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Recidiva — Anno 2023

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2986 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Resistenza a pubblico ufficiale: ricorso generico costa caro
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. Il condannato ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando esclusivamente l'applicazione della recidiva, ossia l'aumento di pena previsto per chi commette un nuovo reato dopo una precedente condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale violata per le giostre: condanna definitiva
Il Sottoposto alla misura della sorveglianza speciale e stato sorpreso dopo la mezzanotte presso le giostre di una festa patronale, violando l'obbligo di rientrare a casa entro le ore 22:00. La Corte d'Appello ha confermato la condanna a un anno e sei mesi di reclusione, applicando l'aumento per la recidiva e negando le attenuanti generiche a causa dei precedenti penali del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Sottoposto poiche basato su contestazioni generiche e di puro merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: fuori casa di notte, scatta la condanna
Un uomo, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con l'obbligo di non allontanarsi da casa nelle ore notturne, è stato sorpreso fuori dalla propria abitazione durante due controlli dei Carabinieri nella stessa notte. Condannato in primo e secondo grado a otto mesi di reclusione per la violazione delle prescrizioni, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno evidenziato che l'allontanamento prolungato per ore e i numerosi precedenti penali commessi nei cinque anni precedenti dimostrano una persistente insofferenza alle regole e un'elevata pericolosità sociale, giustificando pienamente l'aggravamento della pena.
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Falsa attestazione a pubblico ufficiale: mentire costa 3000 euro
L'Imputato è stato condannato per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale per aver fornito le generalità del proprio fratello durante un controllo di polizia. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano generici e si limitavano a riprodurre le medesime obiezioni già respinte in secondo grado. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, con la conferma della condanna penale e l'obbligo di pagare le spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Esposizione alla pubblica fede: quando il furto è aggravato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato furto aggravato a carico di un soggetto che aveva cercato di sottrarre merce dagli scaffali di un negozio. L'imputato contestava la sussistenza dell'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede, sostenendo che la presenza di un addetto alla sicurezza escludesse tale circostanza. I giudici hanno chiarito che la sorveglianza saltuaria o l'attenzione occasionale nata dal comportamento sospetto del cliente non escludono l'aggravante. Per escluderla occorre un controllo diretto, continuativo e preventivo sulla merce. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Recidiva facoltativa: il silenzio del giudice salva l’imputato
Il Tribunale ha prosciolto un cittadino accusato di furto poiché il reato si era estinto per prescrizione. Il Procuratore Generale ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che il termine di prescrizione non fosse decorso a causa della contestazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva facoltativa non deve essere espressamente esclusa dal giudice di merito, essendo sufficiente il suo silenzio. Poiché il Procuratore non ha specificato i motivi concreti per cui la recidiva andava applicata, il ricorso è stato ritenuto generico.
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Aggravante della recidiva: esclusa se manca la motivazione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un detenuto condannato per aver ceduto marijuana a un altro ristretto in carcere. La difesa sosteneva che la mancanza di un prezzo escludesse il reato e chiedeva l'applicazione della tenuità del fatto. La Suprema Corte ha rigettato queste tesi, confermando che la cessione gratuita è reato e che i precedenti penali escludono la particolare tenuità. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso sull'applicazione dell'aggravante della recidiva. I giudici d'appello hanno infatti omesso di motivare se i precedenti penali dimostrassero una reale e perdurante inclinazione al delitto. La sentenza è stata annullata limitatamente alla recidiva con rinvio alla Corte d'appello di Perugia.
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Lieve entità nel reato di spaccio: il peso non basta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio a carico di un uomo trovato con 47 grammi di hashish, strumenti di confezionamento e 705 euro in contanti. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto come Lieve entità nel reato di spaccio, evidenziando che il peso della sostanza era inferiore ai 100 grammi. I giudici hanno respinto il ricorso, stabilendo che il solo dato del peso non basta a ottenere lo sconto di pena se il contesto dimostra un'attività organizzata. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio e applicazione della recidiva: quando la pena va ridotta
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi soggetti condannati per spaccio di stupefacenti organizzato in un quartiere popolare. Alcuni imputati, con il ruolo di vedette, contestavano l'entità della pena e il mancato riconoscimento del ruolo marginale. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale di tutti i partecipanti, ribadendo che il ruolo di palo non è marginale. Tuttavia, ha accolto i ricorsi di tre imputati riguardanti l'errata applicazione della recidiva e il calcolo della continuazione dei reati. I giudici di secondo grado avevano infatti applicato la recidiva basandosi solo sul casellario giudiziale, senza una motivazione critica. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questi punti sanzionatori, mentre le condanne per gli altri ricorrenti sono diventate definitive.
