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Sorveglianza Speciale — Anno 2023

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296 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Sorveglianza Speciale

Provvedimenti

Particolare tenuità del fatto: no a chi viola la sorveglianza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, allontanandosi da casa per più giorni senza autorizzazione. La difesa invocava l'applicazione della particolare tenuità del fatto e le nuove pene sostitutive introdotte dalla Riforma Cartabia. I giudici hanno respinto la richiesta di particolare tenuità del fatto evidenziando l'abitualità della condotta, data da una precedente condanna, e la gravità del comportamento. Riguardo alle pene sostitutive, la Corte ha chiarito che, essendo il giudizio d'appello terminato prima dell'entrata in vigore della riforma, l'interessato potrà eventualmente richiederle solo al giudice dell'esecuzione entro trenta giorni dall'irrevocabilità della sentenza. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Fuga in auto e sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno e due mesi di reclusione. L'uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, aveva violato le prescrizioni uscendo dal proprio comune di residenza. Inoltre, guidava un'auto nonostante la patente fosse stata sospesa dal Prefetto. La difesa ha contestato il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ritenendo le contestazioni della difesa generiche e ripetitive rispetto a quanto già ampiamente e logicamente motivato dai giudici nei precedenti gradi di giudizio. Il ricorrente dovrà anche pagare una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Omesso versamento della cauzione: niente sconti di pena
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, condannato a sei mesi di arresto per l'omesso versamento della cauzione nel termine stabilito. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno ritenuto corretta la decisione dei gradi precedenti, che avevano negato le attenuanti a causa dei numerosi precedenti penali e della spiccata pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la falsa legittima difesa costa caro
Il Ricorrente è stato condannato a otto mesi di reclusione per aver violato gli obblighi della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La difesa ha impugnato la decisione lamentando un difetto di motivazione e invocando genericamente la legittima difesa come causa di giustificazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i giudici di merito hanno ampiamente motivato l'insussistenza di qualsiasi pericolo immediato che potesse giustificare la violazione. Di conseguenza, il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: un cellulare costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, sorpreso in possesso di un telefono cellulare perfettamente funzionante. Tale condotta integra il reato di violazione della sorveglianza speciale, punito dall'articolo 75 del Codice Antimafia. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della condanna, ritenendo corretta l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto, indicativi di una spiccata pericolosità sociale. È stato inoltre confermato il diniego di prevalenza delle attenuanti generiche. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a un anno di reclusione per la violazione della sorveglianza speciale. Il soggetto, sottoposto alla misura di prevenzione con l'obbligo di non allontanarsi dalla propria dimora, aveva violato tale prescrizione. La Suprema Corte ha ritenuto i motivi di ricorso del tutto generici e privi di un reale confronto con la decisione d'appello, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rito abbreviato: lo sconto si applica anche alla continuazione
Il Sorvegliato, sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, è stato sorpreso fuori dal proprio domicilio in orario notturno. La Corte d'Appello lo ha condannato applicando la continuazione con una precedente condanna, ma è incorsa in due errori: ha qualificato la pena come arresto anziché reclusione e non ha applicato lo sconto di un terzo previsto per il rito abbreviato sull'aumento di pena per il reato satellite. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del difensore, correggendo l'errore materiale sulla specie di pena e rideterminando la sanzione finale. Grazie all'applicazione corretta delle regole del rito abbreviato, la pena complessiva è stata ridotta a un anno, un mese e venti giorni di reclusione, annullando senza rinvio la decisione precedente sul punto della pena.
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Pericolosità sociale: lo spaccio passato pesa dopo il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale per due anni e sei mesi. Il soggetto, dedito al traffico abituale di stupefacenti e al porto d'armi, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale a causa del tempo trascorso in custodia cautelare e di alcune assoluzioni. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale deve essere valutata con riferimento al momento della decisione di primo grado, rendendo irrilevante il tempo trascorso successivamente durante i gradi di giudizio. Eventuali elementi di novità possono essere fatti valere solo con istanza di revoca o modifica della misura. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il volontariato non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il sottoposto contestava la persistenza della sua pericolosità sociale, valorizzando elementi come la confessione, la condotta carceraria e lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la lunghissima militanza (quasi trentennale) e il ruolo di spicco ricoperto all'interno del sodalizio mafioso giustificano la presunzione di attualità del vincolo associativo. I giudici hanno chiarito che il volontariato e una collaborazione parziale non bastano a dimostrare l'effettivo allontanamento dall'organizzazione criminale.
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Metodo mafioso: la Cassazione smaschera le minacce silenti
Tre soggetti sono stati condannati per estorsione e tentata estorsione aggravate dal metodo mafioso. Gli imputati avevano costretto imprenditori edili e committenti a rifornirsi di calcestruzzo da un'azienda specifica e a pagare un pizzo, sfruttando la fama criminale di uno di loro e la vicinanza a Cosa Nostra. Uno degli imputati era anche accusato di aver violato la sorveglianza speciale frequentando abitualmente un pregiudicato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati, confermando le condanne. I giudici hanno ribadito che il metodo mafioso si configura anche attraverso un messaggio intimidatorio silente, quando la reputazione criminale del soggetto è tale da rendere superflua una minaccia esplicita per piegare la volontà delle vittime.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: condanna definitiva
