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Riesame — Anno 2022

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717 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Riesame

Provvedimenti

Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti: i paletti
Il Tribunale del Riesame confermava la custodia in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti e di due episodi di spaccio avvenuti a distanza di quattro giorni. L'indagato ricorreva in Cassazione, lamentando l'assenza di prove sulla sua stabile appartenenza al gruppo criminale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che la semplice commissione di singoli reati di spaccio non basta a dimostrare la partecipazione all'associazione criminale. Occorre un elemento aggiuntivo che provi il contributo stabile e volontario del soggetto al sodalizio. La Cassazione ha quindi annullato l'ordinanza, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame.
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Custodia cautelare per associazione mafiosa: il tempo non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare per associazione mafiosa a carico di un indagato, ritenuto affiliato a una cosca locale. La difesa sosteneva l'insufficienza della sola affiliazione formale e l'estinzione delle esigenze cautelari per via del tempo silente di tre anni tra i fatti e l'arresto. I giudici hanno invece stabilito che la partecipazione formale, i riti di battesimo e il rispetto delle regole del clan dimostrano una stabile messa a disposizione. Inoltre, per i reati di stampo mafioso, la presunzione di pericolosità sociale non viene meno con il semplice decorso del tempo, ma richiede la prova di una reale dissociazione o dello scioglimento del sodalizio. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Morte dell’imputato: improcedibile il ricorso sul sequestro
Il caso riguarda il sequestro preventivo di quasi quattro milioni di euro disposto nei confronti dell'amministratore di una società fallita, accusato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per aver distratto ingenti somme di denaro. Il difensore dell'indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento di sequestro. Tuttavia, prima della decisione della Suprema Corte, è sopravvenuta la morte dell'imputato. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'improcedibilità del ricorso. Il decesso del ricorrente comporta infatti l'estinzione del rapporto processuale, impedendo ai giudici di esprimersi sui motivi di merito dell'impugnazione. Di conseguenza, il procedimento penale si arresta senza una decisione sulla legittimità del sequestro.
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Sequestro preventivo: quando l’errore formale blocca i beni
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti terzi contro il sequestro preventivo di beni (un immobile e bancali di pellet) disposto nell'ambito di indagini per reati fiscali. La prima ricorrente ha presentato il ricorso fuori sede, causandone la tardività poiché la data rilevante è quella di arrivo alla cancelleria competente. Il secondo ricorrente, formale proprietario dell'immobile ma ritenuto prestanome dell'indagato, ha proposto ricorso tramite difensore privo di procura speciale. La Corte ha ribadito che il terzo interessato deve conferire procura speciale al difensore e può contestare solo la propria estraneità al reato e la titolarità del bene, non i presupposti generali della misura. Entrambi i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese.
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Misure cautelari personali: stop ai domiciliari senza prove
L'Indagato, accusato di corruzione e turbativa d'asta, ha impugnato l'ordinanza che confermava gli arresti domiciliari. La difesa ha evidenziato che l'uomo si era dimesso da ogni carica societaria, era incensurato e che l'azienda era già sotto sequestro. Il Tribunale del Riesame ha rigettato la richiesta senza valutare questi elementi concreti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che le decisioni sulle misure cautelari personali non possono basarsi su formule astratte o su una motivazione apparente. I giudici devono valutare concretamente se i pericoli di fuga, inquinamento delle prove o recidiva siano ancora attuali alla luce dei nuovi fatti presentati dalla difesa. L'ordinanza è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Arresti domiciliari: la falsa denuncia incastra l’attentatore
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per un giovane accusato di aver fatto esplodere due ordigni davanti a una gastronomia. L'indagato aveva contestato il riconoscimento da parte di un ispettore di polizia e l'insufficienza degli indizi. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto decisivo il quadro indiziario complessivo. Il motoveicolo usato per l'attentato apparteneva all'indagato, la targa era stata coperta e l'uomo aveva presentato una falsa denuncia di furto subito dopo il fatto per sviare le indagini. Inoltre, il suo telefono era spento durante l'esplosione. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo concreto il pericolo di reiterazione del reato e confermando la legittimità della misura cautelare applicata.
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Fuga e cellulare nel tombino: gravi indizi di colpevolezza
Il Tribunale di Torino confermava la custodia cautelare in carcere per un uomo accusato di detenzione di cocaina e crack a fini di spaccio. Durante una perquisizione nell'appartamento condiviso, l'indagato era fuggito, distruggendo il cellulare e gettando un involucro in un tombino. La difesa sosteneva l'assenza di gravi indizi di colpevolezza, attribuendo la droga al coinquilino. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, nella fase cautelare, non serve la prova certa della colpevolezza, ma bastano gravi indizi di colpevolezza desunti da comportamenti logici e coerenti, come la fuga e il tentativo di distruggere le prove. Il ricorrente e stato condannato anche al pagamento delle spese.
