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Restituzione In Termini

92 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

Un istituto processuale che consente a una parte di compiere un'attività processuale oltre il termine di scadenza, qualora dimostri di non averlo potuto rispettare per caso fortuito o forza maggiore.

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Schiaffo e lite: la Cassazione dichiara l’inammissibilità ricorso penale
Una Donna è stata condannata per aver schiaffeggiato un'altra persona durante una lite legata a questioni lavorative dei rispettivi mariti. Dopo la condanna in primo e secondo grado per il reato di percosse, la Donna ha presentato ricorso in Cassazione. Ha contestato una presunta nullità processuale per mancata comunicazione di un'udienza durante il periodo COVID-19 e un travisamento della prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità ricorso penale, ritenendo le eccezioni generiche e prive dei requisiti necessari per un esame nel merito. La decisione conferma la condanna precedente e impone alla ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione.
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Avvocato impedito: l’Inammissibilità ricorso tardivo è confermata
Un Lavoratore è stato condannato in appello per accesso abusivo a sistema informatico e violazione di corrispondenza ai danni di un Collega. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, chiedendo la restituzione in termini, sostenendo che il suo avvocato era stato arrestato. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta, dichiarando l'inammissibilità ricorso tardivo. Ha stabilito che l'impedimento del difensore non configurava forza maggiore, poiché non era stato provato che l'arresto fosse avvenuto durante il termine utile per il ricorso. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali e il risarcimento alla parte civile.
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Restituzione in termini estradizione: la Cassazione rigetta il ricorso
Il Ricorrente ha chiesto la restituzione in termini per impugnare una sentenza di condanna, sostenendo di non averne avuto conoscenza effettiva e invocando il principio di specialità legato alla sua estradizione per altri reati. La Corte d'Appello aveva rigettato l'istanza. La Cassazione ha confermato il rigetto. Ha chiarito che il principio di specialità dell'estradizione non impedisce l'esercizio delle facoltà difensive per reati diversi da quelli per cui è avvenuta l'estradizione. La richiesta di restituzione in termini deve essere tempestiva e non può essere concessa se l'imputato aveva già conoscenza della condanna, rendendo la sentenza irrevocabile.
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Restituzione in termini: GIP non motiva, Cassazione annulla
Un Lavoratore aveva chiesto la restituzione in termini per completare i lavori di pubblica utilità, sostitutivi di una pena pecuniaria. Il GIP di Torino ha respinto la sua istanza. Il Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando l'omessa motivazione dell'ordinanza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'ordinanza del GIP era priva di una motivazione adeguata. Il giudice non aveva esaminato le ragioni addotte dal Lavoratore riguardo l'impossibilità di trovare un ente per svolgere i lavori, specialmente a causa dell'emergenza Covid. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza e rinviato gli atti al GIP per una nuova valutazione.
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Notifica Sentenza Penale: Demolizione Valida Senza Prova Contraria
Un Condannato ha contestato un ordine di demolizione per una costruzione abusiva, sostenendo di non aver ricevuto una corretta notifica sentenza penale che stava alla base dell'ordine. Ha chiesto l'invalidità del titolo esecutivo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. Ha ritenuto che l'annotazione del cancelliere sulla sentenza, che attestava la notifica e l'irrevocabilità, fosse sufficiente. La richiesta di sanatoria pendente è stata considerata irrilevante. Il Condannato deve pagare le spese processuali.
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Ricorso inammissibile: l’obbligo di difesa tecnica in Cassazione
Un condannato, detenuto in una casa di lavoro, ha chiesto alla Corte d'Appello di Lecce di dichiarare inefficace una sentenza definitiva e di poter presentare un ricorso in ritardo. La Corte d'Appello ha respinto la sua richiesta. L'interessato ha poi presentato personalmente un "ricorso inammissibile" alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha confermato l'inammissibilità. Ha stabilito che, dopo l'entrata in vigore della legge del 2017, un condannato non può più presentare ricorso in Cassazione senza l'assistenza di un avvocato abilitato. Il ricorrente ha dovuto pagare le spese processuali e una sanzione di 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Ammissione Rito Abbreviato: La Richiesta Tardiva non è Ammissibile
Una persona è stata condannata per furto aggravato con una sentenza emessa in sua assenza (contumacia). Successivamente, ha ottenuto la 'restituzione in termini' per presentare appello. Ha poi chiesto l'ammissione al rito abbreviato. La Corte d'Appello ha ritenuto questa richiesta tardiva. La Corte di Cassazione ha confermato che la richiesta di ammissione rito abbreviato deve essere formulata con il primo atto di impugnazione (l'appello stesso) dopo la restituzione in termini. Una richiesta presentata in un momento successivo è considerata fuori tempo massimo e quindi inammissibile.
