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Pericolosità Sociale — Anno 2026

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275 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Differimento della pena tra salute e pericolosità sociale
Un condannato affetto da patologie fisiche e psichiatriche ha richiesto il differimento della pena e la detenzione domiciliare. In passato, i domiciliari gli erano stati revocati per condotte pericolose, tra cui minacce e il danneggiamento del braccialetto elettronico. Durante il ricorso in Cassazione, il Tribunale di Sorveglianza ha concesso nuovamente i domiciliari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile la richiesta sui domiciliari per sopravvenuta carenza di interesse, poiché il beneficio era già stato ottenuto. Ha invece rigettato la richiesta di differimento della pena. La Suprema Corte ha chiarito che il differimento della pena richiede un imminente pericolo di vita o danni gravissimi non curabili in carcere, i quali devono prevalere sulle esigenze di sicurezza e tutela della collettività.
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Proroga della casa di lavoro legittima anche per l’inabile
Un uomo sottoposto al regime di carcere duro ha impugnato il provvedimento che disponeva la proroga della casa di lavoro per la durata di un anno. La difesa ha sostenuto l'incompatibilità della misura a causa di una grave patologia cerebrale e della dichiarata inabilità permanente al lavoro. Inoltre, ha contestato la sussistenza della pericolosità sociale, considerandola basata unicamente su fatti risalenti e comportamenti dei familiari. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la misura di sicurezza. I giudici hanno chiarito che l'inabilità fisica non annulla la funzione rieducativa della struttura penitenziaria. L'amministrazione deve adattare le attività alle capacità residue dell'internato. Inoltre, l'aggressione a un agente di polizia penitenziaria e la mancata dissociazione dal clan mafioso dimostrano la persistenza della pericolosità sociale.
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Affidamento in prova al servizio sociale tra progressi e rigetto
Un detenuto ha chiesto l'accesso all'affidamento in prova al servizio sociale o alla semilibertà per scontare la pena fuori dal carcere. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della notevole pericolosità sociale del soggetto, desunta da gravi procedimenti penali pendenti e da infrazioni disciplinari, nonostante i progressi registrati nella condotta intramuraria. Il detenuto ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che i giudici avessero trascurato il percorso positivo svolto in carcere. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato la piena logicità della decisione: l'alto pericolo di recidiva e le numerose pendenze penali giustificano il diniego della misura alternativa, non bastando la sola buona condotta carceraria. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla cassa delle ammende.
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Confisca di prevenzione: confermata la perdita dei beni d’impresa
La Corte di Cassazione ha confermato il decreto di confisca di prevenzione a carico di alcuni imprenditori edili collegati a consorterie mafiose locali. I giudici hanno respinto i ricorsi dei soggetti proposti e dichiarato inammissibili quelli dei familiari terzi intestatari. La decisione ribadisce la piena autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a quello penale ordinario. Gli elementi indiziari, le intercettazioni e i pregressi rapporti d'affari con le cosche giustificano il giudizio di pericolosità sociale qualificata e la retrodatazione temporale della misura patrimoniale. La mancata giustificazione lecita dei flussi finanziari e la sproporzione reddituale comportano la definitiva ablazione dei patrimoni societari e personali.
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Specificità dei motivi di appello: stop a facili inammissibilità
Il Tribunale condannava una donna per aver violato il divieto di ritorno (foglio di via obbligatorio) emesso dal Questore, motivato dal mero esercizio della prostituzione su strada. La difesa presentava impugnazione, contestando la mancanza di una reale pericolosità sociale e di elementi penalmente rilevanti. La Corte d'Appello dichiarava l'impugnazione inammissibile senza udienza per presunta genericità. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputata, annullando l'ordinanza. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'atto difensivo rispettava pienamente il requisito di specificità dei motivi di appello, avendo contrapposto argomenti precisi alle valutazioni del primo giudice. La Corte d'Appello dovrà ora celebrare il processo nel merito.
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Ricovero in REMS: tra principio di residualità e pericolo sociale
Un condannato affetto da una grave patologia psichiatrica ha presentato ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza che confermava a suo carico la misura di sicurezza del ricovero in REMS per la durata di un anno. La difesa sosteneva che il giudice avesse disposto la misura estrema per la sola indisponibilità di strutture residenziali alternative sul territorio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno accertato la persistente pericolosità sociale attuale del soggetto, privo di adesione alle terapie e autore di condotte aggressive pregresse. Tale quadro rende impossibile la tutela della collettività e la cura del paziente mediante misure esterne non detentive.
