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Recidiva — Anno 2023

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2986 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Recidiva

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: sosta dal lavoro costa la condanna
Un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, autorizzato a spostarsi solo per raggiungere il luogo di lavoro senza soste intermedie, ha violato tale prescrizione fermandosi in una località intermedia per incontrare soggetti pregiudicati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del sorvegliato, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che la deviazione non era un semplice transito stradale, ma una sosta non autorizzata e prolungata presso l'abitazione di un terzo. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che non si tocca
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale, contestando l'errata applicazione della disciplina sul reato continuato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, in base alla legge, l'impugnazione di una sentenza di patteggiamento è limitata a casi tassativi, come i vizi della volontà, la mancata corrispondenza tra accusa e sentenza, l'errata qualificazione giuridica del fatto o l'illegalità della pena. La contestazione sul reato continuato non rientra in queste ipotesi. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Falsa identità e applicazione della recidiva: condanna confermata
Una cittadina, condannata a un anno di reclusione per false dichiarazioni sulla propria identità, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva è legittima quando si fonda su precedenti penali specifici e vicini nel tempo, i quali dimostrano una maggiore pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Esposizione alla pubblica fede: furto in proprietà privata
Il caso riguarda un uomo condannato per furto commesso in un immobile privato ma liberamente accessibile e privo di sorveglianza. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede si applica anche in aree private se prive di recinzioni o controlli, determinando l'affidamento dei beni all'altrui buona fede. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, confermando l'applicazione della recidiva e la regolarità della querela, escludendo inoltre la prescrizione del reato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rifiuto alcoltest dopo incidente: condanna e multa salata
Il Conducente, dopo aver causato un incidente stradale, si è opposto con aggressività alla richiesta degli agenti di polizia di sottoporsi all'accertamento del tasso alcolemico. Condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di rifiuto alcoltest, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che la condotta aggressiva e la gravità del contesto escludono qualsiasi ipotesi di particolare tenuità, condannando il ricorrente anche al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diniego delle attenuanti generiche: no a sconti per lo spaccio
L'Imputato è stato condannato per detenzione illecita di cocaina ai fini di spaccio. La Corte d'Appello ha confermato la condanna, applicando la recidiva e confermando il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la violazione di legge e il difetto di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto corretto il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva, evidenziando la gravità dei precedenti penali, la pericolosità sociale del soggetto, la sua professionalità nel reato e il vasto giro d'affari. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente per aver proposto un ricorso manifestamente infondato.
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Dosimetria della pena: spaccio e recidiva negano il minimo
L'Imputato è stato condannato per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità a cinque mesi e dieci giorni di reclusione. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la dosimetria della pena e lamentando una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto la sanzione corretta e ben motivata, in quanto calcolata poco sopra il minimo edittale a causa della gravità della sostanza (droga pesante) e dei tre precedenti penali specifici dell'Imputato. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: uso personale o spaccio?
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. La difesa sosteneva che la cocaina fosse destinata all'uso personale, ma i giudici di merito hanno escluso questa ipotesi basandosi sulle prove raccolte. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi del ricorso erano del tutto generici e privi di un reale confronto con la sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con la condanna dell'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: ricorsi generici respinti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti (nello specifico, cocaina a fini di spaccio). I ricorrenti avevano contestato la gravità della pena e la mancata concessione delle attenuanti generiche, oltre a richiedere la riqualificazione del fatto in un'ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e ripetitivi rispetto a quanto già ampiamente e logicamente motivato dai giudici di merito nei precedenti gradi di giudizio. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
Un uomo, condannato per detenzione e cessione illecita di marijuana, ha proposto ricorso lamentando una motivazione carente della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dal difensore erano troppo generici e privi di un reale confronto critico con la decisione impugnata. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna e multa
L'Imputata è stata condannata per traffico di sostanze stupefacenti, con l'applicazione della recidiva e senza circostanze attenuanti. Ha proposto ricorso lamentando genericamente violazioni di legge e vizi di motivazione sulla responsabilità penale e sul calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati erano del tutto generici, privi di specificità e non si confrontavano con le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende, confermando in via definitiva la condanna precedente.
