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Transazione — Anno 2022

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162 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Transazione

Provvedimenti

Rinuncia al ricorso per cassazione e fine della lite
Una società impugna i lodi arbitrali relativi a contratti di associazione in partecipazione e, dopo la conferma della decisione in secondo grado, approda davanti alla Suprema Corte. Durante il giudizio di legittimità, le parti raggiungono un accordo transattivo che risolve ogni divergenza. La società formalizza dunque la rinuncia al ricorso per cassazione, prontamente accettata dalle controparti. I giudici prendono atto dell'intesa ed estinguono il procedimento. Questa chiusura concordata comporta la mancata regolazione delle spese di lite tra le parti e risparmia al ricorrente la sanzione del raddoppio del contributo unificato, prevista solo in caso di rigetto o inammissibilità dell'impugnazione.
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Ripartizione spese lastrico solare tra accordo e legge
Una condomina ha impugnato la delibera assembleare contestando il criterio legale applicato per la ripartizione spese lastrico solare. La donna sosteneva l'esistenza di un pregresso accordo transattivo che avrebbe posto tutti gli oneri futuri di manutenzione a carico esclusivo del precedente proprietario dell'area. I giudici di merito hanno respinto l'impugnazione rilevando che l'assemblea aveva soltanto conferito un mandato per trattare e che la successiva scrittura privata era stata firmata dall'ex proprietario quando aveva già venduto l'immobile. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente il rigetto del ricorso. In assenza di una valida convenzione sottoscritta e approvata da tutti i partecipanti, le spese per la terrazza a uso esclusivo devono seguire la suddivisione per millesimi prevista dalla legge.
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Indennità di esproprio: la Regione vince contro il Consorzio
Un Consorzio costruttore ha versato ai privati un importo a titolo di indennità di esproprio per opere infrastrutturali post-terremoto. Successivamente, ha richiesto il rimborso alla Regione, subentrata nella titolarità della rete viaria. La Regione ha contestato il debito, indicando come unico soggetto obbligato l'Ente statale concedente della strada. La controversia è giunta in Cassazione dopo decisioni contrastanti nei gradi di merito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso del Consorzio, confermando l'assenza di responsabilità dell'ente regionale. I giudici hanno chiarito che tutti gli oneri e i contenziosi derivanti da fatti anteriori al trasferimento dei beni demaniali restano a carico dell'Ente statale. Il Consorzio ha perso definitivamente il giudizio contro la Regione e deve rivolgersi all'originario concedente statale.
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Danno erariale da assenteismo: la transazione non salva
Una dipendente pubblica si assentava ripetutamente dal luogo di lavoro senza giustificazione dopo aver registrato la presenza col badge. A seguito dell'accertamento di 53 uscite illecite, la lavoratrice patteggiava la pena penale e affrontava il licenziamento, chiudendo la vertenza giuslavoristica con un accordo transattivo. La Corte dei Conti condannava comunque la donna a risarcire undicimila euro per il disservizio provocato e la lesione della reputazione dell'ente. La dipendente proponeva ricorso per Cassazione, sostenendo che l'accordo transattivo escludesse il potere del giudice contabile. Le Sezioni Unite hanno dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la piena autonomia tra la causa civile di lavoro e il giudizio contabile. La transazione sul rapporto d'impiego non cancella infatti la responsabilità per danno erariale da assenteismo.
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Cessazione della materia del contendere e accordo di lavoro
Una dipendente sanitaria agisce in giudizio contro l'Azienda Sanitaria per ottenere un inquadramento contrattuale superiore e le differenze retributive. La Corte d'Appello accoglie le richieste della lavoratrice, ma l'ente pubblico impugna la decisione davanti alla Corte di Cassazione. Durante il giudizio di legittimità, le parti firmano un accordo transattivo davanti alla Commissione di conciliazione dell'Ispettorato del Lavoro. Con questa intesa, la lavoratrice rinuncia alle domande giudiziali e l'Azienda regola i rapporti economici. I giudici supremi accertano il venir meno dell'interesse ad agire ed emettono la cessazione della materia del contendere, disponendo la compensazione totale delle spese di lite.
