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Sostituto D'Imposta — Anno 2023

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186 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sostituto D'Imposta

Provvedimenti

Rimborso imposte sisma 1990: vince il lavoratore contro il fisco
I Lavoratori hanno richiesto il rimborso delle imposte versate in eccesso per il triennio 1990-1992, in seguito al terremoto del 1990 in Sicilia. L'Amministrazione Finanziaria ha opposto il silenzio rifiuto. La CTR ha negato il diritto ritenendo che i contribuenti non avessero provato l'effettivo versamento delle ritenute da parte del datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei Lavoratori, stabilendo che il diritto al rimborso imposte sisma 1990 spetta al lavoratore (sostituito) che ha subito le trattenute, a prescindere dall'effettivo versamento da parte del datore di lavoro. La Cassazione ha cassato la sentenza per difetto di motivazione, rinviando la causa alla Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado.
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Rimborso IRPEF sisma: lo Stato deve pagare anche senza fondi
Un cittadino colpito dal terremoto del 1990 in Sicilia ha richiesto il rimborso IRPEF sisma, pari al 90% delle imposte trattenute dal suo datore di lavoro negli anni 1990-1992. L'ente impositore ha opposto un silenzio rifiuto, impugnato con successo dal contribuente nei primi gradi di giudizio. L'amministrazione finanziaria ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che il contribuente fosse un lavoratore autonomo non idoneo e invocando una legge successiva che limita i rimborsi in base ai fondi di bilancio disponibili. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso dell'ufficio. I giudici hanno chiarito che i limiti di bilancio introdotti da leggi successive non cancellano il diritto al rimborso, ma incidono solo sulla fase esecutiva del pagamento. Di conseguenza, il contribuente ha vinto la causa e l'ente pubblico deve rimborsare le somme e pagare le spese legali.
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Tassazione agevolata del rendimento: il Fisco vince senza prove
Un pensionato chiedeva il rimborso della maggiore IRPEF pagata sulla liquidazione della sua previdenza integrativa aziendale. Sosteneva che sulla quota di rendimento dovesse applicarsi la tassazione agevolata del rendimento al 12,50% anziché l'aliquota ordinaria. Gli eredi del contribuente proseguivano la causa. L'Amministrazione Finanziaria si opponeva, contestando la mancanza di prove sull'effettivo investimento dei fondi sul mercato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che spetta al contribuente dimostrare che le somme siano state realmente investite sui mercati e quale sia stato il rendimento netto. La semplice certificazione del datore di lavoro non basta a provare l'investimento finanziario. Di conseguenza, la Cassazione ha rigettato definitivamente la richiesta di rimborso.
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Omesso versamento IVA: pagare i dipendenti non salva dal reato
L'Imprenditore, legale rappresentante di una società, è stato condannato per i reati di omesso versamento delle ritenute e omesso versamento IVA. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo, giustificando il mancato pagamento con una grave e improvvisa crisi di liquidità, aggravata da sequestri giudiziari e dalla pandemia da Covid-19, che lo aveva costretto a privilegiare il pagamento di dipendenti e fornitori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la crisi finanziaria non esclude la colpevolezza se deriva da una scelta strategica aziendale di preferire altri creditori rispetto al Fisco. Per evitare la condanna, l'imprenditore avrebbe dovuto dimostrare di aver adottato ogni iniziativa possibile per pagare il tributo, cosa che nel caso specifico non è avvenuta.
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Tassazione previdenza complementare: no al rimborso IRPEF
Un ex dipendente bancario ha impugnato il silenzio-rifiuto del fisco su un'istanza di rimborso IRPEF. Il contribuente chiedeva la restituzione delle ritenute fiscali operate sulla liquidazione del fondo pensioni integrativo, ritenendo deducibili i contributi versati fino al 1994. L'Agenzia delle Entrate ha fatto ricorso, sostenendo che tali versamenti non fossero obbligatori per legge, ma derivassero da accordi collettivi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del fisco. I giudici hanno chiarito che, in tema di tassazione previdenza complementare, solo i contributi previdenziali obbligatori per legge sono esenti da tassazione. I contributi facoltativi o contrattuali, invece, concorrono a formare la base imponibile al momento della liquidazione. Di conseguenza, la richiesta di rimborso del lavoratore è stata definitivamente respinta.
