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Pericolosità Sociale — Anno 2023

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422 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Delinquenza abituale: la Cassazione conferma la colonia agricola
Il caso riguarda un uomo condannato per numerosi furti in abitazione commessi in Trentino. I giudici di merito lo avevano dichiarato colpevole, applicando la misura di sicurezza della colonia agricola per due anni dopo aver accertato la sua delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la legittimità costituzionale della misura automatica e la valutazione della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la dichiarazione di delinquenza abituale e la conseguente misura detentiva sono legittime e giustificate dall'elevato numero di condanne precedenti per reati contro il patrimonio, dall'intensità del dolo e dall'assenza di un reale reinserimento sociale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Applicazione della recidiva: no all’aumento di pena automatico
L'Imputato è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale e guida senza patente. La Corte d'Appello ha applicato un aumento di pena basandosi sulla recidiva. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancanza di motivazione sulla sua effettiva pericolosità sociale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'applicazione della recidiva richiede una verifica concreta e una specifica motivazione sulla maggiore colpevolezza e pericolosità del reo, non bastando il semplice riferimento alla gravità del fatto. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio, rinviando il caso alla Corte d'Appello per una nuova valutazione sul punto, mentre la condanna principale è diventata definitiva.
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Applicazione della recidiva: ricorso respinto per chi non cambia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro la sentenza della Corte di Appello di Roma. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva decisa nei gradi precedenti. I giudici di legittimità hanno confermato la correttezza della decisione impugnata. La Corte d'Appello aveva infatti accertato la presenza di precedenti penali specifici e molto vicini nel tempo, l'ultimo dei quali risalente al 2019. Questi elementi dimostrano una chiara insensibilità del soggetto verso la legge e una persistente pericolosità sociale. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione: il passato criminale pesa sul presente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino contro l'applicazione di una misura di prevenzione. Il soggetto, con precedenti penali per reati di droga e banconote contraffatte commessi tra il 2006 e il 2017, sosteneva l'assenza di elementi recenti sulla sua pericolosità sociale. I giudici hanno invece confermato la validità del provvedimento, evidenziando contatti continui con pregiudicati fino al 2020 e la mancanza di redditi leciti sufficienti. La condotta complessiva e i comportamenti antigiuridici recenti giustificano pienamente la misura applicata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Lieve gravità ma troppi precedenti: l’applicazione della recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la sentenza d'appello che aveva confermato l'applicazione della recidiva. Nonostante la lieve gravità del fatto contestato, i giudici hanno ritenuto legittimo l'aumento di pena a causa dei numerosi e specifici precedenti penali del soggetto, attualmente detenuto per altra causa. Tali elementi dimostrano una spiccata pericolosità sociale che giustifica l'applicazione della recidiva. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure di prevenzione: l’aiuto al clan supera l’assoluzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna contro l'applicazione delle misure di prevenzione della sorveglianza speciale e dell'obbligo di soggiorno. La ricorrente sosteneva di non appartenere alla consorteria criminale e di essere stata assolta dalle accuse più gravi. Tuttavia, i giudici hanno confermato la sua pericolosità sociale basandosi su condotte concrete, come l'occultamento di armi e la gestione di un'auto rubata per conto del clan del marito. La Suprema Corte ha ribadito che l'appartenenza a un'associazione mafiosa, utile per disporre le misure di prevenzione, non richiede un'affiliazione stabile, ma comprende qualsiasi comportamento che favorisca attivamente gli scopi del gruppo criminale.
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Riconoscimento della recidiva: quando la prova fallisce e si paga
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando il riconoscimento della recidiva da parte della Corte di Appello. I giudici di merito avevano evidenziato la sua accresciuta pericolosità sociale, desunta da numerosi precedenti per furto commessi in tutta Italia e dal fallimento di precedenti misure alternative come l'affidamento in prova. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi proposti riproducevano censure già esaminate e non criticavano in modo specifico la decisione impugnata. Di conseguenza, l'Imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: la detenzione non cancella la misura
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Sottoposto, confermando la condanna a otto mesi di reclusione per la violazione degli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale. Il ricorrente sosteneva che l'esecuzione della misura di prevenzione, sospesa per oltre due anni a causa della sua detenzione, non potesse riprendere senza una previa rivalutazione della sua pericolosità sociale. La Suprema Corte ha chiarito che l'obbligo di rivalutazione si applica solo se il soggetto è rimasto detenuto in espiazione di pena definitiva per almeno un biennio. Nel caso di specie, la sospensione era dovuta all'applicazione di misure cautelari provvisorie per la commissione di nuovi reati, situazione che non fa venir meno la pericolosità del soggetto né richiede una nuova verifica.