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Tassazione e risarcimento per perdita di chance: no all’IRPEF
Una lavoratrice della sanità pubblica ha raggiunto un accordo transattivo con l'ente datore di lavoro, ottenendo una somma a titolo di risarcimento per la mancata possibilità di progressione e sviluppo della propria carriera. L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento per tassare tale importo come reddito da lavoro dipendente. La contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la natura non imponibile dell'indennizzo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, confermando che il risarcimento per perdita di chance ristora un danno emergente e non sostituisce stipendi non percepiti. Di conseguenza, queste somme non costituiscono reddito e non sono soggette a imposizione fiscale.
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Modifica sostanziale contratto appalto: l’Ente perde la causa
Un Ente Regionale ha impugnato il lodo arbitrale che lo condannava a pagare somme milionarie a un'Impresa Appaltatrice per la costruzione di un'opera idrica. L'Ente ha sostenuto la nullità dell'accordo transattivo intervenuto tra le parti, ipotizzando una modifica sostanziale contratto appalto rispetto al bando originario. La Corte d'Appello ha rigettato l'impugnazione. L'Ente ha quindi proposto ricorso in Cassazione presentando quattordici motivi, contestando presunte violazioni procedurali e l'errata valutazione delle riserve. La Corte di Cassazione ha respinto integralmente il ricorso. I giudici hanno confermato che l'Ente non ha fornito la prova della modifica sostanziale contratto appalto e che gli arbitri hanno operato garantendo il contraddittorio. L'Impresa Appaltatrice mantiene il diritto alle somme riconosciute e l'Ente deve versare il doppio del contributo unificato.
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Transazione su pretesa temeraria: quando l’accordo resta valido
Una società in liquidazione ha impugnato un accordo transattivo firmato con l'INPS nel 2008, chiedendone l'annullamento per transazione su pretesa temeraria ai sensi dell'articolo 1971 del codice civile. L'ente previdenziale aveva richiesto oltre quattro milioni di euro per contributi non versati, iscrivendo un'ipoteca sui beni della società. La ricorrente sosteneva che la pretesa dell'INPS fosse totalmente infondata e avanzata in mala fede, poiché non considerava i versamenti già effettuati da una cooperativa interposta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che per annullare l'accordo servono sia la totale infondatezza oggettiva della pretesa sia la mala fede soggettiva del creditore. Nel caso specifico, esisteva una reale incertezza sui debiti (res dubia) e l'INPS aveva agito senza dolo, rendendo valido l'accordo.
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Cessione di ramo d’azienda inefficace: l’azienda paga due volte
La Corte di Cassazione ha confermato il diritto di un lavoratore a ricevere le retribuzioni dal datore di lavoro originario dopo che è stata dichiarata una cessione di ramo d'azienda inefficace. Il dipendente era stato trasferito a un'altra società, con la quale aveva poi firmato una transazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha chiarito che l'inefficacia del trasferimento crea due rapporti distinti: uno di fatto con la nuova società e uno giuridico, mai interrotto, con l'azienda originaria. Di conseguenza, l'accordo transattivo con la seconda impresa non cancella i doveri della prima. L'azienda originaria deve quindi pagare gli stipendi arretrati senza poter detrarre quanto ricevuto dal lavoratore dall'altra società. Vince il lavoratore.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: l’accordo chiude la lite
Un'impresa edile ristruttura un immobile violando di sessanta centimetri la servitù di non sopraelevare a favore di un condominio vicino. Il Tribunale e la Corte d'Appello condannano l'impresa alla rimessione in pristino dei luoghi. L'impresa propone ricorso in Cassazione. Prima della decisione, le parti raggiungono un accordo transattivo davanti a un notaio per risolvere la controversia. Di conseguenza, l'impresa presenta una formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dal condominio. La Suprema Corte dichiara l'estinzione del processo per intervenuto accordo, stabilendo che non si applica il raddoppio del contributo unificato e non vi è alcuna condanna alle spese di giudizio, poiché la rinuncia accettata preclude la compensazione giudiziale delle spese.
