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Pericolosità Sociale — Anno 2022

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353 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Misure di sicurezza personali: confermato l’aggravamento
La Corte di Cassazione ha confermato l'aggravamento applicato dal Tribunale di Sorveglianza in tema di misure di sicurezza personali verso un condannato per associazione mafiosa. L'uomo aveva subito una nuova condanna a quattordici anni di reclusione per reati commessi anche durante la detenzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Quando l'autorità giudiziaria valuta l'inasprimento della misura, non serve un giudizio di pericolosità sociale del tutto nuovo (ex novo). I giudici devono invece considerare la gravità del reato, la capacità a delinquere e la recidiva per accertare la persistenza delle condotte illecite. Il ricorrente deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Espulsione dal territorio dello Stato: confermata la misura
Il Tribunale di Sorveglianza ha confermato l'eseguibilità della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato a carico di un cittadino straniero condannato. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione, contestando la mancata valutazione delle proprie memorie difensive e l'accertamento della propria pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'omessa valutazione di memorie difensive non produce nullità quando la motivazione del provvedimento finale risulta congrua e completa. L'accertamento della pericolosità poggiava su elementi solidi: i precedenti penali del condannato, l'assenza di un valido permesso di soggiorno e la totale mancanza di stabili riferimenti socio-lavorativi sul territorio italiano. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: rigetto per omessi documenti
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di misure alternative alla detenzione presentata da una persona condannata. Il Tribunale di Sorveglianza aveva già negato i benefici ordinari a causa della persistente pericolosità sociale della richiedente, elemento non contestato nel ricorso. Inoltre, la condannata aveva richiesto l'affidamento in prova per tossicodipendenti soltanto durante l'udienza, omettendo di allegare la documentazione sanitaria e certificativa prescritta dalla legge sulle sostanze stupefacenti. La Suprema Corte ha giudicato l'impugnazione inammissibile e priva di fondamento, confermando l'esecuzione della pena in carcere e condannando la ricorrente al pagamento delle spese legali e di una sanzione economica.
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Pericolosità sociale: ricorso respinto e sanzione
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un soggetto contro il decreto dei giudici di secondo grado che confermava una misura di prevenzione. L'interessato contestava la valutazione della propria pericolosità sociale ritenendola priva di fondamento. I giudici di legittimità hanno invece giudicato il ricorso generico e privo di attinenza con la reale motivazione del decreto impugnato. La decisione precedente aveva infatti accertato in modo logico e concreto la probabile reiterazione di condotte illecite e l'inclinazione criminale del soggetto. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza della libertà vigilata: ricorso respinto
Un soggetto ha contestato l'ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza ha confermato a suo carico la misura di sicurezza della libertà vigilata. Il provvedimento si fondava sul giudizio di persistente e attuale pericolosità sociale. L'interessato ha presentato ricorso per Cassazione, sostenendo l'assenza dei presupposti. La Suprema Corte ha dichiarato l'impugnazione inammissibile: il ricorrente ha riproposto critiche già superate dai giudici precedenti e ha chiesto una nuova valutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità. La decisione ha confermato integralmente la misura applicata e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione della sorveglianza speciale: valida senza sosta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale a carico di un individuo per il reato di violazione della sorveglianza speciale. La difesa sosteneva che il giudice dovesse rivalutare la persistenza della pericolosità sociale prima di contestare l'inadempimento degli obblighi. I Supremi Giudici hanno chiarito che l'obbligo di un nuovo accertamento scatta soltanto se la misura preventiva è rimasta sospesa a causa di una detenzione in carcere per espiazione pena di durata pari ad almeno due anni. Poiché tale circostanza non si è verificata nel caso specifico, la misura conservava piena efficacia. La Corte ha rigettato integralmente le censure sui benefici sanzionatori e ha dichiarato il ricorso inammissibile, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di sicurezza dell’espulsione: quando scatta il rimpatrio