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Addizionale bonus e stock options: la pagano anche i consulenti
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria chiedeva il rimborso dell'Irpef trattenuta sulla sua retribuzione variabile, sostenendo che il datore di lavoro non appartenesse al settore finanziario. L'Agenzia delle Entrate negava il rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che l'addizionale bonus e stock options del 10% si applica anche ai dirigenti di società di consulenza societaria e finanziaria. La nozione di "settore finanziario" ha infatti una valenza socio-economica ampia e non si limita ai soli intermediari vigilati o che operano con il pubblico. Di conseguenza, il dirigente perde la causa e non ha diritto al rimborso delle somme trattenute.
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Tassazione pensione integrativa: il Fisco vince sui vecchi fondi
Un ex dipendente pubblico ha chiesto il rimborso dell'IRPEF sulla propria pensione complementare, pretendendo l'applicazione dell'aliquota agevolata del 15% introdotta nel 2007. I contributi erano però maturati interamente entro il 1999 presso un fondo integrativo poi soppresso. L'Agenzia delle Entrate ha negato il rimborso. La Corte di Cassazione ha dato ragione al Fisco, stabilendo che la tassazione pensione integrativa per i vecchi iscritti a fondi soppressi prima del 2007 rimane soggetta al regime fiscale previgente e non a quello agevolato. Di conseguenza, la richiesta di rimborso del contribuente è stata definitivamente respinta.
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Giudicato esterno tributario: diritto ammesso ma rimborso negato
Un ex dirigente ha chiesto il rimborso delle ritenute fiscali applicate sulla liquidazione del proprio fondo di previdenza integrativa aziendale, pretendendo l'aliquota agevolata del 12,50% sul rendimento. Dopo una prima decisione favorevole delle Sezioni Unite, che ha stabilito il principio generale, il contribuente ha avviato un giudizio di ottemperanza per ottenere il pagamento. La CTR ha respinto la richiesta per mancanza di prove sull'effettivo investimento dei contributi nel mercato finanziario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando che il giudicato esterno tributario non copre la quantificazione del rimborso se mancano le prove dei fatti costitutivi. Il contribuente perde la causa e non ottiene il rimborso.
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Addizionale sui bonus dei manager: tassata anche la consulenza
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della trattenuta del 10% applicata sui suoi compensi variabili per l'anno 2014. Il manager sosteneva che la società non appartenesse al settore finanziario e che i bonus non superassero il triplo della sua retribuzione fissa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che l'addizionale sui bonus dei manager si applica anche a chi lavora nella consulenza aziendale e finanziaria. Inoltre, a seguito delle modifiche legislative del 2011, l'imposta colpisce l'intero ammontare dei bonus che eccede la retribuzione fissa, senza che sia più necessario il superamento della soglia del triplo. Di conseguenza, il fisco ha trattenuto legittimamente le somme e il contribuente ha perso la causa.
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Tassazione dei bonus dei manager: la Cassazione dà ragione al fisco
Un Dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'imposta addizionale del 10% applicata sui suoi compensi variabili per gli anni 2016 e 2017. Il contribuente sosteneva che la tassa non fosse dovuta poiché i bonus non superavano il triplo della sua retribuzione fissa. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, stabilendo che la tassazione dei bonus dei manager si applica sull'intero ammontare della quota variabile che eccede la parte fissa, senza che sia necessario superare la soglia del triplo. Di conseguenza, il prelievo supplementare è legittimo e il rimborso è stato negato.