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Libertà vigilata: l’accordo civile non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un uomo ritenuto il mandante di un tentato omicidio. Il ricorrente aveva commissionato l'assassinio di un rivale per motivi ereditari a esponenti della criminalità locale. Nonostante l'arresto tempestivo del killer abbia impedito l'evento e le parti abbiano successivamente risolto la lite civile con una transazione, i giudici hanno ritenuto concreto l'accordo criminoso e persistente la pericolosità sociale dell'uomo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il contatto con la criminalità organizzata e la gravità del piano originario giustificano pienamente la misura applicata.
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Pericolosità sociale: l’accordo non cancella il tentato omicidio
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un soggetto, ritenuto il mandante di un tentato omicidio legato a dissidi ereditari. L'omicidio non si era consumato solo grazie al tempestivo arresto del killer incaricato. La difesa sosteneva che l'accordo fosse astratto e che la pericolosità sociale non fosse più attuale, poiché la controversia civile sui terreni era stata risolta con un accordo pacifico. I giudici hanno invece respinto il ricorso, stabilendo che la pericolosità sociale rimane concreta e attuale. Questo a causa della gravità del fatto, del ricorso a esponenti della criminalità organizzata e del movente economico originario, elementi che non vengono cancellati da un successivo accordo privato.
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Rinuncia al ricorso in Cassazione: l’accordo spegne la lite
Un condomino impugna la delibera del proprio condominio riguardante alcune spese e la nomina dell'amministratore. Dopo la sentenza d'appello, il condomino propone ricorso in Cassazione. Successivamente, le parti raggiungono un accordo amichevole per risolvere la lite. Di conseguenza, il difensore del condomino deposita un atto di rinuncia al ricorso in Cassazione. La Suprema Corte prende atto dell'accordo e dichiara l'estinzione del giudizio. Non viene disposta alcuna condanna alle spese poiché il condominio non si è costituito, e non si applica il raddoppio del contributo unificato.
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Terreno inquinato: il risarcimento per vizi occulti non è automatico
L'Azienda Acquirente acquista dei terreni dai Venditori e li rivende a un Terzo. Quest'ultimo scopre un grave inquinamento occulto nel sottosuolo e chiede il rimborso dei costi di bonifica. L'Azienda Acquirente stipula una transazione con il Terzo e poi fa causa ai Venditori originari per ottenere il risarcimento, invocando la garanzia per vizi della cosa venduta. La Corte d'Appello condanna i Venditori a pagare l'intera somma della transazione. La Corte di Cassazione accoglie parzialmente il ricorso dei Venditori sulla quantificazione del danno. La Suprema Corte stabilisce che il risarcimento non può essere calcolato in modo automatico sulla base della transazione, ma il giudice deve valutare equitativamente tutte le circostanze del caso concreto, inclusa l'eventuale plusvalenza realizzata dall'Azienda Acquirente nella rivendita.
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Solidarietà attiva: risarcimento vizi solo per la propria quota
Un'impresa edile ha chiesto il saldo dei lavori per una palazzina. Il committente ha contestato gravi difetti costruttivi chiedendo il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello ha riconosciuto il danno a un solo comproprietario per la sua quota esclusiva e per un quarto delle parti comuni, escludendo l'altro comproprietario perché non costituitosi in primo grado. La Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo che in tema di appalto non opera la solidarietà attiva tra i comproprietari committenti. Pertanto, in mancanza di una delega espressa o di una previsione di legge, il singolo comproprietario che agisce in giudizio può ottenere solo la quota di risarcimento corrispondente alla sua quota di proprietà sulle parti comuni, e non l'intero importo dei danni.