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Processo in Assenza: Cassazione Conferma Condanna per Furto Aggravato
Un individuo condannato per furto aggravato ha impugnato la sentenza, contestando l'applicazione delle norme sul processo in assenza dell'imputato, la qualificazione del reato come consumato e la motivazione della recidiva. La Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna e le spese processuali. Il principio sancito riguarda la corretta applicazione delle norme transitorie sul processo in assenza dell'imputato, ribadendo che l'imputato deve attivarsi per far valere i propri diritti difensivi.
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Ammissione credito confisca: il creditore diligente non può ignorare
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un Creditore che ha presentato tardivamente la sua domanda di Ammissione credito confisca. Il Creditore vantava un credito ipotecario su beni di una Società Confiscata, sottoposti a confisca di prevenzione definitiva. Il Tribunale aveva rigettato la richiesta, sia per la tardività della domanda sia per l'infondatezza della richiesta di restituzione in termini. La Suprema Corte ha confermato questa decisione. Ha ritenuto che il Creditore avrebbe dovuto conoscere la confisca, avendo partecipato al fallimento della Società Confiscata, chiuso proprio per la mancanza di attivo dovuta alla confisca. La richiesta di restituzione in termini era logicamente contraddittoria con l'affermazione di non conoscenza della confisca.
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Ricorso straordinario per errore di fatto e notifica errata
La Ricorrente ha presentato richiesta di rimessione in termini dopo che la Corte di Cassazione aveva dichiarato inammissibile il suo ricorso per tardività, condannandola a una sanzione pecuniaria. La donna sosteneva di non aver mai ricevuto la notifica dell'avviso di udienza per un errore d'indirizzo. La Suprema Corte ha innanzitutto riqualificato l'istanza come Ricorso straordinario per errore di fatto, confermando che anche chi non è un condannato formale può proporre tale azione contro le decisioni assunte senza formalità. Tuttavia, nel merito, i giudici hanno dichiarato inammissibile l'impugnazione. Nelle procedure semplificate ordinate senza formalità, infatti, la legge non prevede l'obbligo di notificare alcun avviso di udienza. Di conseguenza, l'eventuale notifica errata non ha leso alcun diritto di difesa. La Ricorrente è stata quindi condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Decreto di irreperibilità valido anche senza vecchi recapiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il rigetto della richiesta di restituzione in termini per chiedere misure alternative alla detenzione. Il ricorrente contestava la validità del decreto di irreperibilità, sostenendo che la polizia giudiziaria non lo avesse cercato a Mondragone, indirizzo dichiarato al suo ingresso in Italia dieci anni prima. La Suprema Corte ha chiarito che le ricerche per il decreto di irreperibilità devono essere effettuate nei luoghi indicati dalla legge, ma sono subordinate all'oggettiva praticabilità e utilità degli accertamenti. Poiché il soggetto risultava senza fissa dimora e privo di residenza anagrafica o domicilio eletto in Italia, e l'indirizzo di Mondragone era un dato obsoleto e non anagrafico, le ricerche svolte sono state ritenute corrette e complete.
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Restituzione in termini: l’errore di cancelleria costa caro
Il Condannato propone ricorso contro la decisione del Giudice per le indagini preliminari che ha dichiarato inammissibile la sua richiesta di restituzione in termini per opporsi a un decreto penale di condanna. Il destinatario sosteneva di non aver avuto conoscenza dell'atto, notificato alla madre, poiché si trovava fuori regione per lavoro. Tuttavia, la cancelleria del tribunale aveva erroneamente registrato due volte la medesima istanza. Una delle due procedure era già stata rigettata con un precedente provvedimento, mai impugnato dal Condannato. Il secondo giudice ha quindi dichiarato il non luogo a procedere per evitare un doppio giudizio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il Condannato avrebbe dovuto impugnare il primo provvedimento di rigetto e non la decisione emessa per correggere l'errore di duplicazione della cancelleria.
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Restituzione in termini: verbale errato e ritardo inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Parte Civile, confermando l'assoluzione degli imputati. La ricorrente aveva presentato in ritardo l'impugnazione, chiedendo la restituzione in termini perché attendeva la correzione del verbale d'udienza, in cui non era stato registrato il diniego del suo diritto di replica. I giudici hanno chiarito che l'attesa per la correzione del verbale non giustifica il ritardo, poiché il ricorso poteva essere presentato nei tempi indicando la pendenza della correzione. Inoltre, la mancata concessione della replica costituisce una nullità relativa che andava contestata immediatamente in udienza. Di conseguenza, la richiesta di restituzione in termini è stata respinta e il ricorso dichiarato tardivo.
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Validità della notifica PEC: studio del dominus o del praticante?
Il Condannato proponeva incidente di esecuzione lamentando l'inefficacia di una sentenza di condanna per lesioni personali. Sosteneva la nullità della notifica dell'estratto contumaciale, inviata tramite posta elettronica certificata all'indirizzo del titolare dello studio legale (dominus) anziché alla praticante abilitata, formalmente nominata come difensore di fiducia presso cui aveva eletto domicilio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità della notifica PEC. I giudici hanno stabilito che, qualora il praticante abilitato non sia dotato di un proprio indirizzo PEC autonomo registrato, il suo domicilio digitale coincide con quello del dominus dello studio. Di conseguenza, la notifica eseguita presso quest'ultimo indirizzo è pienamente valida e idonea a far decorrere i termini per l'impugnazione, escludendo anche il diritto alla restituzione in termini.