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Rimborso delle imposte sul reddito: negato se manca il danno reale
Due soci esercitano il diritto di recesso da una società per azioni. La società liquida le loro quote e trattiene una ritenuta d'acconto del 12,5%, qualificando le somme come reddito di capitale. I soci versano la provvista e poi presentano istanza di rimborso all'Erario, sostenendo che le somme andassero tassate come redditi diversi. Formatosi il silenzio-rifiuto, i contribuenti ricorrono in giudizio. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile per difetto di interesse. La Corte stabilisce che, in tema di rimborso delle imposte sul reddito, spetta al contribuente dimostrare che la diversa qualificazione del reddito avrebbe comportato una tassazione meno gravosa o inesistente. La semplice contestazione della categoria reddituale, senza prova di un reale danno economico, non dà diritto al rimborso.
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Tassazione dei bonus dei dirigenti: fisso contro variabile
Un dirigente del settore finanziario ha chiesto il rimborso dell'addizionale Irpef del 10% trattenuta sui suoi compensi variabili negli anni 2014 e 2016. Il contribuente sosteneva che la tassa non fosse dovuta perché i premi non superavano il triplo della sua retribuzione fissa. L'Agenzia delle Entrate ha rifiutato il rimborso, ritenendo che la legge avesse ampliato la platea dei soggetti colpiti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del lavoratore, stabilendo che la tassazione dei bonus dei dirigenti si applica sull'intero ammontare della quota variabile che eccede la retribuzione fissa, a prescindere dal superamento della soglia del triplo. Il dirigente perde la causa e deve pagare le spese.
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Addizionale IRPEF sui bonus: la Cassazione frena i dirigenti
Una dirigente di una nota società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della tassa straordinaria applicata sui premi ricevuti negli anni 2013 e 2014. La contribuente sosteneva che il suo premio non superasse il triplo dello stipendio fisso e che la sua azienda non fosse un intermediario finanziario in senso stretto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del prelievo. I giudici hanno chiarito che l'addizionale IRPEF sui bonus si applica sulla quota di premio che supera lo stipendio fisso, senza bisogno di superare la vecchia soglia del triplo. Inoltre, la nozione di settore finanziario va intesa in senso ampio, includendo anche le società di consulenza finanziaria per contrastare politiche di remunerazione speculative.
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Addizionale Irpef sui bonus: batosta per i manager finanziari
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha chiesto il rimborso della trattenuta per l'addizionale Irpef sui bonus ricevuti nel 2013. Il contribuente sosteneva che la tassa del 10% non fosse dovuta perché il bonus non superava il triplo della sua retribuzione fissa e perché la società datrice di lavoro non era una banca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che, dopo le riforme del 2011, l'addizionale Irpef sui bonus si applica su qualsiasi importo variabile che supera la retribuzione fissa, senza più la soglia del triplo. Inoltre, la definizione di settore finanziario è ampia e include anche le società di consulenza finanziaria, non solo le banche tradizionali. Il manager perde la causa e deve pagare le spese.
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Restituzione ritenute IRPEF: il condono non arricchisce l’azienda
Un lavoratore ha richiesto la restituzione ritenute IRPEF operate sulla sua busta paga dal datore di lavoro e mai versate allo Stato. L'azienda, infatti, aveva beneficiato di un condono fiscale pagando solo il 10% del debito a seguito del terremoto di Siracusa del 1990. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'azienda in amministrazione straordinaria. I giudici hanno stabilito che il condono fiscale cancella il debito anche per il lavoratore. Di conseguenza, le somme trattenute e non versate devono essere restituite al dipendente, poiché fanno parte della sua retribuzione lorda. Trattandosi di crediti di lavoro, su tali somme spettano anche la rivalutazione monetaria e gli interessi legali calcolati a partire dal momento in cui sono state effettuate le trattenute originarie.
