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Pericolosità Sociale — Anno 2026

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275 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Libertà vigilata e pericolosità sociale: mafia e rigetto
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della libertà vigilata per tre anni nei confronti di un individuo condannato per associazione mafiosa di vertice. I giudici hanno ribadito il legame tra libertà vigilata e pericolosità sociale, evidenziando che l'attualità del rischio di recidiva si desume legittimamente dalla gravità dei delitti commessi e dal ruolo direttivo rivestito nell'organizzazione criminale. Il mancato riscontro di elementi concreti capaci di dimostrare un reale affievolimento della condotta pericolosa giustifica il rigetto del ricorso e la condanna al versamento di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Cure in carcere e differimento pena per motivi di salute
Un detenuto anziano e affetto da varie patologie, tra cui diabete e maculopatia, ha chiesto il differimento pena per motivi di salute o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta poiché la struttura carceraria garantisce monitoraggio costante e cure adeguate, escludendo trattamenti contrari al senso di umanità. La difesa ha impugnato il provvedimento lamentando la mancata attesa di ulteriori esami specialistici e l'omessa valutazione dell'idoneità del domicilio. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto del ricorso. I giudici hanno stabilito che l'accesso ai benefici presuppone una reale incompatibilità fisica con il carcere: se le terapie ordinarie restano praticabili all'interno dell'istituto penitenziario, la pena deve continuare a essere scontata in cella.
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Pericolosità sociale e libertà: la Cassazione annulla la misura
Un uomo condannato contestava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata al termine della pena. Il Tribunale di Sorveglianza aveva confermato la misura basandosi esclusivamente sulla mancata presentazione del soggetto agli appuntamenti con i servizi sociali. L'interessato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione degli elementi favorevoli, come il lungo tempo trascorso dai fatti, la condotta corretta e le proprie condizioni di salute psichica. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato il provvedimento impugnato. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'accertamento della pericolosità sociale richiede un'analisi complessiva e attuale della persona, senza limitarsi a un singolo comportamento omissivo non contestualizzato.
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Sorveglianza speciale: stop al ricalcolo dopo il carcere
Un uomo sottoposto alla sorveglianza speciale subisce una sospensione della misura per un periodo di custodia cautelare in carcere. Tornato in libertà, l'uomo riprende a subire la misura senza una preventiva rivalutazione della pericolosità sociale. Durante il controllo, le forze dell'ordine contestano violazioni degli orari, minacce con coltello e detenzione illecita di munizioni. La difesa contesta la validità della misura, sostenendo la necessità di un nuovo accertamento della pericolosità dopo il carcere. La Corte di Cassazione respinge il ricorso e conferma la condanna. I giudici chiariscono che solo l'espiazione di pena definitiva impone la verifica della pericolosità, mentre la custodia cautelare mantiene intatta l'esigenza di prevenzione.
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Permesso premio negato per delitti gravi: serve revisione critica
Un detenuto condannato per omicidio aggravato ha richiesto il permesso premio dopo aver svolto attività lavorativa interna, aver scritto una lettera di scuse ai familiari della vittima e aver intrapreso percorsi riparativi. Il Magistrato e il Tribunale di Sorveglianza hanno respinto la richiesta a causa della scarsa revisione critica del passato delittuoso, elemento attestato dalla relazione dell'equipe trattamentale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la sola buona condotta carceraria non basta per ottenere il permesso premio. Per reati gravi e con pena residua consistente, serve una concreta e significativa rivisitazione critica del reato per escludere la pericolosità sociale.
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Differimento della pena per motivi di salute tra cura e carcere
Un detenuto gravemente malato e affetto da molteplici patologie croniche ha richiesto il differimento della pena per motivi di salute, chiedendo l'espiazione domiciliare della condanna. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta ritenendo il quadro clinico stabile e compatibile con le cure offerte dal penitenziario e dai centri ospedalieri esterni. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto, stabilendo che la presenza di malattie croniche e l'uso della sedia a rotelle non implicano automaticamente la scarcerazione se la struttura garantisce controlli specialistici costanti e trattamenti adeguati, rendendo superflua una nuova perizia tecnica.
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Confisca di prevenzione confermata su beni intestati alla figlia
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione su fabbricati e terreni formalmente acquistati all'asta giudiziaria dalla figlia di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. La difesa eccepiva la decadenza della misura per superamento dei termini di deposito del decreto d'appello e contestava la correlazione temporale tra i reati e l'acquisto, allegando presunti prestiti leciti. I giudici hanno respinto il ricorso. La proroga del termine di deposito era valida per la complessità della decisione. L'acquisto è avvenuto a soli sei mesi dall'ultimo reato senza ricorso a mutui e il nucleo familiare non possedeva redditi leciti sufficienti. I giudici hanno giudicato fittizie le giustificazioni economiche addotte dai familiari.