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Revoca della confisca di prevenzione: l’assoluzione batte il sospetto
Gli eredi di un soggetto proposto per misure di prevenzione hanno richiesto la revoca della confisca di prevenzione su alcuni terreni acquistati nel 1979. La richiesta si fondava su un fatto nuovo, ovvero l'assoluzione definitiva del defunto e dei coimputati dal reato di associazione mafiosa. La Corte di Appello ha rigettato l'istanza, ritenendo autonomi i due procedimenti. La Cassazione ha invece accolto il ricorso degli eredi. I giudici di legittimità hanno stabilito che, nonostante l'autonomia tra processo penale e misure di prevenzione, il giudice della prevenzione non può ignorare l'assoluzione penale. Egli deve analizzare approfonditamente le motivazioni della sentenza di assoluzione per spiegare perché gli stessi fatti storici possano ancora giustificare la confisca dei beni. La sentenza è stata annullata con rinvio.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: povertà e rischio di reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una cittadina straniera contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza, che confermava la misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La difesa lamentava la mancata valutazione del comportamento della donna dopo la scarcerazione. Tuttavia, i giudici hanno confermato la decisione basandosi sulla precarietà economica e sociale della ricorrente, elementi che indicano un concreto rischio di recidiva. Di conseguenza, la misura di sicurezza dell'espulsione rimane attiva e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Permesso premio: la Cassazione annulla il no basato sul passato
Il Tribunale di Sorveglianza negava a un detenuto il permesso premio, basandosi sulla gravità dei reati passati, su presunti legami mafiosi e su informative negative della polizia. Il detenuto ricorreva in Cassazione, evidenziando che l'aggravante mafiosa era stata esclusa nei giudizi e che i giudici avevano ignorato il suo percorso rieducativo positivo in carcere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la gravità del reato non può escludere automaticamente il beneficio e che i giudici devono valutare concretamente la condotta attuale. La Suprema Corte ha quindi annullato il diniego, ordinando un nuovo esame del caso.
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Pericolosità sociale: annullata la misura per fatti passati
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il decreto della Corte d'Appello che applicava la sorveglianza speciale a un cittadino. La difesa ha contestato la sussistenza e l'attualità della pericolosità sociale, evidenziando che gli episodi contestati risalivano a diversi anni prima. La Suprema Corte ha chiarito che, nei ricorsi contro le misure di prevenzione, il vizio di motivazione è deducibile solo se la motivazione è del tutto apparente. Nel caso specifico, i giudici di secondo grado hanno giustificato l'attualità del pericolo con una formula generica e apodittica, senza analizzare il reale legame temporale con i fatti passati. Di conseguenza, il ricorrente ha ottenuto l'annullamento del provvedimento e la celebrazione di un nuovo giudizio davanti alla Corte d'Appello.
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Confisca di prevenzione: redditi zero e patrimoni milionari
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di immobili, terreni e un'azienda familiare intestati a un uomo e a sua moglie. L'uomo era ritenuto esponente di spicco della criminalità organizzata a partire dal 2014. I coniugi hanno contestato la decisione, lamentando l'uso di indici statistici e la mancata valutazione dei loro redditi. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che i beni acquistati tra il 2014 e il 2020 mostrano una netta sproporzione rispetto ai redditi irrisori dichiarati dalla coppia. Inoltre, la moglie non ha dimostrato alcuna capacità economica autonoma né la gestione diretta dei beni, confermando l'intestazione fittizia. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Rivalutazione della pericolosità sociale: assoluzione o processo?
