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Pericolosità Sociale — Anno 2023

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422 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Accertamento della pericolosità sociale: vietato se prematuro
Il Tribunale di Sorveglianza di Lecce aveva confermato la pericolosità sociale di un condannato, disponendo la misura della libertà vigilata per due anni. La difesa ha impugnato la decisione, evidenziando che il condannato stava ancora espiando la pena detentiva in carcere, con scadenza nel 2027, e che la valutazione era prematura. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'accertamento della pericolosità sociale deve essere compiuto in prossimità dell'esecuzione della misura di sicurezza. Solo in quel momento è infatti possibile valutare l'effettivo percorso rieducativo del condannato e la concretezza del pericolo. La Suprema Corte ha quindi annullato senza rinvio i provvedimenti impugnati, accogliendo le tesi della difesa.
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Affidamento in prova ai servizi sociali negato per recidiva
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua elevata pericolosità sociale, desunta da numerosi precedenti penali, carichi pendenti e dal concreto pericolo di recidiva. Il soggetto non ha inoltre dimostrato di aver interrotto i rapporti con i contesti criminali in cui era attivo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai difensori, ritenendo la motivazione dei giudici di merito logica, coerente e del tutto esauriente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Detenzione domiciliare negata: la Cassazione punisce il ricorso
Il Tribunale di sorveglianza ha negato al Condannato la misura alternativa della detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla gravità del reato, sui precedenti penali, sulla mancanza di un lavoro stabile e sull'assenza di un reale percorso di revisione critica del proprio passato criminale. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una violazione di legge. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i giudici di merito hanno motivato in modo logico e completo la pericolosità sociale del soggetto. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Pericolosità sociale: lo spaccio passato pesa dopo il carcere
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Proposto contro l'applicazione della sorveglianza speciale per due anni e sei mesi. Il soggetto, dedito al traffico abituale di stupefacenti e al porto d'armi, contestava l'attualità della sua pericolosità sociale a causa del tempo trascorso in custodia cautelare e di alcune assoluzioni. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale deve essere valutata con riferimento al momento della decisione di primo grado, rendendo irrilevante il tempo trascorso successivamente durante i gradi di giudizio. Eventuali elementi di novità possono essere fatti valere solo con istanza di revoca o modifica della misura. Di conseguenza, Il Proposto perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sorveglianza speciale: il volontariato non cancella la mafia
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per la durata di tre anni nei confronti di un soggetto condannato in via definitiva per associazione mafiosa. Il sottoposto contestava la persistenza della sua pericolosità sociale, valorizzando elementi come la confessione, la condotta carceraria e lo svolgimento di attività di volontariato. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la lunghissima militanza (quasi trentennale) e il ruolo di spicco ricoperto all'interno del sodalizio mafioso giustificano la presunzione di attualità del vincolo associativo. I giudici hanno chiarito che il volontariato e una collaborazione parziale non bastano a dimostrare l'effettivo allontanamento dall'organizzazione criminale.
