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Pericolosità Sociale — Anno 2023

422 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Sorveglianza speciale: no alla misura se basata su vecchi reati
La Corte di Cassazione ha annullato il provvedimento che applicava la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni nei confronti di un cittadino. I giudici di secondo grado avevano giustificato la misura basandosi su vecchi precedenti penali e indagini in corso. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del cittadino, evidenziando che la pericolosità sociale deve essere attuale e non può basarsi su condotte risalenti a oltre cinque anni prima o su semplici indagini senza condanna. Inoltre, i giudici di merito non hanno valutato il percorso di reinserimento lavorativo e sociale del soggetto. Il caso è stato rinviato alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Reato di evasione: il ricorso inutile costa caro al condannato
Il caso riguarda il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato ha contestato la decisione dei giudici di secondo grado, lamentando un'errata applicazione della recidiva e una carenza di motivazione sulla sua reale pericolosità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che la sentenza d'appello ha correttamente motivato la decisione, valorizzando i numerosi precedenti penali del soggetto e la sua concreta pericolosità sociale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza nel patteggiamento: serve motivazione reale
L'Imputato ha concordato una pena per importazione di sostanze stupefacenti. Oltre alla sanzione, il Giudice delle indagini preliminari ha applicato d'ufficio la libertà vigilata per due anni. L'Imputato ha fatto ricorso contestando la mancanza di motivazione sulla sua reale pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto. Trattandosi di una misura di sicurezza nel patteggiamento non concordata dalle parti, il giudice aveva l'obbligo di motivare specificamente la pericolosità del soggetto, senza limitarsi a richiamare la gravità del reato. La sentenza è stata annullata sul punto con rinvio per un nuovo esame.
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Confisca di prevenzione: finto indigente perde villa e auto
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un immobile, due auto di lusso e conti correnti riconducibili a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. L'uomo, con precedenti per reati contro il patrimonio e nessun reddito lecito negli ultimi vent'anni, aveva intestato fittiziamente i beni alla moglie e a terzi. La difesa sosteneva che l'acquisto dell'immobile derivasse da una donazione estera e che l'uomo avesse trovato lavoro. I giudici hanno respinto queste tesi, evidenziando la sproporzione tra le ricchezze accumulate e l'assoluta indigenza dichiarata dal nucleo familiare. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità della misura ablatoria a causa della perdurante pericolosità del soggetto e della provenienza illecita dei fondi.
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Confisca di prevenzione: casa persa anche se pagata prima
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un immobile intestato alla moglie di un uomo ritenuto socialmente pericoloso. L'uomo era stato condannato per usura ed estorsione commesse tra il 2003 e il 2010. La difesa contestava la confisca poiché l'acquisto della casa, pagata nel 2000, precedeva l'epoca dei reati contestati. I giudici hanno però stabilito che la pericolosità sociale può essere retrodatata sulla base di indizi precisi, come le dichiarazioni di una vittima su un prestito usuraio del 2001. Questo dimostra che il soggetto godeva già di una consolidata fama criminale nel 2000. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, confermando definitivamente il sequestro del bene a favore dello Stato.
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Regime di 41-bis: messaggi in codice e conferma del carcere duro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un detenuto, ritenuto esponente di vertice di un clan camorristico, contro la proroga del regime di 41-bis. Il Tribunale di Sorveglianza aveva accertato la persistente capacità dell'uomo di mantenere contatti con la criminalità organizzata, evidenziata da tentativi di inviare messaggi in codice all'esterno del carcere e dalla ricezione di missive anonime. La Suprema Corte ha confermato la legittimità del provvedimento, rilevando l'assenza di un percorso di risocializzazione e la concreta pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, confermando la validità del regime restrittivo applicato.
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Revoca della detenzione domiciliare: quando violare le regole costa il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un condannato contro la revoca della detenzione domiciliare decisa dal Tribunale di Sorveglianza. Il provvedimento di revoca era stato motivato dalle gravi violazioni commesse dall'uomo: si era allontanato da casa per due ore oltre l'orario consentito, aveva ospitato persone estranee al nucleo familiare e aveva aggredito la persona che lo ospitava. La Cassazione ha confermato che tali comportamenti dimostrano il totale disprezzo per le prescrizioni imposte e la persistenza della pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Ricorrente ha impugnato la decisione del Tribunale di Sorveglianza che confermava la proroga della libertà vigilata a causa della sua persistente pericolosità sociale. I giudici di merito hanno basato la decisione sulle ripetute violazioni delle prescrizioni e sul curriculum criminale del soggetto, che in passato aveva subito un aggravamento della misura con il collocamento in una colonia agricola per irreperibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico e mirato a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: un lavoro esiguo non cancella il passato
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per due anni nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il proposto era dedito abitualmente al traffico di stupefacenti tra il 2015 e il 2019, traendo il proprio sostentamento da attivita illecite. La difesa ha contestato l'attualita della pericolosita sociale, evidenziando un nuovo lavoro intrapreso nel 2022. Tuttavia, i giudici hanno ritenuto irrilevante tale attivita a causa dell'esiguita dei proventi autocertificati, insufficienti a dimostrare un reale mutamento di vita. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: il furto in casa costa caro
L'Imputato è stato condannato per furto in abitazione con l'aggravante della recidiva reiterata. Egli ha proposto ricorso per Cassazione contestando l'applicazione della recidiva, ritenendo che mancassero i presupposti per la sua contestazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva è corretta quando i reati commessi, valutati insieme ai numerosi precedenti penali dell'autore, principalmente reati contro il patrimonio, dimostrano una maggiore capacità a delinquere e una accresciuta pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: la dimenticanza non evita la condanna
Il ricorrente è stato condannato per aver violato gli obblighi della sorveglianza speciale, non rientrando a casa all'ora stabilita. Egli ha impugnato la sentenza sostenendo che non fosse stata verificata la sua persistente pericolosità sociale dopo un periodo di detenzione e che la violazione fosse dovuta a una semplice dimenticanza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rivalutazione della pericolosità non era necessaria, poiché tra l'emissione del provvedimento e la sua esecuzione era decorso meno di un biennio. Inoltre, per la configurazione del reato è sufficiente il dolo generico, inteso come consapevolezza dei propri obblighi e volontà di violarli, rendendo irrilevante la mera dimenticanza addotta dal ricorrente.