Un cittadino straniero condannato in via definitiva ha contestato l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato disposta dalla magistratura di sorveglianza. Il Tribunale di sorveglianza ha confermato il rimpatrio coattivo rilevando la totale assenza di legami familiari in Italia, la mancanza di un lavoro lecito, l'inesistenza di una dimora stabile e il mancato accesso a percorsi rieducativi premiali. L'interessato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo un nuovo apprezzamento sul proprio profilo di pericolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché le censure miravano a una rivalutazione dei fatti già logicamente argomentati, condannando il ricorrente alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misure alternative alla detenzione: ricorso respinto
Un condannato ha presentato ricorso per ottenere le misure alternative alla detenzione. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta a causa della pericolosità sociale del soggetto e della totale assenza di segnali di recupero, come lo svolgimento di un'attività lavorativa o di volontariato. L'uomo ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sollevando però contestazioni generiche e chiedendo un nuovo accertamento dei fatti. I giudici di legittimità hanno dichiarato inammissibile il ricorso. Il ricorrente ha subito la condanna al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Valutazione della pericolosità sociale: ricorso inammissibile
La persona sottoposta a misura di prevenzione ha proposto ricorso per cassazione contro il decreto della Corte di Appello, lamentando una presunta assenza di motivazione nel provvedimento. La Suprema Corte ha giudicato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici di merito hanno svolto una corretta e autonoma valutazione della pericolosità sociale e della gravità degli indizi relativi all'appartenenza a un'associazione criminale finalizzata al traffico di stupefacenti. L'esito negativo dell'impugnazione ha comportato la condanna della parte ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Pericolosità sociale e indizi di reato: ricorso inammissibile
Una persona indagata per reati associativi ha impugnato il provvedimento dei giudici territoriali lamentando un presunto vizio di motivazione. La difesa sosteneva che i giudici non avessero motivato a sufficienza i gravi indizi di appartenenza all'organizzazione criminale e l'attualità della pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. Il giudice di merito ha svolto una valutazione logica e autonoma su tutti gli elementi probatori e sul profilo personale della ricorrente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto l'impugnazione, confermando il provvedimento e condannando la ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Applicazione della recidiva e condanna per spaccio reiterato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per reati legati al traffico di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva, sostenendo l'assenza dei presupposti di legge. I giudici hanno invece confermato la piena legittimità dell'aggravante. La decisione evidenzia la pluralità dei precedenti penali dell'uomo e la sua immediata ripresa dell'attività illecita appena riacquistata la libertà. Questa condotta dimostra la totale inefficacia delle precedenti condanne e una chiara pericolosità sociale. Il ricorrente non ha formulato censure idonee a contrastare la motivazione della sentenza di secondo grado. Di conseguenza, i Supremi Giudici hanno confermato la condanna, disponendo anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Sospensione condizionale della pena: stop a chi reitera
L'Imputato svolgeva l'attività di parcheggiatore abusivo e continuava la condotta illecita anche dopo l'intervento della Polizia di Stato. Il giudice di merito negava le circostanze attenuanti generiche e la sospensione condizionale della pena per la gravità del fatto e l'elevato rischio di recidiva. L'Imputato presentava ricorso per Cassazione contestando la mancata valutazione dei comportamenti positivi successivi. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudice può fondare il diniego della sospensione condizionale della pena solo sugli elementi negativi ritenuti prevalenti, senza dover analizzare ogni singolo parametro normativo se la pericolosità sociale risulta accertata e attuale.
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Pericolosità sociale: carcere scontato ma vigilanza confermata
Un condannato per associazione mafiosa ha contestato l'applicazione della misura della libertà vigilata per la durata di un anno. Il ricorrente sosteneva che il tribunale avesse presunto la sua pericolosità sociale solo in base ai vecchi reati, trascurando la regolare condotta carceraria e la concessa liberazione anticipata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la pericolosità sociale non si presume mai in via automatica, ma richiede un accertamento concreto. Nella vicenda, i giudici di merito hanno valutato correttamente l'assenza di revisione critica, i rilievi disciplinari in carcere e la gravità dei fatti, confermando la piena validità della misura di sicurezza applicata.
