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Stato Passivo — Anno 2022

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330 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Stato Passivo

Provvedimenti

Privilegio professionale: no alla retroattività per l’IVA
Due professionisti chiedevano che i loro crediti per rivalsa IVA e contributi previdenziali, relativi a prestazioni svolte prima del 2018, fossero ammessi al passivo fallimentare di una società con il privilegio professionale introdotto dalla Legge di Bilancio 2018. Il Tribunale prima e la Corte di Cassazione poi hanno respinto la richiesta. La Suprema Corte ha stabilito che le norme che introducono o modificano i privilegi hanno natura sostanziale e non processuale. Di conseguenza, in base al principio di irretroattività delle leggi, la nuova tutela si applica solo ai crediti sorti dopo l'entrata in vigore della riforma (1° gennaio 2018). I crediti precedenti restano quindi semplici crediti chirografari, ossia senza alcuna priorità di pagamento rispetto agli altri creditori.
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Opposizione allo stato passivo: la ricevuta batte il ritardo
Un creditore propone opposizione allo stato passivo del fallimento di una società. Il Tribunale dichiara il ricorso inammissibile perché tardivo, calcolando la scadenza su un secondo deposito. Tuttavia, il creditore dimostra di aver effettuato un primo tempestivo deposito telematico dell'atto, regolarmente accettato dal sistema con la ricevuta di avvenuta consegna. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del creditore, stabilendo che il deposito telematico accettato dal sistema informatico è pienamente valido e tempestivo. Eventuali anomalie non possono invalidare l'atto se non c'è stato un formale rifiuto di ricezione da parte della cancelleria. La sentenza viene cassata con rinvio al Tribunale per l'esame del merito.
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Accordo di ristrutturazione dei debiti: conversione e dissesto
Una Società in Amministrazione Straordinaria e una Banca si scontrano sulla validità della conversione di debiti in strumenti finanziari e sulla priorità di pagamento di alcune garanzie. La vicenda nasce da un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato dal Tribunale. La Banca sosteneva che la conversione del debito in strumenti finanziari fosse inefficace a causa del successivo dissesto della società. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Banca, confermando che la conversione è valida poiché si è verificata la condizione prevista (il superamento di una soglia di perdite). Inoltre, la Corte ha rigettato il ricorso della Società, stabilendo che le garanzie bancarie concesse in esecuzione dell'accordo godono della prededuzione (priorità di pagamento) senza necessità di nuove verifiche sulla fattibilità del piano. Entrambe le parti escono parzialmente sconfitte, con spese compensate tra loro.
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Confisca di prevenzione: la banca negligente perde il mutuo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un istituto bancario che chiedeva l'ammissione del proprio credito ipotecario sullo stato passivo di un immobile sottoposto a confisca di prevenzione. Il debitore, già noto per reati contro il patrimonio, aveva ottenuto un mutuo sproporzionato rispetto ai suoi redditi leciti. I giudici hanno confermato la sussistenza del nesso di strumentalità, evidenziando come il mutuo fosse un mezzo per riciclare denaro sporco. La banca non ha dimostrato la buona fede, avendo concesso il finanziamento senza rispettare le regole di diligenza professionale e di valutazione del merito creditizio. Di conseguenza, la banca perde la garanzia ipotecaria e non può rivalersi sul bene confiscato dallo Stato.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite sul credito
Un Ente di Garanzia ha proposto opposizione allo stato passivo di una Società Fallita per ottenere il riconoscimento di un credito privilegiato di oltre 770.000 euro derivante da un intervento di sostegno pubblico. Il Tribunale ha respinto la domanda, qualificando il credito come chirografario. L'Ente ha quindi impugnato la decisione proponendo ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. Prima dell'udienza, l'Ente ha depositato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dal curatore del fallimento. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del processo senza alcuna condanna alle spese per via dell'accordo tra le parti.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo: no a offerte tardive
Una lavoratrice ha impugnato l'esclusione dal passivo fallimentare dei crediti derivanti da un licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ritenuto illegittimo per violazione dell'obbligo di repêchage. Il Tribunale aveva ritenuto legittimo il recesso valorizzando una proposta di ricollocamento formulata dall'azienda quattordici giorni dopo il licenziamento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della lavoratrice, stabilendo che l'impossibilità di ricollocare il dipendente deve essere valutata rigorosamente al momento del licenziamento e non in un momento successivo. Di conseguenza, una proposta tardiva non sana l'illegittimità del recesso ma, al contrario, dimostra la disponibilità di posizioni alternative. La Suprema Corte ha cassato il decreto con rinvio.
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Revoca del beneficio pubblico: lo Stato batte le banche
Un'azienda riceve un mutuo bancario garantito da un ente pubblico per un progetto di internazionalizzazione. A seguito dell'inadempimento dell'azienda e del suo successivo fallimento, l'ente pubblico paga la banca e dispone la revoca del beneficio pubblico. L'ente chiede quindi l'insinuazione tardiva al passivo per recuperare la somma, ma il Tribunale rigetta la domanda applicando le regole della fideiussione ordinaria. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'ente pubblico, stabilendo che la revoca del beneficio fa nascere un credito restitutorio autonomo di natura pubblicistica. Di conseguenza, non si applicano i limiti della legge fallimentare previsti per la fideiussione, consentendo all'ente di insinuarsi al passivo anche se la banca ha già richiesto l'intero credito.