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Addizionale Irpef sui bonus: colpiti anche i manager non vigilati
Un dirigente di una società di consulenza finanziaria ha impugnato il rifiuto al rimborso dell'addizionale Irpef sui bonus versata nel 2013. Il ricorrente sosteneva che la società non appartenesse al settore finanziario e che il bonus non superasse il triplo della retribuzione fissa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la nozione di settore finanziario ha un'accezione ampia e include le società di consulenza societaria e finanziaria, anche se non vigilate dalla Banca d'Italia. Inoltre, con l'introduzione del comma 2-bis all'art. 33 del D.L. 78/2010, per i compensi erogati dopo il 17 luglio 2011, l'addizionale del 10% si applica sull'intera quota di bonus che eccede la parte fissa della retribuzione, senza che sia più necessario il superamento della soglia del triplo.
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Silenzio-rifiuto istanza di rimborso: no al ricorso se generica
Il Contribuente ha presentato un'istanza all'INPS per ottenere la certificazione delle imposte trattenute sulla propria pensione integrativa, inviandola anche all'Agenzia delle Entrate senza però specificare le somme esatte di cui chiedeva la restituzione. Di fronte al silenzio dell'amministrazione finanziaria, il cittadino ha proposto ricorso ritenendo configurato un silenzio-rifiuto istanza di rimborso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, stabilendo che una richiesta generica e priva dell'indicazione precisa degli importi e dei versamenti non è idonea a far decorrere il silenzio-rifiuto impugnabile. Di conseguenza, la Suprema Corte ha cassato senza rinvio la sentenza d'appello favorevole al contribuente, dichiarando la causa improponibile e condannando quest'ultimo al pagamento delle spese di legittimità.
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Restituzione ritenute d’acconto: il condono spetta al dipendente
Un'azienda in amministrazione straordinaria ha trattenuto le tasse sulla busta paga di un dipendente tra il 1990 e il 1992, senza versarle allo Stato a causa della sospensione per un terremoto. Successivamente, l'azienda ha beneficiato di un condono fiscale, pagando solo il 10% del debito tributario. Gli eredi del lavoratore hanno richiesto la restituzione del restante 90% trattenuto. La Corte di Cassazione ha confermato che l'azienda deve restituire le somme non versate, stabilendo che il vero beneficiario del condono è il lavoratore (sostituito) e non il datore di lavoro. La mancata restituzione configura un indebito. Pertanto, la richiesta di restituzione ritenute d'acconto è stata pienamente accolta, con l'aggiunta di interessi e rivalutazione monetaria calcolati dal momento della trattenuta originaria.
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Omesso versamento di ritenute: la dichiarazione non basta
Il Legale Rappresentante di una società veniva condannato per il reato di omesso versamento di ritenute fiscali relative all'anno 2017. La condanna si basava esclusivamente sui dati del Modello 770, senza la prova dell'effettivo rilascio delle certificazioni ai lavoratori. La Corte di Cassazione, recependo una storica decisione della Corte Costituzionale, ha accolto il ricorso della difesa. I giudici hanno stabilito che, a seguito della dichiarazione di incostituzionalità della norma del 2015, per configurare il reato non basta la dichiarazione fiscale, ma serve la prova del rilascio delle certificazioni ai sostituiti. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la condanna e ha rinviato il caso alla Corte d'appello per un nuovo esame dei fatti.
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Termine decadenza rimborso: Fisco vince contro richiesta tardiva
Un contribuente ha richiesto il rimborso del sessanta per cento dell'Irpef trattenuta dal sostituto d'imposta per gli anni dal 2002 al 2008, invocando un'agevolazione del 2009. L'Agenzia delle Entrate ha opposto il silenzio-rifiuto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, rilevando che la domanda di rimborso è stata presentata oltre il termine decadenza rimborso biennale previsto dalla legge sul processo tributario. Questo termine decorreva dalla pubblicazione del decreto legge agevolativo del 2008. Trattandosi di una decadenza stabilita a favore dell'amministrazione per diritti indisponibili, il giudice può rilevarla d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio. Il contribuente perde così il diritto al rimborso e viene condannato al pagamento delle spese legali.
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