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Accertamento conservativo del danno: la stima non evita la prova
Un allevatore ha citato in giudizio la propria compagnia assicurativa chiedendo il risarcimento per il furto di bestiame subito nella sua azienda. Il Tribunale e la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda per mancanza di prove sul numero e sul valore dei capi rubati. L'allevatore sosteneva che l'atto di accertamento conservativo del danno, redatto dal perito dell'assicurazione, costituisse un accordo vincolante sul valore del risarcimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'atto di accertamento conservativo del danno non equivale a una transazione e non esonera l'assicurato dall'onere di provare il danno subito. L'assicurato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Interpretazione del contratto: indennizzo senza cessione
Un'azienda autostradale propone un accordo transattivo offrendo 700.000 euro ai proprietari di un immobile vicino all'autostrada per rinunciare alla rilocalizzazione del loro edificio. Successivamente, l'azienda si rifiuta di pagare sostenendo che i proprietari debbano comunque trasferirle la proprietà dell'immobile originario. I proprietari ottengono un decreto ingiuntivo. La Corte d'Appello e poi la Cassazione respingono l'opposizione dell'azienda. La Suprema Corte chiarisce che l'interpretazione del contratto spetta al giudice di merito. Se il testo contrattuale qualifica la somma come indennizzo per la rinuncia a un'operazione complessa unitaria (costruzione e permuta), non si può pretendere il trasferimento dell'immobile in assenza di patti espliciti. Vince la famiglia dei proprietari, che ha diritto a ricevere i 700.000 euro.
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Equa riparazione: perché l’accordo privato cancella l’indennizzo
Il Cittadino ha richiesto l'equa riparazione per la durata eccessiva di una causa civile durata oltre otto anni. Il tribunale ha dichiarato estinto quel processo per inattività, poiché le parti avevano raggiunto un accordo privato (transazione) e non si erano più presentate in udienza. La Corte d'Appello prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta di indennizzo. La legge stabilisce infatti che, se una causa si estingue per inattività o abbandono, si presume che le parti non abbiano subito alcun danno morale da ritardo. Il Cittadino non è riuscito a dimostrare il contrario, cioè di aver sofferto concretamente per la lentezza della giustizia prima dell'accordo. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato il negato risarcimento.
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Arbitrato irrituale: l’accordo vale anche senza minacce provate
La controversia nasce da un contratto di consulenza tra una Società di Costruzioni e una Società di Consulenza. A seguito di contestazioni, la disputa viene risolta tramite un arbitrato irrituale, che condanna la Società di Costruzioni al pagamento di oltre cinquecentomila euro. Quest'ultima si oppone, sostenendo che il contratto originario fosse nullo poiché firmato sotto violenza morale ed estorsione, e che la decisione arbitrale fosse invalida. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della Società di Costruzioni. I giudici chiariscono che l'arbitrato irrituale costituisce un mandato congiunto a comporre una lite e non una transazione. Inoltre, la presunta violenza morale è stata esclusa per mancanza di prove concrete, considerando anche l'elevato profilo commerciale del firmatario. La Società di Costruzioni perde definitivamente la causa e deve pagare le spese legali.
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Domanda tardiva di credito: decide il singolo, non il collegio
Una Società Agricola ha richiesto il risarcimento dei danni per infiltrazioni saline sui propri terreni, presentando una domanda tardiva di credito nell'ambito della liquidazione coatta amministrativa di un Consorzio. Il Tribunale ha rigettato la richiesta direttamente in composizione collegiale, condannando la società alle spese. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società Agricola, stabilendo che la domanda tardiva di credito deve essere decisa in prima battuta dal giudice istruttore in sede monocratica (giudice singolo) e non dal tribunale in composizione collegiale. Questo errore procedurale ha privato la ricorrente di un grado di giudizio e ha comportato un'ingiusta condanna alle spese. La Suprema Corte ha quindi cassato la decisione, rinviando la causa al Tribunale affinché si esprima in composizione monocratica.
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