Il Cittadino è stato condannato a quattro mesi di arresto per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale (art. 75 d.lgs. n. 159 del 2011). Contro la sentenza d'appello, la difesa ha proposto ricorso lamentando vizi di motivazione ed errori di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano generici e si limitavano a ripetere quanto già dedotto e respinto in appello. Di conseguenza, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: condanna ferma
Il Ricorrente è stato condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto in un reato meno grave, sostenendo che all'epoca dei fatti (agosto 2016) non fosse ancora attivo l'obbligo di dimora, introdotto solo nel 2017. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, rilevando che un provvedimento del 2015, antecedente al reato, imponeva già espressamente al Ricorrente il divieto di allontanarsi dal comune di dimora senza preavviso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Termine per ricorso in Cassazione: il ritardo costa caro
Il caso riguarda un cittadino sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale per un anno, ritenuto socialmente pericoloso. L'interessato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza dei presupposti della misura. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il provvedimento impugnato era stato notificato il 9 marzo 2023, mentre il ricorso è stato depositato il 30 marzo 2023. Ai sensi della normativa sulle misure di prevenzione, il termine per ricorso in Cassazione è stabilito tassativamente in dieci giorni dalla notifica. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso per tardività, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: sosta dal lavoro costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, autorizzato a spostarsi solo per raggiungere il luogo di lavoro senza soste intermedie, ha violato tale prescrizione fermandosi in una località intermedia per incontrare soggetti pregiudicati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del sorvegliato, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che la deviazione non era un semplice transito stradale, ma una sosta non autorizzata e prolungata presso l'abitazione di un terzo. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
Il Tribunale e la Corte d'Appello respingevano la richiesta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto, ritenendo che la sua detenzione per oltre due anni creasse una presunzione di non pericolosità. Il Procuratore Generale proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che occorre distinguere tra il momento dell'applicazione della misura e quello della sua esecuzione. La sorveglianza speciale può essere legittimamente applicata anche a un soggetto detenuto, poiché lo stato di detenzione ne sospende solo l'esecuzione e non l'applicabilità. La detenzione superiore a due anni impone solo una rivalutazione della pericolosità al momento dell'effettiva esecuzione, senza impedire la decisione iniziale. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Confisca di prevenzione: persa l’auto se mancano redditi leciti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi contro la sorveglianza speciale applicata a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso e la contestuale confisca di prevenzione di un'autovettura intestata alla convivente. I giudici hanno confermato l'attualità della pericolosità sociale del proposto, evidenziando una costante escalation criminale e la violazione delle prescrizioni. Riguardo alla confisca di prevenzione del veicolo, la Corte ha ribadito che la terza intestataria non può contestare i presupposti personali della misura applicata al proposto, ma deve limitarsi a dimostrare l'effettiva titolarità del bene e la provenienza lecita delle risorse usate per l'acquisto. Nel caso specifico, è emersa una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dalla donna e il valore dell'auto. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: quando il ricorso in Cassazione è inutile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con divieto di soggiorno per tre anni. I giudici di merito avevano applicato la misura ritenendo il soggetto socialmente pericoloso, poiché viveva abitualmente grazie ai proventi di reati contro il patrimonio. Il ricorrente ha contestato la decisione lamentando vizi di motivazione sulla sua reale pericolosità e sul suo tenore di vita. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso per cassazione è limitato alle sole violazioni di legge. Poiché i giudici d'appello avevano motivato in modo logico e completo l'attualità della pericolosità sociale, la Cassazione ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Misure alternative alla detenzione negate se manca la rieducazione
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego della concessione di misure alternative alla detenzione nei confronti di un soggetto con gravi e ripetuti precedenti penali. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta di affidamento in prova, detenzione domiciliare e semilibertà a causa della mancanza di un concreto percorso di rieducazione e dell'elevato rischio di recidiva. Il condannato, infatti, dedito all'abuso di alcol e droghe e privo di occupazione, aveva continuato a delinquere anche dopo l'applicazione di precedenti misure di prevenzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la valutazione sulla concessione dei benefici spetta al giudice di merito e, in questo caso, è stata motivata in modo logico e coerente.
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Sorveglianza speciale: la dimenticanza non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'uomo aveva violato l'obbligo di presentazione periodica in questura, presentandosi con oltre sette ore di ritardo e giustificandosi con una semplice dimenticanza. I giudici hanno confermato che la dimenticanza non esclude il dolo, data la piena consapevolezza dell'obbligo e l'assenza di impedimenti improvvisi. Inoltre, la Corte ha ritenuto corretta l'applicazione della recidiva, poiché la condotta del soggetto esprime una sistematica insofferenza verso le regole e una spiccata pericolosità sociale. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorvegliato speciale senza patente: no alle attenuanti generiche
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno e privo di patente, viene sorpreso alla guida di un'auto. Condannato nei gradi di merito, propone ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di offensività del fatto e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici confermano che circolare senza patente violando le prescrizioni lede la sicurezza pubblica. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è ampiamente giustificato dai gravi precedenti penali del soggetto e dalla sua condotta pericolosa. Per negare tali benefici, infatti, il giudice può legittimamente basarsi anche su un solo elemento negativo prevalente, come la personalità del reo o la gravità del comportamento.
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