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Sostituto D'Imposta

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492 provvedimenti applicano questo termine

Provvedimenti

Omesso versamento di ritenute: la dichiarazione non basta
Il Legale Rappresentante di una società veniva condannato per il reato di omesso versamento di ritenute fiscali relative all'anno 2017. La condanna si basava esclusivamente sui dati del Modello 770, senza la prova dell'effettivo rilascio delle certificazioni ai lavoratori. La Corte di Cassazione, recependo una storica decisione della Corte Costituzionale, ha accolto il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che, a seguito della dichiarazione di incostituzionalità della norma del 2015, per configurare il reato non basta la dichiarazione fiscale, ma serve la prova del rilascio delle certificazioni ai sostituiti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la condanna e ha rinviato il caso alla Corte d'appello per un nuovo esame dei fatti.
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Liquidazione delle spese processuali: no al cumulo con più parti
Un creditore opponente ha contestato l'ammissione al passivo fallimentare di diversi crediti di lavoratori, banche ed enti previdenziali. La Corte d'Appello ha respinto gran parte delle sue contestazioni, ma ha calcolato le spese legali sommando il valore di tutte le singole pretese dei creditori, applicando così uno scaglione tariffario molto elevato. Il creditore ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla liquidazione delle spese processuali. I giudici hanno stabilito che, in presenza di domande autonome contro più parti (cause scindibili), il valore della causa non si calcola sommando le singole pretese. Di conseguenza, la sentenza è stata annullata con rinvio per ricalcolare correttamente le spese legali.
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Tassazione agevolata previdenza integrativa: negato il rimborso
Gli eredi di un dirigente hanno chiesto il rimborso delle ritenute fiscali applicate sulla liquidazione di un fondo di previdenza integrativa, pretendendo l'aliquota del 12,50% invece di quella ordinaria al 33,16%. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la tassazione agevolata previdenza integrativa si applica solo sui rendimenti derivanti dall'effettivo investimento del capitale sul mercato finanziario. Spetta al contribuente dimostrare tale circostanza. Nel caso specifico, il fondo interno dell'azienda non operava sui mercati finanziari ma era legato alla gestione industriale dell'impresa. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese di giudizio.
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Termine breve per impugnare: la busta chiusa batte il Fisco
Una contribuente, socia di minoranza di una società estinta, ha impugnato gli avvisi di accertamento emessi dal Fisco per ritenute non versate. Dopo la vittoria in primo grado, la contribuente ha notificato la sentenza favorevole all'Agenzia delle Entrate spedendola in busta chiusa anziché in plico senza busta. La CTR ha ritenuto l'appello del Fisco tempestivo, escludendo che tale notifica facesse decorrere il termine breve per impugnare. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della contribuente, stabilendo che la spedizione in busta chiusa costituisce una mera irregolarità se il destinatario non contesta la ricezione dell'atto. Di conseguenza, il termine breve per impugnare era regolarmente decorso e l'appello tardivo del Fisco è inammissibile.
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Sostituto d’imposta: lo scudo del socio salva la società
L'Agenzia delle Entrate ha richiesto a una Società, in qualità di sostituto d'imposta, il pagamento delle ritenute non effettuate sulla distribuzione di utili ai soci. La Società ha contestato la richiesta, evidenziando che i soci avevano già regolarizzato la propria posizione fiscale aderendo allo scudo fiscale e pagando un'imposta straordinaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società. I giudici hanno stabilito che, sebbene l'obbligo del sostituto d'imposta sia autonomo, il pagamento integrale del debito tributario da parte del socio estingue l'intera pretesa del Fisco. Di conseguenza, l'Erario non può pretendere un doppio pagamento dalla Società, poiché il debito principale è già stato interamente soddisfatto.
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Silenzio-rifiuto istanza di rimborso: il Fisco vince in Cassazione
Una pensionata ha chiesto all'INPS e all'Agenzia delle Entrate una certificazione per applicare l'aliquota agevolata del 15% sulla sua pensione integrativa. Di fronte al silenzio degli enti, ha presentato ricorso qualificandolo come impugnazione di un silenzio-rifiuto istanza di rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la semplice richiesta di ricalcolo o di certificazione non equivale a una domanda di rimborso specifica. Per configurare un valido silenzio-rifiuto istanza di rimborso impugnabile, il contribuente deve indicare con precisione gli estremi dei versamenti, le ritenute subite e le somme esatte richieste in restituzione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso originario della contribuente, condannandola al pagamento delle spese di giudizio.
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Assistenza sanitaria integrativa: negata la rivalsa all’azienda
Un'azienda e un suo dirigente firmano un accordo di risoluzione consensuale. L'azienda si impegna a mantenere l'assistenza sanitaria integrativa tramite l'iscrizione alla Cassa di assistenza collettiva. Successivamente, l'azienda sostituisce unilateralmente tale iscrizione con polizze individuali. Questa modifica fa perdere l'esenzione fiscale, generando oneri fiscali e contributivi. L'azienda, agendo come sostituto d'imposta, paga tali somme e ne chiede la restituzione al dirigente. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell'azienda: la tassazione è derivata esclusivamente dalla sua scelta unilaterale e difforme dai patti. Di conseguenza, l'azienda non ha alcun diritto di rivalsa e deve farsi carico interamente delle spese.
