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Recidiva — Anno 2023

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2986 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Violazione della sorveglianza speciale: un cellulare costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, sorpreso in possesso di un telefono cellulare perfettamente funzionante. Tale condotta integra il reato di violazione della sorveglianza speciale, punito dall'articolo 75 del Codice Antimafia. La Suprema Corte ha confermato la legittimità della condanna, ritenendo corretta l'applicazione della recidiva a causa dei numerosi precedenti penali del soggetto, indicativi di una spiccata pericolosità sociale. È stato inoltre confermato il diniego di prevalenza delle attenuanti generiche. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Lavoro o reato di evasione: la deviazione che costa la condanna
Un soggetto sottoposto agli arresti domiciliari, autorizzato ad assentarsi esclusivamente per lavorare presso un'azienda agricola a partire dalle ore 06:30, è stato sorpreso alle ore 06:05 alla guida della propria auto su un percorso più lungo e non autorizzato. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di evasione, rigettando il ricorso del difensore. I giudici hanno chiarito che l'allontanamento anticipato e la scelta di un tragitto non ottimale, non giustificati da reali esigenze lavorative presso la sede autorizzata, integrano pienamente la condotta illecita. Anche la contestazione della recidiva è stata ritenuta corretta a causa dei gravi precedenti penali del soggetto, mentre le attenuanti generiche sono state applicate solo in regime di equivalenza.
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Manifestazione e violenza privata: il blocco stradale è reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre manifestanti contro le misure cautelari dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. I soggetti erano indagati per i reati di violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. Durante una protesta, i manifestanti avevano bloccato la marcia di alcuni camion diretti a un cantiere pubblico, costringendo i conducenti a mostrare i documenti di trasporto. Inoltre, uno di loro aveva coperto con la mano l'obiettivo della fotocamera di un poliziotto per impedirgli di filmare i disordini. La Suprema Corte ha confermato che il blocco stradale finalizzato a costringere i conducenti a subire controlli abusivi integra pienamente il reato di violenza privata. Ha inoltre ribadito la legittimità delle misure cautelari applicate per il concreto pericolo di recidiva.
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Rinuncia all’impugnazione: ricorso chiuso e condanna definitiva
L'Imputato, condannato in appello per reati legati alle armi e alla ricettazione, ha proposto ricorso per Cassazione tramite il proprio difensore per contestare il calcolo della pena e la recidiva. Successivamente, mentre si trovava in istituto penitenziario, l'Imputato ha presentato personalmente una formale rinuncia all'impugnazione. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa decisione e ha dichiarato il ricorso inammissibile de plano (senza formalità di udienza). Di conseguenza, l'Imputato ha perso la possibilità di ridiscutere la condanna ed è stato condannato al pagamento delle spese del processo e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Misure cautelari personali: ambulante incensurato perde ricorso
Il Tribunale ha applicato all'Indagato la misura dell'obbligo di firma tre volte a settimana per spaccio di oltre 50 grammi di cocaina. L'Indagato ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato, evidenziando la propria incensuratezza e l'attività di venditore ambulante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando le misure cautelari personali. I giudici hanno evidenziato che l'attività di commerciante ambulante, lungi dall'escludere il pericolo, agevola lo spaccio in diverse località. Inoltre, la stabilità economica del lavoro esclude che il reato sia stato commesso per necessità, delineando una spiccata pericolosità sociale. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Recidiva reiterata: dieci furti negano lo sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per furto in abitazione aggravato. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva reiterata e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva reiterata è stata correttamente applicata valutando in concreto la pericolosità sociale del soggetto, desunta da ben dieci precedenti penali specifici. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto legittimo in quanto l'atteggiamento collaborativo dell'Imputato è stato minimo e non ha consentito né il recupero della refurtiva né l'individuazione dei complici. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: condannato chi ignora i benefici
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva, sostenendo che i giudici si fossero limitati a elencare i suoi precedenti penali senza una reale motivazione. La Suprema Corte ha invece chiarito che l'applicazione della recidiva è stata correttamente motivata. I giudici di merito hanno infatti analizzato la lunga scia di reati commessi dall'uomo e il fallimento dei precedenti benefici concessi, elementi che dimostrano una totale insofferenza verso le regole dello Stato. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Guida senza patente: condanna penale annullata senza recidiva
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un automobilista condannato in appello a due mesi di arresto per il reato di guida senza patente. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del conducente, evidenziando che la guida senza patente è stata depenalizzata in illecito amministrativo, tranne nell'ipotesi di recidiva nel biennio. Nel caso specifico, sebbene vi fosse un precedente risalente a un mese prima, la recidiva non era stata formalmente contestata nel capo d'imputazione. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato, disponendo la trasmissione degli atti al Prefetto per l'applicazione delle sanzioni amministrative.
