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Recidiva — Anno 2023

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2986 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Impugnazione sentenza patteggiamento: i limiti del ripensamento
L'Imputato ha concordato una pena di 4 anni di reclusione e 18.000 euro di multa per reati in materia di stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando il mancato proscioglimento e la mancata motivazione sulla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione sentenza patteggiamento strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, come i vizi della volont, la difformit tra richiesta e sentenza, l'errore sulla qualificazione del fatto o l'illegalit della pena. I motivi sollevati dall'Imputato non rientravano in queste categorie. Di conseguenza, il ricorso stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate: la confessione tardiva non evita la condanna
L'Imputato, condannato per spaccio di stupefacenti, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i precedenti penali dell'imputato, pur non integrando la recidiva, ne delineano negativamente la personalità. Inoltre, la confessione resa solo dopo l'arresto in flagranza non giustifica la concessione del beneficio. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Spaccio di lieve entità: no ai domiciliari con la cocaina
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato a 4 anni di reclusione per detenzione e spaccio di cocaina. L'imputato, mentre si trovava agli arresti domiciliari, gestiva un'attività di spaccio professionale nella propria abitazione, dove sono stati rinvenuti oltre 54 grammi di cocaina, bilancini e denaro contante. La difesa richiedeva il riconoscimento dello Spaccio di lieve entità e l'esclusione della recidiva. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando l'organizzazione professionale dell'attività e la gravità della condotta, commessa violando le prescrizioni cautelari. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Diffamazione a mezzo stampa: sì alla colpa, no al carcere facile
Un giornalista è stato condannato per il reato di diffamazione a mezzo stampa per aver pubblicato articoli diffamatori basati su una vecchia ispezione ministeriale, collegando erroneamente la vittima a un omicidio da cui era stata assolta, senza verificare le fonti e usando toni aggressivi. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del giornalista, ribadendo che il diritto di cronaca richiede la verifica e l'aggiornamento delle notizie datate. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla pena detentiva di sette mesi di reclusione. I giudici hanno stabilito che il carcere per i giornalisti è applicabile solo in casi di eccezionale gravità, come discorsi d'odio o campagne di disinformazione consapevole. Il caso torna alla Corte d'Appello per rideterminare la sanzione.
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Furto in studio e indebito utilizzo di carte di credito: condanna
Un uomo si è introdotto nello studio di un professionista e, approfittando della sua temporanea assenza, le ha sottratto il portafogli dalla borsa. Subito dopo, ha tentato di effettuare acquisti con la carta di credito rubata, ma la transazione è stata negata. Le forze dell'ordine lo hanno fermato poco dopo con la refurtiva. I giudici di merito lo hanno condannato per furto aggravato e per l'indebito utilizzo di carte di credito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità penale. La Suprema Corte ha ritenuto corretta la valutazione delle prove e la determinazione della pena, evidenziando la gravità della condotta e la presenza di numerosi precedenti penali a carico dell'uomo.
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Tentato furto al mercato: fuggire col piede di porco costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per tentato furto. L'imputato era stato sorpreso a fuggire da un mercato ortofrutticolo con un piede di porco in mano, dopo che era scattato l'allarme di uno stand con la saracinesca forzata. La difesa sosteneva che si trattasse di semplici atti preparatori non punibili e che il reato fosse prescritto. I giudici hanno invece confermato la condanna, stabilendo che forzare la saracinesca costituisce un atto esecutivo idoneo e univoco, idoneo a configurare il tentato furto. L'inammissibilità del ricorso principale ha inoltre precluso l'esame sulla prescrizione e sulla mancanza di querela. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Correzione errore materiale: pena aumentata per errore di calcolo
La Corte di Cassazione ha disposto la correzione errore materiale contenuto nel verbale di un'udienza precedente. Nel rideterminare la pena per L'Imputato, i giudici avevano commesso un errore di calcolo aritmetico, indicando un anno e tre mesi di reclusione anziché un anno e sette mesi. La corretta operazione matematica, basata sulla pena base di nove mesi aumentata per la recidiva e per i reati satellite, portava inevitabilmente a diciannove mesi complessivi. Accertata la divergenza evidente tra la reale volontà del collegio e la formula scritta, la Suprema Corte ha corretto il dispositivo, stabilendo la pena definitiva in un anno e sette mesi di reclusione.