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Opposizione allo stato passivo: i creditori battono la burocrazia
Due creditori proponevano opposizione allo stato passivo per ottenere l'ammissione dei propri crediti nel fallimento di una società. Il Tribunale dichiarava inammissibile il ricorso perché i creditori non avevano depositato la copia autentica del provvedimento impugnato e del verbale d'udienza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei creditori, stabilendo che nell'opposizione allo stato passivo non è obbligatorio produrre tali documenti. Essendo atti interni alla procedura fallimentare, essi sono già contenuti nel fascicolo fallimentare, che il giudice dell'opposizione può consultare direttamente. Di conseguenza, l'omessa produzione non comporta alcuna sanzione di inammissibilità. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Domanda ultra tardiva: il professionista perde il credito
Un professionista ha proposto una domanda ultra tardiva per l'ammissione al passivo di un fallimento, richiedendo il pagamento di prestazioni professionali svolte in favore della società prima del dissesto. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché il creditore era a conoscenza del fallimento da oltre due anni prima di attivarsi, escludendo quindi una causa a lui non imputabile. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, ribadendo che il termine di dodici mesi per la presentazione della domanda ultra tardiva decorre dal decreto di esecutività dello stato passivo riguardante le domande tempestive. Di conseguenza, il ricorso del professionista è stato dichiarato inammissibile.
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Compenso del professionista attestatore: sì anche se il piano fallisce
Un professionista ha chiesto l'ammissione al passivo fallimentare del proprio credito per l'attività di attestazione svolta in un concordato preventivo. Il Tribunale ha negato il compenso del professionista attestatore, ritenendo le sue relazioni incerte e prive di utilità per i creditori, configurando un grave inadempimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del professionista, stabilendo che evidenziare i rischi e le incertezze del piano concordatario non costituisce un inadempimento, ma rappresenta un corretto adempimento del dovere di diligenza e trasparenza verso i creditori. La Suprema Corte ha quindi cassato il decreto di rigetto, rinviando la causa al Tribunale per un nuovo esame.
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Imputazione del pagamento: l’avvocato perde contro la banca
Un avvocato ha richiesto un decreto ingiuntivo contro una banca per ottenere il pagamento di compensi professionali. La banca ha eccepito l'avvenuto pagamento parziale, dimostrando che il professionista aveva ricevuto una ingente somma. L'avvocato ha sostenuto che tale importo andasse riferito ad altre prestazioni, ma non ha fornito prove a supporto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che l'onere della prova relativo alla diversa imputazione del pagamento spetta al creditore che riceve la somma. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'iscrizione dell'intero debito nello stato passivo non esclude pagamenti parziali preventivi e che la mancata presentazione della controparte all'interrogatorio formale non equivale a una confessione automatica, ma è liberamente valutabile dal giudice. Di conseguenza, l'avvocato ha diritto solo alla minor somma già decisa in appello.
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Fondo di Garanzia INPS: no al TFR se manca l’azione esecutiva
Una lavoratrice ha richiesto il pagamento del TFR al Fondo di Garanzia INPS dopo il fallimento del datore di lavoro. Il fallimento era stato chiuso per mancanza di attivo prima ancora di verificare i debiti (stato passivo). La Corte d'Appello aveva accolto la domanda, ma la Cassazione ha ribaltato la decisione. I giudici hanno stabilito che, in caso di chiusura anticipata del fallimento, il lavoratore non può rivolgersi direttamente all'istituto previdenziale. Prima di attivare il Fondo di Garanzia INPS, è indispensabile ottenere un titolo esecutivo e tentare l'esecuzione forzata contro il datore di lavoro o, se la società è cancellata, contro i soci. La Cassazione ha quindi accolto il ricorso dell'INPS, rinviando la causa alla Corte d'Appello.
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Fondo di Garanzia INPS: no al TFR se il fallimento si chiude subito
Un lavoratore ha chiesto il pagamento del TFR al Fondo di Garanzia INPS dopo il fallimento dell'azienda. Il fallimento era stato chiuso per mancanza di attivo prima della verifica dei crediti. La Corte di Cassazione ha stabilito che, in caso di chiusura anticipata del fallimento senza accertamento del passivo, il lavoratore non può rivolgersi direttamente all'INPS. Deve prima ottenere un titolo esecutivo e tentare l'esecuzione forzata contro l'ex datore di lavoro (tornato in bonis) o contro i soci della società cancellata. Solo se questa azione si rivela infruttuosa, il lavoratore può richiedere l'intervento del Fondo di Garanzia INPS.