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Detenzione ai fini di spaccio: no a sconti per recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La Corte d'Appello aveva aumentato la pena applicando la recidiva reiterata, specifica e infraquinquennale, ritenendo le attenuanti generiche equivalenti e non prevalenti. La Suprema Corte ha confermato la decisione, evidenziando la spiccata capacità a delinquere del soggetto, l'intensità del dolo e i numerosi precedenti penali specifici. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato e recidiva: la Cassazione nega le attenuanti
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza d'appello che lo condannava per tentato furto e furto consumato. La difesa ha contestato l'applicazione della recidiva, il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla recidiva e sulla graduazione della pena spetta esclusivamente al giudice di merito, purché adeguatamente motivata. Di conseguenza, è stata confermata la condanna per furto aggravato e recidiva, con l'obbligo per il ricorrente di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: condanna definitiva per l’imputato
L'Imputato è stato condannato per concorso nel reato di lesioni personali aggravate da più persone riunite. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Riguardo alla contestata applicazione della recidiva, i giudici hanno chiarito che la valutazione non può basarsi solo sulla gravità dei fatti o sul tempo trascorso, ma richiede un esame concreto del rapporto tra il nuovo reato e le precedenti condanne, per verificare la reale inclinazione a delinquere del soggetto. Il motivo sulle attenuanti è stato ritenuto inammissibile poiché erano già state concesse in primo grado. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Furto con destrezza: la distrazione del complice costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per concorso in furto pluriaggravato. L'imputato, insieme a un complice, aveva distratto la vittima per consentire al complice di rubare un borsello dall'auto. La Suprema Corte ha confermato l'aggravante del furto con destrezza, poiché la condotta sinergica e l'uso di uno stratagemma per sviare l'attenzione della vittima configurano pienamente questa circostanza. I giudici hanno inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva, ritenendo corretta la valutazione del giudice di merito sulla base della pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata se il furto è grave
Il Ricorrente è stato condannato per furto aggravato in concorso. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata esclusione della recidiva, la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere applicata a causa della gravità della condotta e del valore non irrilevante della merce sottratta. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che ha motivato correttamente la decisione applicando i minimi edittali. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in abitazione aggravato: il cappuccio costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto in abitazione aggravato. L'imputato contestava l'aggravante del travisamento, sostenendo che l'uso del cappuccio fosse dovuto alle condizioni meteorologiche. I giudici hanno respinto la tesi, confermando che coprirsi il capo era finalizzato a evitare l'identificazione. La Suprema Corte ha inoltre confermato la legittimità della recidiva e del giudizio di equivalenza con le attenuanti generiche, in quanto basati su una corretta valutazione della pericolosità sociale del soggetto e della gravità del fatto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: deposito abusivo ma provenienza incerta
Due imputati venivano condannati per coltivazione di cannabis e detenzione illegale di oltre 55 kg di materiale pirotecnico altamente pericoloso, custodito senza cautele in un seminterrato. I giudici di merito avevano contestato anche il reato di ricettazione degli esplosivi, ritenendo la loro provenienza illecita implicita nella loro stessa natura micidiale. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso dei condannati. La Suprema Corte ha chiarito che per configurare il reato di ricettazione non basta la pericolosità o la detenzione abusiva del materiale, ma occorre dimostrare concretamente la provenienza da un precedente delitto. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la condanna per questo specifico capo d'accusa, rinviando la decisione alla Corte d'appello per un nuovo esame sulla provenienza dei beni e sul calcolo della pena.
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Bancarotta fraudolenta: condannato l’ex capo che si era dimesso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a cinque anni di reclusione per l'ex amministratore di una società di trasporti, ritenuto responsabile di bancarotta fraudolenta patrimoniale, documentale e impropria. L'imputato aveva distratto veicoli in leasing e occultato le scritture contabili d'accordo con il nuovo amministratore formale, simulando un finto passaggio di consegne. Inoltre, aveva accumulato un debito fiscale superiore a cinque milioni di euro, omettendo sistematicamente il versamento di tasse e contributi, condotta che ha causato il dissesto della società. I giudici hanno respinto la tesi difensiva che attribuiva il mancato pagamento delle imposte alla crisi economica del 2008. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'ex gestore quale concorrente esterno nei reati commessi dal nuovo amministratore e applicando l'aggravante della recidiva.
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Recidiva reiterata specifica: forbici contro doppio giubbotto
Un uomo ha aggredito la vittima colpendola al fianco con delle forbici. La vittima si è salvata solo grazie a un doppio giubbotto. I giudici di merito hanno condannato l'aggressore per lesioni personali, applicando l'aggravante della recidiva reiterata specifica a causa dei numerosi precedenti penali. L'imputato ha proposto ricorso lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che la lunga serie di reati precedenti dimostra una spiccata pericolosità sociale e un'accentuata colpevolezza, elementi che impediscono di considerare prevalenti le attenuanti generiche rispetto alla recidiva. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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