprietà e l'usufrutto di più immobili. Il notaio rogante aveva impugnato l'avviso di liquidazione ritenendo applicabile la tassazione unica per la tassazione degli atti complessi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, stabilendo che la vendita cumulativa di più beni con cause distinte configura un collegamento negoziale e non un atto complesso. La scelta soggettiva delle parti di stabilire un prezzo complessivo non giustifica l'applicazione dell'imposta unica, rendendo necessaria la tassazione separata per ogni singola disposizione.
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Compensazione del credito IVA: stop a decisioni incomplete
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un contribuente l'indebito utilizzo in compensazione di un credito IVA relativo all'anno 2006, precedentemente richiesto a rimborso. I giudici di secondo grado avevano annullato l'atto di recupero dell'ufficio limitandosi a verificare che il diritto al credito non fosse prescritto, senza però decidere sulla questione principale: la legittimità della compensazione del credito IVA già chiesto a rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco per omessa pronuncia. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudice d'appello non poteva evitare di esprimersi sul merito della pretesa tributaria. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado del Lazio per un nuovo esame completo della vicenda.
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Tassazione degli atti complessi: fisco vince contro il notaio
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di liquidazione nei confronti di un Notaio per riscuotere maggiori imposte di registro su un atto di compravendita. Il Notaio ha impugnato l'atto sostenendo che la vendita di più immobili da parte di diversi venditori a un unico acquirente, con prezzo pattuito complessivamente, costituisse un unico atto complesso soggetto a imposta unica. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco, chiarendo le regole sulla tassazione degli atti complessi. La Corte ha stabilito che la tassazione unica si applica solo se vi è una connessione oggettiva e legale assoluta tra le disposizioni, e non una semplice volontà soggettiva delle parti. Di conseguenza, la vendita di beni distinti da parte di proprietari diversi configura contratti autonomi collegati, soggetti a tassazione separata per ciascuna disposizione.
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Imposta di registro: fisco batte notaio sulla vendita cumulativa
L'Agenzia delle Entrate ha richiesto a un notaio il pagamento di una maggiore imposta di registro per un atto di compravendita. Con questo unico atto, due venditori avevano ceduto distinti terreni agricoli a un'unica acquirente. Il notaio ha pagato e poi ha fatto ricorso, sostenendo che si trattasse di un atto complesso soggetto a tassazione unica. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco. I giudici hanno chiarito che la vendita di beni diversi da parte di proprietari differenti costituisce un collegamento tra contratti autonomi e non un atto complesso. Di conseguenza, si applica la tassazione separata per ogni singola cessione. La sentenza d'appello è stata annullata con rinvio.
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Avviso di accertamento: Fisco batte amministratrice sui conti
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un'amministratrice di condominio, contestando una forte discrepanza tra i redditi dichiarati e i movimenti su diversi conti correnti. La contribuente si è difesa sostenendo di non avere deleghe su uno specifico conto condominiale, ottenendo l'annullamento dell'atto nei primi due gradi di giudizio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che i giudici d'appello hanno errato nel dichiarare generico il ricorso dell'ufficio e nel non esaminare gli altri conti correnti indicati nell'atto. Spetta infatti al contribuente dimostrare che le movimentazioni bancarie non costituiscono reddito imponibile. La sentenza è stata cassata con rinvio alla Corte di Giustizia Tributaria.
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Ravvedimento operoso tardivo: la Cassazione condanna la società
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a una società un atto di recupero per l'indebito utilizzo di un credito d'imposta per investimenti, applicando pesanti sanzioni. La società ha impugnato l'atto sostenendo, tra l'altro, di aver regolarizzato la propria posizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della contribuente, confermando la legittimità del recupero fiscale. I giudici hanno chiarito che il ravvedimento operoso non produce effetti benefici se viene effettuato dopo l'inizio di verifiche, accessi o ispezioni fiscali, come la notifica di un processo verbale di constatazione. Di conseguenza, la società è stata condannata al pagamento delle sanzioni e delle spese di giudizio.
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Tassa sui rifiuti: immobile sequestrato dal Comune non paga
Una società contesta l'accertamento della tassa sui rifiuti (TARSU) per alcune aree che erano state sequestrate e acquisite al patrimonio comunale dallo stesso Comune impositore. I giudici d'appello avevano ritenuto dovuta l'imposta a causa della mancata presentazione della denuncia di inutilizzabilità da parte del contribuente. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società, stabilendo che l'omessa denuncia non preclude l'esenzione se l'ente impositore era già a conoscenza dell'inutilizzabilità dell'immobile per aver adottato direttamente i provvedimenti di sequestro e acquisizione. La sentenza impugnata viene quindi cassata con rinvio.