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Notifica del ricorso per cassazione: l’errore nullo ma sanabile
Il Contribuente ha impugnato gli avvisi di accertamento per omesso versamento di ritenute Irpef relative a un'attività alberghiera non dichiarata. Dopo il rigetto nei gradi di merito, ha proposto ricorso in Cassazione, notificando l'atto all'Amministrazione Finanziaria presso l'Avvocatura dello Stato. Tuttavia, l'Avvocatura non aveva difeso l'ente nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha rilevato che la notifica del ricorso per cassazione effettuata in questo modo è nulla e non inesistente. Poiché l'ente pubblico non si è costituito, il vizio non si è sanato automaticamente. Di conseguenza, la Corte ha rinviato la causa assegnando al Contribuente un termine di sessanta giorni per rinnovare la notifica, salvando così il ricorso dall'inammissibilità immediata.
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Condono fiscale: la sopravvenienza attiva non si tassa
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società in liquidazione, recuperando a tassazione una somma derivante dalla riduzione di debiti tributari per IVA e ritenute ottenuta grazie a un condono fiscale. Secondo il fisco, tale risparmio costituiva una sopravvenienza attiva tassabile. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ufficio finanziario, stabilendo che le somme risparmiate grazie all'adesione a un condono non possono essere tassate come sopravvenienza attiva. Se così fosse, si vanificherebbero gli effetti benefici della sanatoria stessa, poiché lo Stato finirebbe per tassare con una mano ciò che ha abbuonato con l'altra. Di conseguenza, la società vince definitivamente la causa e l'amministrazione finanziaria viene condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Responsabilità professionale del commercialista tra notaio e fisco
Un Notaio ha fatto causa al proprio Commercialista chiedendo il risarcimento dei danni per sanzioni fiscali subite a causa di un'errata fatturazione di spese anticipate. Il Notaio sosteneva che il professionista non avesse vigilato sulla corretta applicazione dell'IVA. I giudici di merito hanno escluso la responsabilità professionale del commercialista, ritenendo che il Notaio, data la sua qualifica, dovesse accorgersi dell'errore e che la CTU contabile non potesse esaminare i documenti tardivi. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il consulente fiscale ha un dovere di controllo continuativo e che il CTU contabile può acquisire documenti anche oltre i termini processuali per rispondere ai quesiti del giudice. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Doppia imposizione internazionale: l’azienda batte il fisco
Un'azienda di moda italiana ha organizzato una sfilata in Italia, incaricando alcune società del Regno Unito di reperire modelli, truccatori e stilisti stranieri. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato la mancata applicazione della ritenuta alla fonte del 30% sui pagamenti effettuati a queste società estere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'azienda. I giudici hanno stabilito che i trattati internazionali contro la doppia imposizione internazionale prevalgono sulle leggi nazionali. Poiché né le società intermediarie né i singoli professionisti stranieri avevano una stabile organizzazione o una base fissa in Italia, i loro compensi non potevano essere tassati nel territorio italiano. Di conseguenza, l'azienda italiana non era obbligata a trattenere alcuna imposta alla fonte.
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Somministrazione irregolare di manodopera: no a deduzione IRAP
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'utilizzo di contratti di appalto fittizi che nascondevano una somministrazione irregolare di manodopera. Il fisco richiedeva il pagamento delle ritenute d'acconto non effettuate e contestava la deducibilità dei costi ai fini IRAP. La Corte di Cassazione ha stabilito che, per quanto riguarda le ritenute, l'obbligo del committente sorge solo se i lavoratori chiedono in tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro. Al contrario, per l'IRAP, i costi derivanti dall'appalto nullo non sono mai deducibili, indipendentemente dall'azione dei lavoratori. La Corte ha quindi accolto parzialmente il ricorso del fisco, negando la deducibilità dei costi IRAP.
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Accertamento bancario: il CUD non salva senza prove analitiche
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento IRPEF contro un contribuente a seguito di verifiche sui suoi conti correnti. La Commissione Tributaria Regionale ha parzialmente accolto il ricorso del contribuente, ritenendo che la presentazione del modello CUD giustificasse i versamenti, nonostante il datore di lavoro non avesse versato le ritenute e il lavoratore non risultasse all'INPS. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio finanziario, stabilendo che in tema di accertamento bancario opera una presunzione legale a favore del Fisco. Il contribuente ha l'onere di fornire una prova analitica e specifica per ogni singolo versamento, non potendo basarsi su una giustificazione generica o su documenti non verificati. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Termine decadenza rimborso: Fisco vince contro richiesta tardiva
Un contribuente ha richiesto il rimborso del sessanta per cento dell'Irpef trattenuta dal sostituto d'imposta per gli anni dal 2002 al 2008, invocando un'agevolazione del 2009. L'Agenzia delle Entrate ha opposto il silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, rilevando che la domanda di rimborso è stata presentata oltre il termine decadenza rimborso biennale previsto dalla legge sul processo tributario. Questo termine decorreva dalla pubblicazione del decreto legge agevolativo del 2008. Trattandosi di una decadenza stabilita a favore dell'amministrazione per diritti indisponibili, il giudice può rilevarla d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Il contribuente perde così il diritto al rimborso e viene condannato al pagamento delle spese legali.