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Spaccio di lieve entità: quando l’organizzazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati condannati per spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di armi. I giudici hanno confermato che non è applicabile l'attenuante dello spaccio di lieve entità quando l'attività illecita presenta una struttura organizzata, un numero elevato di cessioni (oltre 700 in un caso), clienti stabili e un possesso di droga con alto principio attivo. La Corte ha ribadito che la co-detenzione di un'arma può essere desunta da comportamenti logici, come il tentativo di recuperarla dopo una minaccia. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa, vedono confermate le loro condanne e devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Contrabbando di tabacchi: la recidiva evita la depenalizzazione
Il caso riguarda Il Venditore, condannato per il contrabbando di tabacchi lavorati esteri per aver messo in vendita 200 grammi di sigarette senza sigillo. La Corte d'Appello ha applicato la recidiva specifica, confermando la pena detentiva. Il Venditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che il reato fosse stato depenalizzato dal Decreto Legislativo n. 8 del 2016. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il contrabbando di tabacchi aggravato dalla recidiva costituisce un reato autonomo punito con pena detentiva. Di conseguenza, questa fattispecie non rientra nella depenalizzazione, anche se i precedenti reati che fondano la recidiva sono stati depenalizzati. Il Venditore perde la causa, la condanna è confermata e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di stupefacenti: l’uso personale cede alle piante giganti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di coltivazione di stupefacenti a carico di un uomo sorpreso in un'area recintata con 18 piante di canapa indiana mature e 10 piantine ancora in vasetto. La difesa sosteneva che le piante mature non fossero sue e che quelle in vasetto fossero destinate all'uso personale. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la coltivazione di 18 piante mature con infiorescenze non può considerarsi domestica o per uso personale, data la quantità e la capacità drogante. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Reato di ricettazione: ricorso inutile e condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un'imputata condannata per il reato di ricettazione alla pena di due anni e due mesi di reclusione. La ricorrente contestava la ricostruzione dei fatti, la mancata concessione delle attenuanti e l'applicazione della recidiva. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e riproducevano le stesse argomentazioni già respinte in appello, senza confrontarsi con la solida motivazione della sentenza impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, sanzionando l'imputata anche al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende per la manifesta infondatezza del ricorso.
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Appropriazione indebita: la parola della vittima batte il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di appropriazione indebita. L'imputato contestava la credibilità della vittima e l'applicazione della recidiva. I giudici hanno confermato che la testimonianza della persona offesa era precisa, coerente e priva di smentite credibili da parte della difesa. Inoltre, la recidiva è stata ritenuta corretta a causa della gravità del comportamento e della totale indifferenza dell'uomo verso le sue precedenti condanne. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: condanna definitiva per truffa
Una cittadina, già condannata in appello per il reato di truffa con pena ridotta, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la contestazione sulla recidiva era manifestamente infondata e ripetitiva di questioni di fatto già ampiamente esaminate. La Corte d'Appello aveva infatti correttamente motivato l'accresciuta pericolosità sociale della donna derivante dalla commissione del nuovo reato. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato la ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Determinazione della pena: la Cassazione frena i ricorsi inutili
Il Condannato, ritenuto colpevole dei reati di rapina e furto, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessività della sanzione inflitta, contestando in particolare l'applicazione della recidiva e l'aumento per la continuazione dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la determinazione della pena rientra nell'esclusiva discrezionalità del giudice di merito. Quest'ultimo ha motivato in modo logico e coerente la misura della sanzione, valorizzando i gravi precedenti penali del soggetto per reati contro la persona e il patrimonio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: i precedenti negano sconti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per i reati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato contestava la ricostruzione dei fatti, la sussistenza del dolo e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno stabilito che i motivi di ricorso erano del tutto generici, limitandosi a riproporre censure già ampiamente superate nei precedenti gradi di giudizio. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, i quali hanno legittimamente negato le attenuanti generiche e applicato la recidiva a causa dei numerosi precedenti penali accumulati dal soggetto tra il 2008 e il 2020, indice di una spiccata capacità a delinquere. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la fuga prolungata costa cara al recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per il reato di evasione. Il ricorrente si era allontanato dal luogo di restrizione per quasi due mesi, da metà dicembre al 7 febbraio. La Suprema Corte ha confermato l'applicazione della recidiva, contestata dal ricorrente, evidenziando la sua elevata pericolosità sociale desumibile da cinque precedenti condanne definitive per rapina e dalla lunga durata della fuga. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento sanzionatorio: inutile ricorso se c’è già lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio applicato nei suoi confronti, lamentando in particolare l'applicazione della recidiva e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano manifestamente infondati. Dagli atti di causa è emerso chiaramente che la recidiva era già stata esclusa dai giudici di merito e che le attenuanti generiche erano già state concesse fin dal primo grado di giudizio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate senza prove positive
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza d'appello. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva, già esclusa nei gradi precedenti, e lamentava questioni relative a una prova testimoniale nel giudizio abbreviato non risultanti dagli atti. Infine, lamentava il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ribadito che il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche è legittimo se motivato dall'assenza di elementi positivi a favore del condannato. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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