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Pericolosità sociale ed espulsione: la condotta batte il passato
Lo Straniero ha impugnato il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza che confermava l'espulsione dal territorio dello Stato, lamentando che la decisione si basasse solo sui suoi precedenti penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la pericolosità sociale è stata valutata correttamente attraverso un giudizio prognostico e dinamico. I giudici hanno infatti considerato non solo i precedenti penali e di polizia, ma anche la mancanza di fissa dimora, un episodio di evasione e l'irreperibilità dello Straniero presso l'ufficio di esecuzione penale esterna. Di conseguenza, l'espulsione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: la pericolosità blocca il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato al Condannato la misura alternativa dell'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua attuale pericolosità sociale, desunta da un grave reato commesso nel 2019. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati erano troppo generici e non contestavano direttamente la valutazione del Tribunale sulla pericolosità del soggetto. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no al ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza, che aveva negato la detenzione domiciliare e l'affidamento in prova al servizio sociale. Il diniego originario si fondava sulla pericolosità sociale del soggetto, desunta da alcuni procedimenti penali ancora in corso. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e non contestavano in modo specifico le ragioni della decisione precedente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione patrimoniale: serve l’appello
Il caso riguarda la richiesta di revoca di una confisca applicata nel 2011 come misura di prevenzione patrimoniale. Il Tribunale aveva dichiarato inammissibile la richiesta dei soggetti interessati, i quali sostenevano l'assenza di pericolosità sociale attuale dopo l'annullamento della misura personale. Contro tale decisione è stato proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha stabilito che, trattandosi di un procedimento iniziato prima dell'entrata in vigore del Codice Antimafia del 2011, si applica la disciplina previgente. Di conseguenza, il provvedimento del Tribunale non è impugnabile direttamente in Cassazione, bensì tramite appello. La Corte ha quindi riqualificato il ricorso come atto di appello, trasmettendo gli atti alla Corte d'Appello competente per il giudizio di merito.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella la pericolosità
Il Tribunale e la Corte d'Appello respingevano la richiesta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale nei confronti di un soggetto, ritenendo che la sua detenzione per oltre due anni creasse una presunzione di non pericolosità. Il Procuratore Generale proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, chiarendo che occorre distinguere tra il momento dell'applicazione della misura e quello della sua esecuzione. La sorveglianza speciale può essere legittimamente applicata anche a un soggetto detenuto, poiché lo stato di detenzione ne sospende solo l'esecuzione e non l'applicabilità. La detenzione superiore a due anni impone solo una rivalutazione della pericolosità al momento dell'effettiva esecuzione, senza impedire la decisione iniziale. La sentenza è stata annullata con rinvio alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio.
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Detenzione domiciliare negata: il carcere resta per chi delinque
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato la possibilità di scontare la pena residua tramite la detenzione domiciliare. La decisione si fonda sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, evidenziata dalla gravità dei reati commessi, da precedenti violazioni commesse proprio durante gli arresti domiciliari e in carcere, e da una dipendenza da stupefacenti non ancora superata. La Corte di Cassazione ha confermato questo orientamento, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che, secondo la Legge n. 199 del 2010, la misura alternativa va negata non solo in caso di pericolo di fuga, ma anche quando vi sia il rischio concreto che il soggetto compia nuovi reati. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no se manca il riscatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego del Tribunale di Sorveglianza alla concessione dell'affidamento in prova ai servizi sociali. Il Tribunale aveva respinto la richiesta evidenziando la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta da numerosi precedenti penali nell'arco di vent'anni, e l'assenza di un percorso di reale rielaborazione critica dei propri reati in carcere. Mancava inoltre una graduale sperimentazione esterna tramite permessi premio. La Cassazione ha confermato la correttezza di questa decisione, ribadendo che l'accesso alle misure alternative richiede una verifica rigorosa della risocializzazione e della gradualità del trattamento rieducativo. Il Condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sorveglianza speciale: quando i reati non definitivi pesano
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento della misura di prevenzione della sorveglianza speciale, estesa a cinque anni, nei confronti di un soggetto ritenuto altamente pericoloso. Il ricorrente contestava l'aumento della durata della misura, sostenendo che i reati contestati non fossero ancora accertati con sentenza definitiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini della valutazione della pericolosità sociale, rilevano anche i comportamenti non ancora giudicati in via definitiva, purché abbiano dato luogo a misure cautelari non smentite. Inoltre, la commissione di reati durante i periodi di libertà dimostra l'inefficacia dei precedenti periodi di detenzione e giustifica il severo giudizio di pericolosità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: la Cassazione fissa i limiti