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Permesso premio: tra buona condotta passata e nuovi illeciti
Un detenuto ha richiesto la concessione del permesso premio per motivi personali e trattamentali. I giudici di merito hanno respinto la richiesta a causa di ripetute infrazioni disciplinari in carcere. L'uomo aveva subito sanzioni per atti di sopraffazione verso altri carcerati, presunte condotte estorsive e sottrazione di beni durante le mansioni lavorative. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo di aver mantenuto una buona condotta generale e contestando la rilevanza degli episodi contestati. La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso e ha confermato il diniego del beneficio penitenziario. I giudici hanno chiarito che il permesso premio richiede un costante senso di responsabilità e l'assenza totale di condotte scorrette durante l'intera vita carceraria.
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Affidamento terapeutico: no al rigetto fondato su presunzioni
Un uomo condannato ha richiesto la misura alternativa dell'affidamento terapeutico per seguire un percorso di disintossicazione. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, giudicandola inammissibile sul presupposto che il percorso intrapreso fosse un mero espediente per evitare il carcere e ritenendo indimostrata l'attualità della dipendenza. Il condannato ha proposto ricorso per cassazione denunciando il mancato esame delle recenti certificazioni del servizio pubblico per le dipendenze e l'omessa valutazione del reale stato di salute. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che i giudici di merito hanno ignorato documenti clinici fondamentali e formulato presunzioni infondate sulla pericolosità sociale. La Corte ha quindi annullato l'ordinanza, rimettendo gli atti per un nuovo esame.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per la violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'interessato sosteneva che la misura fosse sospesa a causa di un periodo di detenzione e che mancasse la verifica giudiziale sulla persistenza della sua pericolosità sociale, invocando una recente sentenza della Corte Costituzionale. I giudici di legittimità hanno respinto la tesi difensiva perché la questione richiedeva accertamenti di fatto mai sollevati nei precedenti gradi di giudizio, oltre a mancare di dettagli sui periodi di carcerazione. L'imputato è stato quindi condannato in via definitiva al pagamento delle spese di giudizio e a una sanzione di tremila euro.
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Sorveglianza speciale: detenzione e attualità del pericolo
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di tre anni a carico di un soggetto con una lunga scia di precedenti penali violenti. L'interessato sosteneva che il periodo trascorso in detenzione domiciliare avesse interrotto la propria pericolosità sociale e lamentava la mancata valutazione del proprio percorso recente. I giudici hanno chiarito che la fine della detenzione impone una verifica rigorosa e attuale della condotta. Il mero decorso della pena senza sanzioni disciplinari non dimostra una reale riabilitazione se mancano prove di un autentico ravvedimento. Nel caso specifico, le violazioni delle prescrizioni, la guida in stato di ebbrezza e le frequentazioni con pregiudicati hanno dimostrato la piena attualità del rischio criminale.
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Pericolosità sociale: conta la condotta attuale e non il passato
La Corte di Cassazione ha annullato il decreto con cui la Corte di Appello aveva confermato la sorveglianza speciale per due anni a carico di una persona, omettendo di valutarne il percorso rieducativo. I giudici di secondo grado hanno ancorato l'attualità della pericolosità sociale al momento della richiesta della misura anziché al momento della decisione. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice deve sempre verificare l'attualità del pericolo al momento del provvedimento, esaminando anche i progressi compiuti, il regolare svolgimento dell'affidamento in prova e le condotte collaborative con le autorità.
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Pericolosità sociale: illegittima la misura senza perizia
Il Tribunale di sorveglianza disponeva l'applicazione della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto assolto per vizio di mente. Il giudice confermava la pericolosità sociale valorizzando la mancata collaborazione con i servizi per le dipendenze, ma ometteva di attendere gli esiti degli accertamenti psichiatrici precedentemente disposti. La difesa presentava ricorso per cassazione deducendo il vizio di motivazione e la carenza istruttoria. La Suprema Corte ha accolto il ricorso e annullato il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che il giudizio di pericolosità sociale richiede una valutazione attuale, rigorosa e completa della personalità e delle patologie dell'interessato.
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Sorveglianza speciale di pubblica sicurezza: reati e attualità
La Corte d'Appello confermava l'applicazione della misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per tre anni nei confronti di un uomo indiziato di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Il proposto contestava la decisione lamentando l'eccessivo decorso temporale tra udienza e decisione, la risalenza nel tempo delle condotte criminose e la mancata considerazione di un sopravvenuto ordine di carcerazione. La Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la misura. I giudici hanno chiarito che l'attualità della pericolosità sociale poggia legittimamente sulla presunzione di stabilità del vincolo associativo, corroborata dal rinvenimento recente di droga e contante ingiustificato, e che il ricorso in materia di prevenzione è esperibile solo per violazione di legge.