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Rimborso sisma Sicilia: i cittadini battono il fisco senza fondi
Gli eredi di una contribuente hanno chiesto il rimborso del 90% dell'IRPEF versata per gli anni 1990-1992, beneficiando delle agevolazioni per le vittime del terremoto del 1990 in Sicilia. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato, sostenendo che le nuove leggi limitassero i rimborsi in base ai fondi disponibili dello Stato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, stabilendo che il diritto al **rimborso sisma Sicilia** deve essere accertato nel giudizio di merito. I limiti di spesa pubblica e i tagli percentuali non cancellano il diritto del cittadino, ma possono essere applicati solo nella successiva fase esecutiva di pagamento. Vince il contribuente.
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Indennità supplementare dirigenti: sì al lordo, no al netto
Un Dirigente, licenziato a seguito della chiusura dell'attività produttiva di un'azienda di trasporti aerei in amministrazione straordinaria, ha richiesto l'ammissione allo stato passivo per ottenere il pagamento dell'indennità supplementare dirigenti. Il Tribunale ha riconosciuto il credito calcolandolo al netto e negando la prededuzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo due principi fondamentali: l'indennità deve essere calcolata sull'importo lordo e non su quello netto percepito in busta paga, e il relativo credito gode della collocazione in prededuzione se il rapporto di lavoro è cessato dopo l'apertura della procedura concorsuale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'azienda e ha rinviato la causa al Tribunale per un nuovo calcolo delle somme spettanti al lavoratore.
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Tassazione previdenza integrativa: niente sconti senza prove reali
Un ex dirigente ha chiesto il rimborso dell'IRPEF trattenuta sulla liquidazione anticipata della sua pensione integrativa, pretendendo l'applicazione dell'aliquota agevolata del 12,50% sul rendimento anziché quella ordinaria del TFR. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che in tema di tassazione previdenza integrativa l'aliquota agevolata si applica solo se il contribuente dimostra l'effettivo investimento dei capitali sul mercato finanziario da parte del fondo. Le certificazioni del datore di lavoro e le perizie di parte che calcolano un rendimento teorico o basato sull'intero patrimonio aziendale non sono prove idonee. Di conseguenza, la richiesta di rimborso del contribuente è stata definitivamente respinta.
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Rendimento fondi previdenziali integrativi: negato sconto fiscale
Il Lavoratore ha chiesto il rimborso delle ritenute Irpef applicate sulla liquidazione della pensione integrativa aziendale, pretendendo l'aliquota agevolata del 12,50% sul rendimento. L'Agenzia delle Entrate si è opposta, contestando la mancanza di prova del reale investimento finanziario dei contributi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che, per ottenere l'agevolazione, il contribuente deve dimostrare l'effettivo impiego sul mercato finanziario delle somme accantonate. Non basta una semplice certificazione aziendale basata sulla differenza tra contributi versati e capitale erogato, né una perizia di parte. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto definitivamente la domanda di rimborso del Lavoratore, stabilendo che il rendimento fondi previdenziali integrativi deve derivare da una reale gestione finanziaria e non da calcoli teorici o matematici dell'azienda.
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Rimborso IRPEF previdenza complementare: no senza prove reali
Un ex dirigente ha chiesto il rimborso IRPEF previdenza complementare, sostenendo che le somme ricevute come liquidazione della Previdenza Integrativa Aziendale dovessero beneficiare della tassazione agevolata al 12,50% sulla quota di rendimento. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che per ottenere l'aliquota agevolata il contribuente deve dimostrare l'effettivo investimento del capitale sul mercato da parte del fondo. Nel caso specifico, trattandosi di un fondo interno con accantonamenti a bilancio senza reali investimenti finanziari, non esiste un vero rendimento di mercato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rigettato definitivamente la domanda di rimborso del lavoratore.
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Omesso versamento delle ritenute: la crisi non salva l’azienda
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un imprenditore per il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali. L'imputato si era difeso sostenendo che la crisi economica lo avesse costretto a privilegiare il pagamento degli stipendi dei dipendenti rispetto ai contributi INPS, invocando la forza maggiore. I giudici hanno chiarito che la crisi di liquidità non esclude il dolo generico né costituisce forza maggiore, poiché il datore di lavoro ha il dovere di accantonare le somme per l'Erario al momento del pagamento delle retribuzioni. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e l'imprenditore è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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