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Guida in stato di ebbrezza: condanna confermata ma pena ridotta
Il Conducente è stato condannato per guida in stato di ebbrezza dopo essere stato trovato con un tasso alcolemico superiore ai limiti di legge. La difesa ha sostenuto che l'alcoltest fosse stato alterato dall'assunzione di un farmaco spray per la gola e ha contestato l'applicazione della recidiva per un reato contravvenzionale. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi del farmaco, confermando che spetta al conducente provare l'assunzione e verificare la compatibilità con la guida. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sull'applicazione della recidiva: questa circostanza aggravante non può essere applicata alle contravvenzioni, ma solo ai delitti. La sentenza è stata annullata limitatamente alla recidiva, con rinvio alla Corte d'appello per ricalcolare la pena al ribasso, confermando in via definitiva la colpevolezza del conducente.
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Lieve entità dello spaccio: la purezza al 99% nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata qualificazione del reato come fatto di lieve entità e l'impossibilità di far prevalere le attenuanti generiche sulla recidiva. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che l'elevata purezza della sostanza sequestrata (pari al novantanove per cento, equivalente a ben centoventiquattro dosi) e le modalità organizzate di occultamento della droga escludono la lieve entità dello spaccio. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Omessa dichiarazione dei redditi: prescrizione batte condanna
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di due soggetti, il Liquidatore e l'Amministratore di Fatto di una società, accusati di occultamento di scritture contabili e omessa dichiarazione dei redditi ai fini IVA. La Suprema Corte ha accolto parzialmente il ricorso del Liquidatore. I giudici hanno stabilito che, escludendo l'aggravante della recidiva qualificata, il reato di omessa dichiarazione dei redditi relativo all'anno 2010 era già estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per questo specifico reato, riducendo la pena del Liquidatore a due anni di reclusione per il solo occultamento dei documenti. Il ricorso dell'Amministratore di Fatto è stato invece dichiarato inammissibile.
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Furto con destrezza: la finta spesa che costa la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per furto aggravato ai danni di un negozio. Insieme a un complice, l'uomo ha distratto la titolare chiedendole di mostrare della merce all'esterno, mentre il complice svuotava la cassa. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che tale condotta integra l'aggravante del furto con destrezza. Infatti, i malviventi non si sono limitati ad approfittare di una distrazione casuale, ma l'hanno provocata intenzionalmente con astuzia. La Suprema Corte ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la pena detentiva e pecuniaria.
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Esposizione alla pubblica fede: il furto in deposito incustodito
L'Imputato è stato condannato per il furto di due biciclette collocate all'interno di un deposito pubblico non custodito. La difesa ha contestato l'applicazione della circostanza aggravante dell'esposizione alla pubblica fede, sostenendo che l'assenza di antifurto e la collocazione all'interno di un deposito escludessero tale condizione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'esposizione alla pubblica fede si configura anche in aree private liberamente accessibili dove non vi sia una custodia continua. Di conseguenza, l'imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio e applicazione della recidiva: la Cassazione nega sconti.