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Droga in casa: concorso o connivenza non punibile?
La Corte di Cassazione ha confermato la misura cautelare dell'obbligo di dimora per una donna accusata di concorso in detenzione di stupefacenti insieme ai familiari. Nell'abitazione comune, le forze dell'ordine hanno sequestrato 400 grammi di marijuana, una serra di cannabis e strumenti per il confezionamento delle dosi esposti in bella vista su una scrivania. La difesa invocava la figura della connivenza non punibile, sostenendo che la donna fosse estranea alle attività illecite. Tuttavia, i giudici hanno respinto il ricorso. La presenza di strumenti per lo spaccio in aree comuni e accessibili dimostra una collaborazione implicita e consapevole, che supera la semplice e passiva tolleranza. La ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Termini massimi di custodia cautelare: Covid batte scarcerazione
Il Tribunale del Riesame di Napoli ha ripristinato le misure cautelari nei confronti di alcuni imputati per associazione mafiosa, ritenendo che i termini massimi di custodia cautelare fossero stati legittimamente sospesi per via dell'emergenza Covid-19. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la normativa emergenziale non potesse allungare i termini massimi di fase. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, stabilendo che la sospensione dei termini processuali prevista durante la pandemia si applica anche ai termini massimi di custodia cautelare nei procedimenti in cui si siano verificati effettivi rinvii delle udienze a causa dell'emergenza sanitaria. Di conseguenza, i ricorrenti restano soggetti alle misure e sono condannati al pagamento delle spese processuali.
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Ricusazione del giudice: quando il sequestro anticipa il verdetto
Un cittadino, accusato di usura, ha proposto istanza di ricusazione del giudice nei confronti di due magistrati del collegio giudicante. I due giudici avevano precedentemente confermato il sequestro preventivo dei suoi beni, valutando approfonditamente l'attendibilità della persona offesa e le intercettazioni. La Corte d'Appello aveva respinto la richiesta, ritenendo che tale valutazione rientrasse nella normale attività cautelare. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'imputato. I giudici di legittimità hanno stabilito che, se il magistrato esprime una concreta valutazione di merito sulla colpevolezza dell'indagato durante la fase cautelare, scatta l'obbligo di astensione. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato l'ordinanza impugnata, confermando che la ricusazione del giudice era pienamente fondata per garantire l'imparzialità del processo.
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Custodia cautelare in carcere: negati i domiciliari inidonei
Il Tribunale di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di sequestro di persona e tentata estorsione. L'indagato ha fatto ricorso in Cassazione, ritenendo inadeguata la motivazione che escludeva gli arresti domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato una grave escalation criminosa, l'uso di armi e la presenza di complici non identificati. Inoltre, le dimore proposte per i domiciliari erano del tutto inidonee: una coincideva con il luogo del sequestro e l'altra era vicina agli uffici della vittima. Di conseguenza, la custodia cautelare in carcere è l'unica misura idonea a prevenire il pericolo di recidiva, rendendo insufficiente anche il braccialetto elettronico.
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Sequestro probatorio di smartphone: privacy contro indagini
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro probatorio di smartphone e supporti informatici appartenenti a due ex amministratori locali. Durante una perquisizione domiciliare legata a scontri di piazza, le forze dell'ordine hanno rinvenuto sette manufatti esplodenti. La difesa ha contestato la misura, ritenendola sproporzionata ed esplorativa. I giudici hanno invece stabilito che il sequestro probatorio di smartphone è valido se il decreto indica chiaramente il legame tra i dispositivi e i reati ipotizzati. La Procura può estrarre una copia integrale dei dati per analizzarli, ma deve selezionare e trattenere solo i file utili alle indagini nel più breve tempo possibile, restituendo il resto agli interessati. Il ricorso dell'indagata è stato respinto.
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Sequestro probatorio di dispositivi informatici e privacy
Un'Amministratrice Comunale e il suo compagno hanno subito il sequestro probatorio di dispositivi informatici nell'ambito di un'indagine per violenza privata e devastazione. Durante la perquisizione domiciliare, le forze dell'ordine hanno rinvenuto anche materiale esplosivo nell'abitazione della coppia, trasformandoli da persone offese a indagati. La difesa ha contestato il sequestro dei telefoni, ritenendolo generico, sproporzionato e lesivo della riservatezza. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno stabilito che l'estrazione iniziale di tutti i dati è legittima come strumento temporaneo, purché gli inquirenti selezionino rapidamente solo i file pertinenti alle indagini, restituendo il resto agli interessati.