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Confisca di beni immobili: nullo il sequestro ad acquisto lecito
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale contro la revoca della confisca di beni immobili disposta a favore di un cittadino. Il Procuratore lamentava la mancata esecuzione di una perizia per stimare presunte migliorie apportate agli immobili durante il periodo di pericolosità sociale del soggetto (2010-2013). La Suprema Corte ha chiarito che l'acquisto dei beni è avvenuto nel 2008, prima di tale periodo. Inoltre, non vi erano elementi concreti che giustificassero una perizia sulle migliorie. La Cassazione ha ribadito che, in tema di misure di prevenzione, il ricorso è ammesso solo per violazione di legge o motivazione del tutto inesistente, impedendo una rivalutazione dei fatti già accertati dai giudici di merito. Di conseguenza, il cittadino conserva la proprietà dei suoi beni.
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Decreto di espulsione dello straniero: prevale la famiglia
Lo Straniero ha impugnato il decreto di espulsione dello straniero emesso dal Prefetto. Il Giudice di Pace ha rigettato l'opposizione basandosi sulla mancanza di convivenza con familiari italiani e sulla presenza di precedenti penali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dello Straniero, stabilendo che il giudice di merito deve valutare concretamente l'effettività dei legami familiari in Italia e l'attualità della pericolosità sociale, senza limitarsi ai soli precedenti penali. La decisione è stata cassata con rinvio.
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Patto sulla pena, ma la libertà vigilata non è automatica
Il Tribunale applicava a un soggetto, tramite patteggiamento per cessione di sostanze stupefacenti, la pena di quattro anni e sei mesi di reclusione, disponendo inoltre la misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni. Il condannato proponeva ricorso in Cassazione, lamentando l'applicazione automatica della misura di sicurezza in assenza di un'effettiva valutazione della sua pericolosità sociale, considerando anche la sua condizione di incensurato e la confessione resa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente a questo punto, stabilendo che la libertà vigilata non può essere applicata in modo automatico. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza sul punto specifico, rinviando la decisione al Tribunale per un nuovo e approfondito esame della reale pericolosità del soggetto.
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Applicazione della recidiva: confermato l’aumento di pena
Il caso riguarda un uomo condannato per tentata rapina. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva, ritenendo che non vi fossero i presupposti per l'aumento di pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la contestazione era generica e non contrastava la motivazione della Corte d'Appello. Quest'ultima aveva correttamente evidenziato come il nuovo reato dimostrasse una rinnovata capacità a delinquere e una concreta pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, l'applicazione della recidiva è stata pienamente confermata, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Esecuzione della pena al domicilio: quando il ricorso è inutile
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che gli aveva negato l'esecuzione della pena al domicilio. Il Tribunale aveva motivato il diniego evidenziando la pericolosità sociale del soggetto e il concreto pericolo di fuga. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile contestare in Cassazione la discrezionalità del Tribunale di Sorveglianza se questa è supportata da una motivazione logica e completa. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Applicazione della libertà vigilata: sicurezza pubblica e diritti
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della libertà vigilata per la durata di due anni nei confronti di un soggetto precedentemente condannato per associazione a delinquere. Il Tribunale di Sorveglianza aveva disposto la misura di sicurezza ritenendo sussistente la pericolosità sociale del soggetto, derivante dalla sua passata affiliazione a un noto sodalizio criminale. Il condannato ha proposto ricorso contestando la valutazione della sua pericolosità, ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la tutela della sicurezza pubblica con i diritti individuali del soggetto. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proroga della libertà vigilata: violare le regole costa caro
Il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la proroga della libertà vigilata per un anno nei confronti di un soggetto, a causa della sua persistente pericolosità sociale. L'uomo ha sistematicamente violato le prescrizioni imposte, come l'obbligo di presentazione in Questura e le direttive del Centro di Salute Mentale. Il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione della sua pericolosità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il provvedimento impugnato bilancia correttamente la sicurezza pubblica con i diritti individuali del sottoposto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: no allo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno. Il provvedimento era stato emesso poiché il soggetto era ritenuto socialmente pericoloso, data la sua dedizione abituale al traffico di stupefacenti e la sproporzione tra i redditi dichiarati e le spese familiari. La Suprema Corte ha confermato che la sorveglianza speciale e pericolosità sociale sono state legittimamente applicate. I giudici di merito hanno motivato adeguatamente la persistenza della pericolosità, evidenziando i gravi precedenti penali del ricorrente, la coltivazione di canapa indiana e l'assenza di qualsiasi segno di ravvedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Espulsione dello straniero: reato lieve ma allontanamento valido
Lo Straniero, condannato per spaccio di lieve entità, ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero dal territorio italiano. La difesa sosteneva che la scarsa gravità del fatto e lo stato di emarginazione escludessero la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che anche un reato di lieve entità può giustificare l'allontanamento se emerge una concreta pericolosità sociale. Nel caso specifico, Lo Straniero traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall'attività illecita e aveva continuato a delinquere nonostante precedenti condanne e misure cautelari in corso.
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