Il Tribunale di Sorveglianza ha concesso a un condannato la detenzione domiciliare, rigettando però la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale a causa dei suoi precedenti penali. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un difetto di motivazione sulla sua residua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché il ricorrente si è limitato a contestare il merito della decisione del Tribunale senza evidenziare reali vizi logici o giuridici nella motivazione. Di conseguenza, il condannato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Permesso-premio: sì in tutta Italia, ma no nel paese del reato
La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di un permesso-premio richiesto da un detenuto per fare visita alla madre in Sicilia. Nonostante il condannato avesse già usufruito di permessi in altre regioni con ottimi risultati, i giudici hanno ritenuto legittimo il rifiuto basato sul parere della direzione carceraria. Il rientro temporaneo nel territorio in cui erano stati commessi i gravi reati originari è stato infatti giudicato prematuro e non inserito nel programma di trattamento. La Suprema Corte ha chiarito che la pericolosità sociale può variare a seconda del contesto geografico, rendendo non automatico il diritto al beneficio in zone sensibili. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il passato
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un detenuto contro il diniego di un permesso premio. Nonostante la condotta regolare in carcere, il Tribunale di Sorveglianza ha evidenziato la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale e la minimizzazione delle condanne subite per gravi reati. La Suprema Corte ha confermato che, per la concessione del beneficio, non basta il buon comportamento in cella, ma occorre valutare l'assenza di pericolosità sociale. Questa valutazione richiede un'analisi rigorosa del ravvedimento, soprattutto in presenza di condanne pesanti e contatti con la criminalità organizzata. Il ricorso è stato quindi respinto con condanna alle spese.
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Permesso premio al 41-bis: la condotta non cancella il passato
Il Detenuto, condannato all'ergastolo e sottoposto al regime speciale del 41-bis per associazione mafiosa, ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la richiesta, evidenziando la sua elevata pericolosità sociale e il legame ancora attivo con la cosca criminale di provenienza, nonostante la buona condotta carceraria e il percorso di studi intrapreso. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che non esiste un'incompatibilità assoluta tra il regime del 41-bis e il permesso premio, ma l'accesso al beneficio richiede una valutazione rigorosa e la prova concreta di un reale ravvedimento, che nel caso specifico è mancata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Permesso premio negato: la buona condotta non cancella il passato
Un detenuto, condannato a trenta anni di reclusione per traffico di stupefacenti e collegamenti con la criminalità organizzata, ha richiesto la concessione di un permesso premio per riallacciare i rapporti familiari. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato il beneficio, evidenziando la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale e la persistente pericolosità sociale, nonostante la regolare condotta in carcere. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego, rigettando il ricorso del detenuto. I giudici hanno chiarito che la buona condotta carceraria non è sufficiente per ottenere il permesso premio se manca un effettivo ravvedimento e una riflessione critica sulle proprie colpe, specialmente per reati di estrema gravità.
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Permesso premio: la buona condotta non cancella la pericolosità
Il Detenuto ha proposto ricorso contro il diniego del permesso premio stabilito dal Tribunale di Sorveglianza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per ottenere il permesso premio, la buona condotta in carcere non è sufficiente. È indispensabile accertare l'assenza di pericolosità sociale del condannato. Questa valutazione richiede un rigore ancora maggiore per chi ha commesso reati gravi e deve scontare una pena molto lunga. In questi casi, la mancanza di una reale revisione critica del proprio passato criminale impedisce la concessione del beneficio. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Spaccio e condanna: l’espulsione dello straniero va motivata
Il Tribunale aveva condannato un cittadino straniero per spaccio di sostanze stupefacenti, avendolo trovato in possesso di oltre quattro chili di cocaina e ingenti somme di denaro. Tuttavia, il giudice non aveva disposto l'espulsione dello straniero dal territorio nazionale a pena espiata. Il Procuratore Generale ha fatto ricorso in Cassazione per questa omissione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice di merito deve valutare concretamente la pericolosità sociale del condannato prima di escludere o applicare la misura di sicurezza. La sentenza è stata annullata limitatamente a questo punto, con rinvio al Tribunale per un nuovo esame.
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