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Aggredisce agenti: confermata la custodia cautelare in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Indagato contro l'ordinanza che disponeva la custodia cautelare in carcere. L'uomo, privo di fissa dimora, aveva aggredito violentemente gli agenti di Polizia che gli avevano chiesto di indossare la mascherina protettiva. La difesa contestava la misura sostenendo che il rischio di recidiva fosse legato a problemi di salute richiedenti cure mediche. La Suprema Corte ha confermato la legittimita del provvedimento, evidenziando l'assoluta mancanza di autocontrollo del soggetto e la gravita della condotta. I giudici hanno chiarito che le condizioni di salute vanno segnalate al giudice del procedimento principale e non in sede di riesame. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure cautelari personali: il lavoro stabile non evita gli arresti
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un indagato per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso contro la conferma degli arresti domiciliari. L'indagato contestava la sussistenza dei gravi indizi e l'attualità del pericolo di recidiva, evidenziando di essersi trasferito in un'altra regione e di aver trovato un lavoro stabile, oltre al decorso di oltre tre anni dai fatti. La Suprema Corte ha stabilito che le misure cautelari personali possono essere legittimamente mantenute se persistono legami con contesti criminali. Il trasferimento e il "tempo silente" non bastano a superare la presunzione di pericolosità sociale. Di conseguenza, l'indagato perde il ricorso e resta sottoposto alla misura cautelare, oltre a dover pagare le spese processuali.
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Sequestro probatorio nullo: merce restituita per vizio di forma
L'Amministratore di una ditta individuale ha impugnato il provvedimento di convalida del sequestro probatorio di alcune merci, disposto d'urgenza dalla polizia giudiziaria per presunti reati di frode in commercio e contrabbando. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il decreto di convalida del sequestro probatorio è nullo se privo di una motivazione specifica sulle finalità delle indagini, anche quando riguarda il corpo del reato. La semplice indicazione delle norme violate e il generico riferimento a futuri accertamenti tecnici costituiscono una motivazione apparente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio il sequestro e ha ordinato l'immediata restituzione delle merci all'avente diritto.
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Impugnazione misure cautelari: l’errore di sede costa il carcere
L'Indagato, sottoposto a custodia in carcere per spaccio di stupefacenti, ha proposto ricorso contro la decisione del Tribunale del riesame che confermava la misura. Tuttavia, la difesa ha depositato l'atto presso un tribunale diverso da quello che ha emesso il provvedimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per tardività. Il principio stabilito chiarisce che l'impugnazione misure cautelari deve essere presentata esclusivamente presso la cancelleria del giudice che ha deciso. Se presentata altrove, il rischio del ritardo nella trasmissione ricade sul ricorrente. Poiché l'atto è giunto al tribunale competente oltre il termine di dieci giorni, l'impugnazione è fuori tempo massimo.
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Traffico di stupefacenti: incastrato dai video resta in carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro l'ordinanza di custodia cautelare in carcere. L'uomo è accusato di far parte di un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti collegata a una cosca mafiosa locale. La difesa contestava la mancanza di prove sulla sua reale partecipazione e sull'attività di coltivazione di cannabis. Tuttavia, i giudici hanno confermato la solidità del quadro accusatorio, basato su intercettazioni telefoniche, servizi di osservazione che lo ritraevano mentre maneggiava munizioni con altri affiliati, e riprese video che ne attestavano la presenza costante nella piantagione. La Suprema Corte ha ribadito la sussistenza delle esigenze cautelari e del pericolo di recidiva, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Custodia cautelare in carcere: il trojan batte la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di traffico di stupefacenti in concorso con esponenti della criminalità organizzata. La difesa contestava la gravità degli indizi, basati su intercettazioni telefoniche e ambientali ottenute tramite trojan, mettendone in dubbio l'interpretazione e l'identificazione dell'assistito. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che l'interpretazione del linguaggio criptico utilizzato nelle intercettazioni spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, purché la motivazione sia logica e coerente. Inoltre, l'elevata quantità di droga e i legami stabili con la criminalità organizzata giustificano pienamente la custodia cautelare in carcere per scongiurare il concreto pericolo di recidiva.
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Custodia cautelare in carcere: lavoro lecito non evita la cella
Il Tribunale del Riesame ha confermato la custodia cautelare in carcere per un indagato accusato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. L'indagato gestiva una "casa dello spaccio" a Palermo, occupandosi dei turni notturni e della contabilità come stretto collaboratore del capo del sodalizio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di gravi indizi e l'affievolimento delle esigenze cautelari, evidenziando il tempo trascorso dai fatti e lo svolgimento di un lavoro lecito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che lo svolgimento di un'attività lavorativa lecita non esclude il pericolo di recidiva, poiché il lavoro regolare può essere usato come copertura o integrazione dei proventi illeciti. L'indagato resta quindi in carcere e deve pagare le spese processuali.
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