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Restituzione in termini negata: l’inerzia del cliente condanna
Un cittadino, condannato per lesioni personali, ha richiesto la restituzione in termini per impugnare la sentenza di condanna, sostenendo di non aver mai avuto effettiva conoscenza del processo. L'imputato aveva eletto domicilio presso il suo primo difensore di fiducia, il quale aveva poi rinunciato al mandato inviando la comunicazione a un indirizzo errato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che la notifica degli atti presso lo studio del difensore di fiducia domiciliatario fa presumere la conoscenza del processo. Per superare questa presunzione e ottenere la restituzione in termini, l'imputato deve dimostrare di essersi attivato periodicamente per chiedere informazioni al professionista, non potendo invocare la propria colpevole inerzia o il semplice disinteresse per le sorti del giudizio.
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Rescissione del giudicato: l’errore di istanza non si corregge
Un cittadino, condannato in primo grado dopo essere stato dichiarato assente, presentava istanza di restituzione in termini per impugnare la sentenza. La Corte d'appello dichiarava inammissibile la richiesta, ritenendo che il rimedio corretto fosse la rescissione del giudicato e che non fosse possibile riqualificare l'istanza. L'imputato ricorreva in Cassazione lamentando la mancata conversione d'ufficio dell'atto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che la restituzione in termini e la rescissione del giudicato sono istituti ontologicamente diversi. Il primo è un rimedio eccezionale per ripristinare un termine scaduto, mentre il secondo è un mezzo di impugnazione straordinario. Di conseguenza, non si applica il principio di conservazione dei mezzi di impugnazione e il giudice non può riqualificare d'ufficio l'istanza errata.
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Ricorso straordinario per cassazione: il timbro postale decide
Il Ricorrente ha presentato un ricorso straordinario per cassazione contro la decisione che dichiarava inammissibile, perché tardivo, il suo precedente ricorso. Egli sosteneva di aver consegnato l'atto a un operatore postale privato entro i termini, ma Poste Italiane lo aveva spedito il giorno successivo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario. I giudici hanno chiarito che il termine di 180 giorni per presentare il ricorso straordinario per cassazione è perentorio e decorre dal deposito del provvedimento. Inoltre, non sussiste alcun errore di fatto se il documento che prova la consegna non era presente nel fascicolo originario. Infine, la data di spedizione rilevante è quella di Poste Italiane e non quella della consegna al servizio privato.
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Restituzione in termini negata: l’errore del legale non è forza maggiore
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un cittadino che chiedeva la restituzione in termini per presentare l'appello contro una condanna per omicidio colposo. Il difensore sosteneva che l'emergenza Covid-19 e un'informazione incompleta della cancelleria avessero costituito una causa di forza maggiore. La Suprema Corte ha chiarito che la restituzione in termini richiede un impedimento assoluto e non superabile. Nel caso specifico, la cancelleria aveva fornito un'informazione corretta al momento della richiesta e la sentenza era stata depositata nei termini prorogati dalla legge. L'errore o la mancata verifica successiva da parte del legale rientrano nella mancanza di ordinaria diligenza e non integrano la forza maggiore. Il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali.
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Restituzione in termini: e-mail all’ufficio sbagliato costa cara
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un imputato che chiedeva la restituzione in termini per impugnare una sentenza di condanna. Il difensore sosteneva di non aver potuto rispettare la scadenza a causa dell'emergenza Covid-19, di un errore ortografico nel cognome dell'assistito e della mancata risposta alle sue e-mail. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore sul nome era irrilevante e che il difensore ha indirizzato le richieste di informazioni all'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP) anziché alla cancelleria competente. La restituzione in termini per forza maggiore richiede la prova rigorosa di un impedimento assoluto, non potendo derivare da negligenze o errori nell'individuazione dell'ufficio giudiziario corretto. Di conseguenza, l'imputato perde il diritto di impugnare la sentenza e viene condannato al pagamento delle spese processuali.
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Traduzione degli atti processuali: lingua sarda e condanna valida
L'Amministratore di una società fallita, condannato per bancarotta fraudolenta, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata traduzione della sentenza d'appello in lingua sarda entro i termini di deposito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancata traduzione degli atti processuali in una lingua minoritaria non comporta la nullità della sentenza, ma può solo giustificare la restituzione nei termini per impugnare, qualora vi sia stata un'esplicita richiesta. Nel caso specifico, la traduzione era comunque presente e il ricorso era stato presentato tempestivamente. La Corte ha inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche, evidenziando la gravità della condotta e l'assenza di elementi positivi o di un reale ravvedimento da parte dell'imputato, confermando la pena vicina al minimo edittale.
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