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Tentato furto in abitazione: lo scasso incastra il ladro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentato furto in abitazione. L'imputato era stato sorpreso dopo aver forzato la porta d'ingresso e una porta interna di un appartamento, mentre il suo complice era fuggito con un piede di porco. La difesa sosteneva la mancanza di prove circa l'effettiva intenzione di rubare. I giudici hanno invece confermato la condanna, stabilendo che l'introduzione clandestina in casa altrui, unita ai segni di scasso e al possesso di strumenti da scasso, dimostra in modo inequivocabile la volontà di compiere un furto. La Corte ha inoltre escluso la prevalenza delle attenuanti generiche a causa della grave recidiva del soggetto, condannandolo anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per Cassazione tardivo: la condanna diventa definitiva
Un cittadino, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che aveva ridotto la pena escludendo la recidiva. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il motivo risiede nel fatto che l'imputato ha presentato l'atto oltre i termini previsti dalla legge, rendendo la condanna definitiva. Questo errore procedurale configura un chiaro caso di ricorso per Cassazione tardivo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a versare quattromila euro alla Cassa delle ammende, senza che i giudici potessero esaminare i motivi del suo ricorso.
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Particolare tenuità del fatto: no al furto in pieno giorno
Due soggetti sono stati condannati per tentato furto di un catalizzatore automobilistico, commesso in pieno giorno in una via centrale. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, l'applicazione della recidiva e il bilanciamento delle circostanze. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto richiede una valutazione globale basata sulla gravità della condotta, sui precedenti penali e sul danno potenziale. Nel caso specifico, l'azione furtiva alla luce del sole e i precedenti dei colpevoli escludono qualsiasi ipotesi di lieve entità, confermando la correttezza della pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio.
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Lieve entità dello spaccio: no se vendi droga ai domiciliari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione e spaccio di cocaina. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza attenuante della lieve entità dello spaccio e delle attenuanti generiche. I giudici hanno confermato l'esclusione della minore gravità del fatto, evidenziando non solo la quantità della droga, ma anche le modalità dell'azione, avvenuta mentre il soggetto si trovava già agli arresti domiciliari. Inoltre, la presenza di numerosi precedenti penali e il comportamento non collaborativo hanno giustificato il diniego delle attenuanti generiche e la conferma della recidiva. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: copiare costa caro
Un cittadino, condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale, ha proposto ricorso contestando la quantificazione della pena e il mancato riconoscimento di ulteriori sconti. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici e si limitavano a ripetere le medesime contestazioni già respinte in secondo grado. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Misure di prevenzione: ricorso ripetitivo costa caro al condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a sei mesi di arresto per la violazione delle prescrizioni relative alle misure di prevenzione (artt. 31 e 76 D.Lgs. n. 159/2011). Il ricorrente aveva contestato la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano generici e ripetitivi rispetto a quelli già esaminati e respinti in appello. Di conseguenza, il cittadino è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso di atto falso: ricorso respinto e multa da tremila euro
Il caso riguarda un uomo condannato in appello per il reato di uso di atto falso, a seguito della prescrizione del reato originario di falsità materiale. La Corte d'Appello aveva rideterminato la pena in sei mesi di reclusione, considerando la recidiva. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione sulla quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza, rilevando che i giudici di secondo grado avevano motivato in modo congruo e corretto il trattamento sanzionatorio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di carte di credito: la plastica costa cara
Due donne sono state condannate per il reato di ricettazione in concorso per aver utilizzato una carta bancomat provvista di PIN. Le imputate hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, il mancato riconoscimento dell'attenuante della lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che la ricettazione di carte di credito non può essere considerata di lieve entità basandosi sul solo valore economico del pezzo di plastica. La carta di credito possiede infatti un valore strumentale che consente di effettuare molteplici acquisti e prelievi. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: condanna se manca la prova dell’acquisto
Due soggetti sono stati condannati per il reato di ricettazione in concorso. Trovati in possesso di refurtiva, non hanno fornito alcuna spiegazione attendibile sull'origine del bene. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione chiedendo la riqualificazione del fatto in incauto acquisto e la concessione delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno ribadito che risponde del reato di ricettazione chiunque, sorpreso con beni rubati, non offra una giustificazione credibile sulla provenienza lecita della merce. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: quando basta definirla congrua
L'Imputato è stato condannato per il reato di ricettazione di lieve entità. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, ritenendo la pena adeguata e bilanciando l'attenuante con la recidiva a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando i criteri di determinazione della pena e il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la sanzione inflitta è vicina al minimo edittale, per la corretta determinazione della pena è sufficiente che il giudice utilizzi formule sintetiche come "pena congrua" o "pena equa", richiamando i criteri generali di valutazione. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità dei motivi aggiunti: no a sconti di pena tardivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per ricettazione e detenzione abusiva di armi. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha chiarito che l'impugnazione della recidiva tramite motivi aggiunti è preclusa se l'atto di appello principale non aveva toccato questo specifico punto, sancendo così l'inammissibilità dei motivi aggiunti non conformi all'appello originario. Inoltre, i giudici hanno ritenuto corretta la decisione di negare le attenuanti generiche in assenza di elementi positivi e a fronte dei numerosi precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno: condanna ferma
Il Ricorrente è stato condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. La difesa ha chiesto di riqualificare il fatto in un reato meno grave, sostenendo che all'epoca dei fatti (agosto 2016) non fosse ancora attivo l'obbligo di dimora, introdotto solo nel 2017. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, rilevando che un provvedimento del 2015, antecedente al reato, imponeva già espressamente al Ricorrente il divieto di allontanarsi dal comune di dimora senza preavviso. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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