L'Imputato, sottoposto a sorveglianza speciale dopo quattro anni di detenzione, viene accusato di aver violato gli obblighi della misura. Il Tribunale dichiara la prescrizione del reato, ma la Corte d'Appello dichiara inammissibile il ricorso dell'imputato volto a ottenere l'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la sottoposizione a una misura di prevenzione dopo una lunga detenzione richiede obbligatoriamente una preventiva rivalutazione della pericolosità sociale. Senza questo accertamento, il reato di violazione degli obblighi non è configurabile. Di conseguenza, la Cassazione annulla la sentenza d'appello e rinvia il caso per un nuovo giudizio, consentendo all'imputato di mirare all'assoluzione piena anziché alla semplice estinzione del reato.
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Foglio di via obbligatorio: scontro tra giudice e questore
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato il foglio di via obbligatorio. Il ricorrente contestava la legittimità del provvedimento del Questore, ritenendolo privo di adeguata motivazione sulla sua pericolosità sociale. I giudici hanno chiarito che il giudice penale non può sostituirsi alle valutazioni di merito dell'autorità amministrativa, ma deve limitarsi a un controllo di legittimità. Nel caso specifico, il provvedimento del Questore conteneva un'esposizione chiara e logica dei fatti che giustificavano la misura di prevenzione. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il cittadino è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Proroga del regime 41-bis: il boss ricorre ma perde in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un detenuto contro il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Roma. Il provvedimento impugnato aveva disposto la proroga del regime 41-bis a carico dell'uomo, ritenuto esponente di vertice di un clan mafioso attivo sul territorio campano. I giudici hanno confermato la legittimità della decisione, rilevando la persistente capacità del soggetto di mantenere collegamenti con la criminalità organizzata, la sua elevata pericolosità sociale e l'assenza di un reale percorso di risocializzazione. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato il carcere duro e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata: basta la pericolosità, non serve la forma
L'Imputato, condannato per furto aggravato, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva reiterata. Secondo la difesa, tale aumento di pena richiedeva una precedente e formale dichiarazione di recidiva semplice in una passata sentenza di condanna. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. Richiamando l'orientamento delle Sezioni Unite, i giudici hanno stabilito che per l'applicazione della recidiva reiterata non serve una precedente dichiarazione formale. È invece sufficiente che, al momento del nuovo reato, il soggetto risulti gravato da più condanne definitive che dimostrino una sua maggiore pericolosità sociale, adeguatamente motivata dal giudice. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna alle spese.
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Permesso premio negato all’ergastolano: pesa il passato mafioso
Un detenuto condannato all'ergastolo per un omicidio di stampo mafioso risalente al 1989 ha richiesto la concessione di un permesso premio. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto la domanda, ritenendo insufficiente il percorso di rieducazione e non provata la reale rottura dei legami con la criminalità organizzata. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo di non essere più pericoloso e di aver interrotto ogni contatto illecito. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando il diniego del permesso premio. I giudici hanno chiarito che, per i reati gravi, non basta la regolare condotta carceraria, ma serve una profonda revisione critica del proprio passato e la prova certa del distacco definitivo dall'ambiente mafioso, elementi ritenuti ancora superficiali nel caso specifico.
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Affidamento in prova ai servizi sociali: no se non risarcisci
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato a un condannato l'affidamento in prova ai servizi sociali a causa della sua persistente pericolosità sociale, evidenziata da procedimenti penali in corso per reati simili e dal mancato risarcimento del danno alle vittime, nonostante l'uomo percepisse uno stipendio regolare. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la regolarità della sua condotta precedente e l'assenza di obblighi civili espliciti nella sentenza di condanna. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché basato su contestazioni generiche e di puro fatto. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Revoca della detenzione domiciliare: salute contro sicurezza
Il Tribunale di sorveglianza ha disposto la revoca della detenzione domiciliare concessa a un uomo per gravi motivi di salute. Il provvedimento è scaturito dall'arresto del soggetto, sorpreso a detenere sostanze stupefacenti e materiale per il confezionamento all'interno della propria abitazione durante l'espiazione della pena. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, dichiarando inammissibile il ricorso del condannato. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale del soggetto prevale sul diritto al differimento della pena per motivi di salute. È necessario un costante bilanciamento tra l'esigenza di cura del condannato e la sicurezza della collettività. Di conseguenza, la commissione di nuovi reati fa venir meno il beneficio, determinando la legittima revoca della detenzione domiciliare e il rientro in carcere.
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