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Specificità dei motivi di appello: annullata l’inammissibilità
Una cittadina riceveva una condanna in primo grado per aver violato il divieto di ritorno nel comune, emesso dal Questore a causa della sua attività di prostituzione su strada. La donna impugnava la decisione sostenendo che il semplice meretricio non integra la pericolosità sociale richiesta dalla legge sulle misure di prevenzione. La Corte di Appello dichiarava il ricorso inammissibile senza udienza per presunta genericità delle censure. La Corte di Cassazione ha invece annullato l'ordinanza impugnata. I giudici hanno chiarito che sussiste la corretta specificità dei motivi di appello quando l'atto contesta in modo chiaro le ragioni logiche e giuridiche della decisione precedente, imponendo così la celebrazione del processo di secondo grado.
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Reati gravi e carcere evitato con l’affidamento terapeutico
Un condannato per gravi delitti, tra cui rapina ed estorsione, ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza l'affidamento terapeutico ex art. 94 D.P.R. 309/90 per curare la dipendenza da sostanze stupefacenti. Il Procuratore Generale ha impugnato l'ordinanza lamentando la gravità dei precedenti, recenti controlli positivi e la presunta strumentalità del percorso di cura. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso e ha confermato la misura alternativa. I giudici hanno rilevato che i reati scaturivano dallo stato di tossicodipendenza e che il programma concordato con il SERD, unito a un'attività lavorativa a tempo indeterminato e a rigorose prescrizioni limitative, garantisce il recupero sociale e previene la recidiva, rendendo non necessario il carcere.
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Aggravamento della misura di sicurezza: da libertà a casa lavoro
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento della misura di sicurezza a carico di una donna precedentemente sottoposta a libertà vigilata. Il giudice di sorveglianza ha sostituito il regime di libertà con l'assegnazione alla casa di lavoro per due anni. La decisione scaturisce dalla frequentazione di soggetti pregiudicati e dal coinvolgimento in recenti episodi di minacce e lesioni personali. Inoltre, le indagini hanno attestato legami persistenti con la criminalità organizzata. I giudici hanno chiarito che il magistrato può disporre l'inasprimento sanzionatorio basandosi su nuove condotte illecite e sulla trasgressione delle prescrizioni, senza dover attendere una condanna definitiva per i nuovi fatti contestati.
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Libertà vigilata: il tempo non cancella il pericolo sociale
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato la misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni a carico di un condannato. L'interessato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'assenza di una reale e attuale pericolosità sociale, evidenziando il tempo trascorso dai reati commessi legati alla criminalità organizzata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorrente ha riproposto le stesse argomentazioni già respinte in appello, senza contestare la specifica motivazione del giudice di merito. La Cassazione non può riesaminare le prove o i fatti già accertati. Di conseguenza, la misura resta confermata e il ricorrente deve pagare le spese legali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Differimento della pena per motivi di salute tra cura e carcere
Un detenuto ha chiesto il differimento della pena per motivi di salute o la detenzione domiciliare a causa di molteplici patologie, tra cui cirrosi epatica e artrosi invalidante. Dopo una prima misura provvisoria favorevole, il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta definitiva. Le relazioni cliniche hanno documentato la stabilità delle malattie attraverso le terapie carcerarie ordinarie e l'assenza di riscontri oggettivi sui disturbi motori lamentati, oltre alla persistente pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto. Il giudice deve bilanciare la tutela della salute con la sicurezza della collettività, senza che sia obbligatorio disporre una perizia se le relazioni mediche interne sono chiare ed esaurienti.
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Tentato furto in abitazione: fuga pacifica e recidiva
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di una persona imputata per tentato furto in abitazione aggravato. La difesa contestava l'applicazione della recidiva, sostenendo che l'assenza di violenza verso i vicini al momento della scoperta dimostrasse una minore gravità della condotta. I giudici supremi hanno respinto la tesi difensiva. La Corte ha ritenuto legittima la recidiva per via della pianificazione del colpo, della serialità dei reati commessi in passato e della costante pericolosità dell'agente. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e di una somma alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: la Cassazione conferma l’aumento
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della recidiva a carico di un imputato con precedenti penali per furto e lesioni commessi negli ultimi cinque anni. Il condannato ha presentato ricorso sostenendo che l'ultimo illecito non dimostrasse una maggiore pericolosità sociale. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile: i motivi riproponevano argomenti già respinti in appello senza evidenziare vizi logici nella decisione precedente. I giudici hanno valutato la gravità dei precedenti e il breve intervallo temporale tra le condotte, elementi che evidenziano una spiccata colpevolezza e giustificano pienamente l'aumento di pena.
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