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Abuso di contratti a termine: risarcimento ridotto alle precarie
Due lavoratrici scolastiche hanno fatto causa a un'Amministrazione Comunale contestando l'abuso di contratti a termine per oltre sette anni. Dopo alterne vicende giudiziarie, il giudice di rinvio ha riconosciuto il danno ma ha ridotto il risarcimento escludendo dal calcolo il primo triennio di lavoro, considerato legittimo per legge. Le lavoratrici hanno fatto ricorso sostenendo che la cifra non potesse essere ridotta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che contestare la legittimità dei contratti impedisce la nascita di un giudicato sulla quantificazione del danno. Di conseguenza, il giudice di rinvio poteva rideterminare la somma in via equitativa. Le ricorrenti perdono la causa e devono pagare le spese processuali.
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Sanzione e indennità di mora: quando il ritardo costa doppio
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una società produttrice di liquori che ha pagato in ritardo le accise. L'Agenzia delle Dogane ha applicato sia la sanzione tributaria del 30% sia l'indennità di mora del 6%. La società ha contestato il cumulo delle due misure e il diniego della definizione agevolata della lite. La Suprema Corte ha stabilito che l'indennità di mora ha natura risarcitoria e può essere cumulata con la sanzione. Ha inoltre confermato il diniego della definizione agevolata poiché la contribuente non aveva versato l'intero tributo dovuto. Tuttavia, i giudici hanno accolto il ricorso per omessa pronuncia: il giudice d'appello non aveva valutato se la mancata risposta del fisco a una richiesta di rateizzazione avesse violato i principi di buona fede e proporzionalità. La causa è stata quindi rinviata per un nuovo esame.
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Accertamento induttivo: il fallito può difendersi in appello
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento per IVA, IRAP e IRES tramite accertamento induttivo nei confronti di una società, successivamente dichiarata fallita, a causa dell'omessa dichiarazione dei redditi. La Società Contribuente ha impugnato l'atto, depositando tardivamente il bilancio del 2006. I giudici di merito hanno ritenuto l'accertamento legittimo e il bilancio inutilizzabile. La Corte di Cassazione ha invece stabilito che, in caso di inerzia del curatore fallimentare, il fallito conserva la legittimazione processuale straordinaria per impugnare gli atti impositivi anteriori al fallimento. Inoltre, la Corte ha chiarito che nel processo tributario i documenti prodotti tardivamente in primo grado sono comunque acquisiti e valutabili in appello. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame del bilancio societario.
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Rimborso IRAP professionisti: socio di minoranza batte il Fisco
Un professionista, socio di minoranza di una grande società di consulenza, ha richiesto il Rimborso IRAP professionisti per gli anni 2016 e 2017, sostenendo di non avere un'autonoma organizzazione poiché operava all'interno di una struttura altrui. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva respinto la richiesta, valorizzando la sua partecipazione societaria e i rilevanti costi di produzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che l'attività svolta esclusivamente dentro una struttura organizzata da terzi non fa scattare automaticamente l'imposta, anche se il professionista ne è socio. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Rottamatazione quinquies: la Cassazione blocca la cartella esattoriale
Il Contribuente ha impugnato un'intimazione di pagamento relativa a una cartella esattoriale. Durante il giudizio di Cassazione, il ricorrente ha presentato istanza di sospensione del processo, dimostrando di aver aderito alla definizione agevolata nota come rottamatazione quinquies, ai sensi della Legge numero 199 del 2025. La Suprema Corte, preso atto della dichiarazione di adesione e dell'impegno a rinunciare alla lite, ha disposto la sospensione del giudizio e il rinvio della causa a nuovo ruolo. L'estinzione definitiva del processo si perfezionerà con il pagamento della prima o unica rata delle somme dovute, determinando l'inefficacia delle precedenti sentenze non passate in giudicato.
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Rimborso IRAP professionista: studio associato contro fisco
Il caso riguarda la richiesta di rimborso IRAP professionista presentata da un lavoratore autonomo che partecipava anche a uno studio associato. La Corte di Giustizia Tributaria aveva accolto la domanda, ritenendo che i beni strumentali del professionista fossero minimi e che la sua partecipazione all'associazione fosse irrilevante. L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo che chi fa parte di uno studio associato deve dimostrare non solo di poter scorporare i propri redditi personali, ma anche di non aver usufruito dei vantaggi organizzativi dell'associazione per la propria attività individuale. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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