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Competenza del magistrato di sorveglianza e trasferimento
La Procura ha chiesto di accertare la pericolosità sociale di un soggetto detenuto in carcere prima della sua scarcerazione. Successivamente, il recluso è stato trasferito presso una REMS situata in un altro circondario giudiziario. Il giudice del luogo di detenzione originario ha trasmesso gli atti al magistrato del luogo di cura. Quest'ultimo ha sollevato conflitto di competenza davanti alla Corte di Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito le regole sulla competenza del magistrato di sorveglianza. Il criterio determinante è il luogo in cui l'interessato si trova al momento della presentazione della domanda. Il successivo trasferimento della persona non sposta la giurisdizione già incardinata.
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Beni restituiti dal giudice: valida la confisca di prevenzione
Due donne condannate per sfruttamento della prostituzione hanno impugnato il decreto che disponeva la confisca di prevenzione di due immobili intestati fittiziamente alla figlia. La difesa sosteneva che il giudice penale avesse già disposto la restituzione dei beni durante il patteggiamento e che mancasse la prova dell'impiego diretto dei proventi illeciti nell'acquisto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno ribadito la piena autonomia del procedimento di prevenzione rispetto a quello penale ordinario. La confisca di prevenzione non richiede il collegamento diretto tra il singolo reato e il denaro speso, essendo sufficienti la pericolosità sociale e una sproporzione economica non giustificata. Le ricorrenti perdono definitivamente gli immobili e devono pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Affidamento in prova al servizio sociale: no per chi usa alias
Un condannato con un residuo di pena superiore a nove anni ha richiesto l'accesso alle misure alternative alla detenzione carceraria. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza di affidamento in prova al servizio sociale rilevando l'uso passato di molteplici alias, l'assenza di un sincero percorso di revisione critica e la mancanza di precedenti permessi premio. Il detenuto ha presentato ricorso per Cassazione contestando il difetto di motivazione del provvedimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di specificità e volto a ridiscutere valutazioni di fatto già correttamente motivate. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Proroga della libertà vigilata confermata: ricorso inammissibile
I giudici di sorveglianza hanno disposto la proroga della libertà vigilata nei confronti del condannato. La decisione si fonda sulla persistenza di una residua pericolosità sociale che impone un reinserimento graduale nella società. Il condannato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando una motivazione apparente e priva di riscontri concreti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per la genericità dei motivi proposti. Il ricorrente si è limitato a riproporre censure di fatto già adeguatamente esaminate dai giudici di merito. La Corte ha condannato il soggetto al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Recidiva reiterata tra difesa e crescenti precedenti penali
L'Imputato ha contestato l'applicazione della recidiva reiterata inflitta dai giudici di merito, sostenendo l'assenza dei presupposti di legge. I magistrati hanno però accertato una spiccata e crescente pericolosità sociale del soggetto, desunta da plurimi e gravi precedenti penali maturati anche dopo il fatto contestato. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente questo orientamento, stabilendo che la presenza di condanne reiterate manifesta una persistente inclinazione a delinquere. Di conseguenza, i Supremi Giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso difensivo, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Libertà vigilata e pericolosità sociale: conferma per ex detenuto
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di un anno nei confronti di un uomo condannato per associazione mafiosa e riciclaggio, al termine della pena detentiva. Il Magistrato e il Tribunale di Sorveglianza hanno accertato il legame tra libertà vigilata e pericolosità sociale attuale. I giudici hanno valorizzato il rientro del condannato nello stesso contesto criminale familiare e territoriale, la mancata revisione critica dei reati commessi e la persistente operatività del clan. La Suprema Corte ha chiarito che la buona condotta carceraria e la revoca di precedenti misure di prevenzione non cancellano la pericolosità sociale accertata, giustificando pienamente la vigilanza.
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Sorveglianza speciale e carcere: la misura non decade
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un cittadino sottoposto a sorveglianza speciale, la cui esecuzione era rimasta sospesa per due anni a causa di una misura cautelare. Il ricorrente sosteneva che il periodo detentivo avesse interrotto l'attualità della sua pericolosità e contestava la ripresa automatica della misura. I giudici hanno chiarito la netta distinzione tra custodia cautelare ed espiazione di una pena definitiva. La custodia preventiva non possiede funzione rieducativa, ma presuppone la persistente pericolosità del soggetto. Di conseguenza, terminata la misura cautelare, la sorveglianza speciale riprende immediatamente il suo corso senza bisogno di un nuovo accertamento d'ufficio.
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