L'Imputato è stato condannato per la detenzione e il trasporto di oltre quaranta grammi di hashish destinati allo spaccio. I giudici di merito hanno aumentato la pena base applicando la recidiva specifica e infraquinquennale, a causa dei numerosi precedenti penali per reati di droga e contro il patrimonio. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la correttezza della decisione precedente, evidenziando che i numerosi precedenti penali dimostrano una spiccata pericolosità sociale e un inserimento stabile nel mercato dello spaccio, escludendo una condotta occasionale. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva e continuazione: lo scippatore perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Ricorrente, confermando la condanna per furto con strappo. La difesa contestava l'identificazione del colpevole da parte de La Vittima e sosteneva l'incompatibilità tra la recidiva applicata e la continuazione con precedenti condanne. La Suprema Corte ha chiarito che l'identificazione era solida e attendibile. Sotto il profilo del diritto, ha ribadito la piena compatibilità tra l'istituto della recidiva e continuazione, smentendo l'esistenza di un contrasto e confermando che entrambi gli aumenti di pena possono applicarsi congiuntamente se ne sussistono i presupposti. Di conseguenza, Il Ricorrente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: tardi per il furto
L'Imputato, condannato per furto aggravato dall'esposizione della cosa alla pubblica fede, ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione di tale aggravante. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché l'Imputato non aveva sollevato questa specifica contestazione durante il giudizio di appello, essendosi limitato a discutere la pena e le attenuanti. I giudici di legittimità hanno ribadito che non è possibile proporre per la prima volta in Cassazione questioni che non hanno formato oggetto dei motivi di appello, per evitare che si configuri un difetto di motivazione su punti mai sottoposti al giudice di secondo grado. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione: la Cassazione nega gli sconti al recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di furto in abitazione aggravato. L'uomo contestava il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità e la mancata prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, rilevando che l'elevato valore dei beni sottratti impedisce l'applicazione dell'attenuante richiesta. Inoltre, la presenza di una recidiva reiterata rende giuridicamente impossibile un bilanciamento delle circostanze più favorevole all'imputato. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Individuazione fotografica e refurtiva: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per furto aggravato di veicoli. La difesa contestava la validità del riconoscimento basato sull'individuazione fotografica effettuata dalle vittime. I giudici hanno chiarito che l'individuazione fotografica costituisce una prova atipica dotata di piena forza probatoria, se supportata dalla credibilità del testimone e da indizi precisi e concordanti. Nel caso specifico, la colpevolezza dell'imputato era confermata dal ritrovamento della refurtiva nel suo garage e da annunci di vendita online a lui riconducibili. La Suprema Corte ha confermato la condanna a due anni e sei mesi di reclusione, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Guida senza patente: condannato chi usa un mezzo non revisionato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per il reato di guida senza patente, aggravato dalla recidiva nel biennio. L'uomo era stato sorpreso alla guida di un autocarro obsoleto, la cui revisione era scaduta da ben undici anni, su una strada particolarmente trafficata. La difesa richiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.) e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto la richiesta, evidenziando l'estrema pericolosità della condotta per la sicurezza pubblica. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Furto di scarso valore ma l’applicazione della recidiva resta
L'Imputato è stato condannato per furto aggravato commesso in concorso, con violenza sulle cose e su beni esposti al pubblico. La difesa ha proposto ricorso contestando l'applicazione della recidiva, sostenendo che i precedenti penali fossero datati e la refurtiva di scarso valore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una valutazione concreta della pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, i numerosi precedenti per reati di droga e contro il patrimonio, uniti alla gravità del furto commesso con violenza, giustificano pienamente l'aumento di pena. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Stato di necessità: perché la fame non sempre scusa il furto
L'Imputata è stata condannata per tentato furto di generi alimentari e prodotti per la persona all'interno di due supermercati. La difesa ha fatto ricorso in Cassazione invocando lo stato di necessità dovuto alla fame e alla povertà estrema, chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto o del furto lieve per bisogno. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'indigenza non giustifica lo stato di necessità, poiché il pericolo di fame non era immediato né inevitabile, potendo la persona rivolgersi ai servizi di assistenza sociale. Inoltre, l'abitualità dei reati commessi in precedenza esclude sia la tenuità del fatto sia la particolare attenuante del bisogno urgente. Di conseguenza, l'imputata perde il ricorso e viene condannata anche al pagamento delle spese processuali.
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