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Senza data certa della scrittura privata si perde il compenso
Un agente sportivo ha chiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una società calcistica per ottenere il compenso pattuito in un contratto di mandato. Il Tribunale e la Corte d'appello hanno respinto la richiesta per mancanza di data certa della scrittura privata anteriore al fallimento. L'agente ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il timbro di deposito della Commissione agenti della F.I.G.C. dimostrasse la datazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la Commissione F.I.G.C. è un organo interno privo di poteri certificativi pubblici. Di conseguenza, il timbro non attribuisce la data certa della scrittura privata ai sensi dell'articolo 2704 del Codice Civile, rendendo il contratto inopponibile al fallimento.
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Privilegio delle cooperative: sì alla tutela, no a sole fatture
Una cooperativa di produzione e lavoro chiede l'ammissione al passivo del fallimento di una società per un credito derivante da un contratto di fornitura, pretendendo il riconoscimento del privilegio delle cooperative. Il Tribunale ammette il credito solo in via ordinaria ed esclude una parte della somma per mancanza di prove. La Corte di Cassazione conferma l'esclusione della somma non provata, chiarendo che le sole fatture non bastano contro il fallimento. Tuttavia, accoglie il ricorso sul privilegio delle cooperative: il contratto riguardava la distribuzione e vendita di edizioni proprie, attività che rientra tra i servizi e manufatti prodotti dai soci. La sentenza viene cassata con rinvio per un nuovo esame su questo punto.
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Cessione del credito: sì al passivo senza notifica anteriore
Una società finanziaria ha proposto opposizione allo stato passivo dopo il rifiuto di ammettere un credito di oltre 500.000 euro, acquistato tramite cessione del credito da un'altra impresa. Il Tribunale aveva respinto la domanda perché la notifica della cessione al debitore non era anteriore al fallimento di quest'ultimo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della finanziaria, stabilendo che in caso di fallimento del debitore ceduto, la legittimazione del nuovo creditore dipende solo dall'esistenza e dalla data certa del credito originario anteriore al fallimento. Non è invece necessario dimostrare che l'atto di cessione del credito sia avvenuto prima della dichiarazione di fallimento, in quanto il credito può essere trasferito validamente anche durante la procedura concorsuale.
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Contratto di sale and lease back: tra finanziamento e frode
Una banca chiedeva di essere ammessa al fallimento di una società per recuperare i canoni di un contratto di sale and lease back e riottenere un immobile. Il Tribunale aveva respinto la richiesta, ritenendo il contratto nullo per violazione del divieto di patto commissorio, a causa della presunta sproporzione del prezzo e delle difficoltà economiche della società. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso della banca. I giudici hanno chiarito che il contratto di sale and lease back è generalmente valido. Per dichiararlo nullo, il giudice deve accertare contemporaneamente tre indici: un debito preesistente tra le parti, la crisi dell'impresa e la sproporzione del prezzo. Poiché il Tribunale ha commesso errori di calcolo e non ha verificato la reale identità dei soggetti coinvolti, la Cassazione ha annullato la decisione, disponendo un nuovo giudizio.
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Aggio di riscossione: negato il compenso post-fallimento
L'Agente della Riscossione ha impugnato il decreto del Tribunale che escludeva dallo stato passivo del Fallimento la somma richiesta a titolo di aggio di riscossione. Il Tribunale ha rilevato che la trasmissione del ruolo esattoriale era avvenuta un anno dopo la dichiarazione di fallimento, escludendo quindi qualsiasi attività di esazione antecedente alla procedura. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il credito per l'aggio di riscossione ha carattere concorsuale solo se l'attività di esazione è iniziata prima del fallimento. In caso contrario, opera il principio di cristallizzazione del passivo, rendendo il credito inopponibile alla procedura.
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Riqualificazione del rapporto di lavoro: la realtà batte la forma
Un collaboratore ha chiesto la riqualificazione del rapporto di lavoro da collaborazione autonoma a lavoro subordinato a tempo indeterminato, oltre al pagamento del trattamento di fine rapporto e delle ore di straordinario. Il Tribunale ha accolto la domanda, accertando la subordinazione e ammettendo il lavoratore allo stato passivo dell'azienda in amministrazione straordinaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda. I giudici hanno confermato che, per stabilire la natura subordinata del rapporto, contano i fatti concreti e non la definizione formale del contratto. Inoltre, la valutazione delle prove sullo straordinario spetta esclusivamente al giudice di merito. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Usura degli interessi moratori: la banca salva il suo credito
Un istituto di credito ha proposto opposizione allo stato passivo del fallimento di un'impresa per ottenere l'ammissione di un credito derivante da un mutuo garantito da ipoteca. Il Tribunale ha respinto la richiesta, ritenendo il mutuo interamente gratuito a causa del superamento del tasso soglia da parte degli interessi di mora. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della banca, stabilendo che l'eventuale usura degli interessi moratori non rende gratuito l'intero contratto. In base ai principi delle Sezioni Unite, se gli interessi moratori sono usurari, essi non sono dovuti nella misura pattuita, ma restano validi gli interessi corrispettivi lecitamente concordati. Inoltre, le penali non applicate non rilevano per il calcolo dell'usura. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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