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Misure di prevenzione: la contestazione tardiva costa cara
Un cittadino ha subito una condanna per la violazione degli obblighi legati alle misure di prevenzione personali. L'imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione, lamentando la mancata rivalutazione della propria pericolosità sociale al momento della scarcerazione, elemento necessario per l'efficacia del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la difesa ha sollevato tale vizio per la prima volta solo nel giudizio di legittimità, senza averlo mai dedotto nel precedente grado di appello. L'omessa contestazione tempestiva ha reso definitiva la decisione sul punto, comportando la condanna del ricorrente alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: rigetto e pericolosità
Un condannato ha richiesto l'accesso alla misura dell'affidamento in prova ai servizi sociali o, in subordine, la concessione d'ufficio della semilibertà o della detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, confermata da nuovi procedimenti penali, da problemi di dipendenza irrisolti e da legami attivi con la criminalità organizzata locale. L'interessato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo la sussistenza dei requisiti e la valutazione positiva degli operatori sociali. I Giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. Il richiedente ha sollevato censure di mero fatto senza dimostrare concretamente i presupposti per misure alternative, incorrendo nella condanna al pagamento delle spese di giudizio e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: rigetto per recidiva
Un soggetto condannato per associazione a delinquere e reati patrimoniali ha richiesto la misura alternativa dell'affidamento in prova al servizio sociale. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza ritenendola prematura a causa dell'elevata organizzazione dei crimini recenti, della mancata comprensione del danno arrecato alle vittime e di una persistente pericolosità sociale. Il condannato ha presentato ricorso lamentando la mancata valorizzazione della buona condotta carceraria, della collaborazione mostrata e del periodo di detenzione già scontato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che i soli progressi comportamentali non eliminano automaticamente il rischio di recidiva, rendendo legittimo il diniego del beneficio extramurario.
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Misure di sicurezza personali: conferma senza riesame in appello
Un uomo condannato per associazione mafiosa ha stipulato un concordato in appello per ridurre la pena detentiva, rinunciando agli altri motivi di gravame. La Corte territoriale ha confermato la misura della libertà vigilata inflitta in primo grado. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata rivalutazione autonoma della sua pericolosità attuale. I Supremi Giudici hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile: per i reati di mafia vige una presunzione di persistenza del vincolo criminale e l'applicazione delle misure di sicurezza personali non necessita di nuova motivazione se non contestata nell'accordo.
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Misure alternative alla detenzione: quando il no è definitivo
Il condannato ha richiesto la concessione delle misure alternative alla detenzione, quali affidamento in prova e semilibertà, forte di una proposta lavorativa e del supporto familiare. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso confermando la decisione del Tribunale di Sorveglianza. Nonostante la relazione favorevole dell'équipe penitenziaria, il soggetto ha mostrato una persistente pericolosità sociale. Durante la detenzione domiciliare aveva installato microcamere illegali ed era stato sanzionato in carcere per il possesso di dispositivi elettronici non consentiti. La Suprema Corte ha precisato che le opportunità esterne non bastano se manca una sincera revisione critica del proprio passato criminale e se la condotta del detenuto continua a violare le regole prescritte.
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Detenzione domiciliare sostitutiva: lavoro negato senza motivi
Un uomo sottoposto alla detenzione domiciliare sostitutiva ha chiesto al Magistrato di sorveglianza l'autorizzazione per uscire di casa per lavorare con un contratto a tempo indeterminato. Il giudice ha respinto la richiesta richiamando in modo generico la sua pericolosità sociale dovuta a un precedente reato di estorsione. Il condannato ha impugnato la decisione in Cassazione denunciando la mancanza di una motivazione reale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e ha annullato la decisione. I giudici hanno stabilito che il rifiuto non spiegava perché l'attività lavorativa fosse incompatibile con la misura, visto che l'uomo aveva già svolto un lavoro precedente con esito positivo. Il Magistrato di sorveglianza dovrà ora riesaminare l'istanza.
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Revoca dell’obbligo di presentazione DASPO: rissa archiviata
Il Questore imponeva a un tifoso il DASPO con l'obbligo di firma per una rissa tra tifoserie. Successivamente, il procedimento penale per rissa veniva archiviato e la misura cautelare annullata per mancanza di prove sulla sua partecipazione o incitamento alla violenza. Il tifoso chiedeva quindi la revoca dell'obbligo di presentazione, ma il Giudice delle indagini preliminari rigettava l'istanza richiamando semplicemente la pericolosità sociale originaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del tifoso, stabilendo che il giudice non può ignorare i nuovi elementi favorevoli sopravvenuti, come l'archiviazione penale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato il provvedimento di rigetto, rinviando il caso al Tribunale per una nuova valutazione.
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Libertà vigilata e mafia: la Cassazione nega la revoca
Il Condannato ha proposto ricorso contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata dopo l'espiazione della pena detentiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della libertà vigilata richiede la verifica attuale della pericolosità sociale del soggetto al momento dell'esecuzione della misura. Nel caso specifico, la pericolosità è stata ritenuta persistente a causa dei gravi precedenti per associazione mafiosa, dell'assenza di segni di rieducazione durante la detenzione e del rientro del soggetto nello stesso contesto criminale d'origine. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Applicazione della recidiva: quando il passato aggrava la pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza d'appello che confermava la sua condanna. L'unica contestazione mossa riguardava l'applicazione della recidiva. I giudici hanno stabilito che l'aumento di pena è pienamente legittimo. La Corte d'appello non si è limitata a elencare i precedenti penali dell'uomo, ma ha analizzato la sua condotta complessiva. La ripetizione di reati gravi a breve distanza di tempo, anche dopo periodi trascorsi in carcere, dimostra una chiara pericolosità sociale e una persistente inclinazione a delinquere. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il condannato dovrà pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Differimento dell’esecuzione della pena negato al boss malato
Il detenuto, condannato all'ergastolo e affetto da gravi patologie croniche stabili, ha richiesto il differimento dell'esecuzione della pena o la detenzione domiciliare. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, rilevando che le sue condizioni di salute sono costantemente monitorate e gestite all'interno del reparto SAI del carcere. Inoltre, il soggetto presenta un'elevata pericolosità sociale legata al suo ruolo di vertice in un'associazione mafiosa, senza alcun segno di dissociazione. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. La Corte ha chiarito che la tutela della salute in carcere è garantita dalle cure interne e che il rifiuto di accertamenti diagnostici da parte del detenuto ostacola la concessione di misure alternative. Di conseguenza, il detenuto rimane in carcere e deve pagare le spese processuali.
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Fuga all’estero e misura di sicurezza detentiva: no alla revoca
Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta di revoca di una misura di sicurezza detentiva (ricovero in REMS) applicata a un uomo resosi irreperibile all'estero dopo aver scontato la pena principale. La difesa sosteneva che la misura fosse ormai estinta per decorso del tempo e che mancasse un accertamento recente sulla sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi si sottrae volontariamente ai controlli impedisce la verifica periodica del suo stato psichico. Di conseguenza, la misura di sicurezza detentiva rimane sospesa e non si estingue, poiché i limiti di durata massima previsti dalla legge non si applicano a chi non ha mai iniziato a scontare la misura a causa della propria fuga. Il ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Pericolosità sociale: la buona condotta in cella non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato per reati di stampo mafioso contro la decisione che confermava la sua pericolosità sociale e l'applicazione della libertà vigilata. Il ricorrente sosteneva che il tempo trascorso, la buona condotta in carcere e l'assenza di nuovi carichi pendenti dimostrassero il suo ravvedimento. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che la regolare condotta carceraria non basta a escludere la pericolosità sociale se manca una reale revisione critica del proprio passato criminale. Inoltre, i rapporti delle forze dell'ordine confermavano la persistenza dei legami con l'organizzazione mafiosa di appartenenza. Di conseguenza, il condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la perizia medica non basta per la misura
Il Tribunale di sorveglianza applicava la misura di sicurezza della libertà vigilata a un condannato per oltraggio a pubblico ufficiale, ritenuto seminfermo di mente e con dipendenze, basandosi esclusivamente su una perizia psichiatrica. Il condannato ricorreva in Cassazione, lamentando la mancata valutazione della sua condotta in carcere e delle sue attuali condizioni di vita. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale non può basarsi solo sul parere degli esperti psichiatrici. Il giudice deve valutare globalmente tutti gli elementi dell'articolo 133 del codice penale, inclusi il comportamento del reo e il contesto sociale, per verificare l'effettivo e attuale rischio di recidiva. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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