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Pericolosità Sociale — Anno 2022

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353 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Espulsione dello straniero: riabilitazione contro pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato il provvedimento di espulsione dello straniero disposto nei confronti di un cittadino straniero condannato per traffico di ingenti quantitativi di droga. Il ricorrente contestava la misura, evidenziando il positivo percorso di disintossicazione e la presenza di legami familiari in Italia. I giudici hanno però ritenuto legittima la decisione del Tribunale di Sorveglianza, basata sulla persistente pericolosità sociale del soggetto, già al vertice di un'organizzazione criminale e incline a delinquere nuovamente nonostante i precedenti tentativi di riabilitazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: lo scudo fiscale non salva i beni
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione dei beni di un imprenditore, ritenuto socialmente pericoloso poiché dedito a sistematiche evasioni fiscali e reati fallimentari tra il 2004 e il 2015. I giudici hanno chiarito che lo "scudo fiscale" non protegge i capitali rimpatriati dall'estero se non si dimostra la loro origine lecita, né cancella la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. Inoltre, la Suprema Corte ha ritenuto legittima la confisca delle quote societarie di un'azienda, anche se acquistate prima del periodo di pericolosità, poiché la società è stata successivamente utilizzata come "salvadanaio" per riciclare oltre otto milioni di euro di provenienza illecita. Di conseguenza, i ricorsi del proposto e della società terza sono stati dichiarati inammissibili, confermando definitivamente il sequestro dei beni a favore dello Stato.
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Sorveglianza speciale e pericolosità sociale: ricorso vietato
Il Tribunale applicava nei confronti del Ricorrente la misura della sorveglianza speciale e pericolosità sociale per un anno e sei mesi con obbligo di versare una cauzione. Il provvedimento derivava da un grave accoltellamento compiuto nel 2017 e dalla mancanza di un effettivo ravvedimento. Il Ricorrente impugnava la decisione denunciando vizi di motivazione sull'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno ricordato che contro i decreti di prevenzione il ricorso è ammesso unicamente per violazione di legge. Poiché la motivazione del provvedimento impugnato era presente, logica e approfondita, la Cassazione ha confermato la misura e condannato il Ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale: accolto il ricorso
Il Tribunale di Sorveglianza respinge la richiesta di affidamento in prova al servizio sociale presentata da Il Detenuto. Il giudice motiva il diniego con i vecchi trascorsi criminali del condannato e con la mancanza di una prova positiva sulla sua totale affidabilità. Questo avviene nonostante Il Detenuto abbia mantenuto una condotta regolare durante la carcerazione. Il Detenuto presenta ricorso in Cassazione. I giudici della Suprema Corte accolgono le sue ragioni e annullano l'ordinanza impugnata. La Corte chiarisce che il rigetto della misura non può basarsi su mere presunzioni o sull'assenza di prove di ravvedimento fornite dal reo. Serve invece la dimostrazione concreta di una residua pericolosità sociale. Inoltre, il giudice ha il dovere di acquisire la relazione di sintesi dell'istituto penitenziario per valutare il percorso di rieducazione. La decisione passa ora a un nuovo giudice.
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Espulsione dello straniero: nozze fittizie non fermano l’addio
Un cittadino straniero detenuto ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero ordinato dalla magistratura. L'uomo sosteneva di avere legami familiari stabili in Italia, citando un matrimonio con una cittadina italiana e la presenza di un cugino. I giudici hanno accertato che le nozze erano simulate al solo scopo di far ottenere lo spessore amministrativo necessario al soggiorno, senza alcuna convivenza reale. La presenza del parente indiretto non mitigava la spiccata pericolosità sociale dell'uomo, condannato per vari reati di spaccio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché la difesa non ha contestato le motivazioni del Tribunale sulla falsità del matrimonio. Di conseguenza, la misura d'allontanamento rimane del tutto confermata e il ricorrente deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Affidamento in casi particolari: no al recupero dopo i reati
Il Tribunale di Sorveglianza ha negato l'affidamento in casi particolari a un condannato per plurime rapine. Durante la detenzione e persino durante un permesso premio, l'uomo aveva commesso un ulteriore reato ed era stato sorpreso con un telefono cellulare in carcere. Nonostante la relazione favorevole dell'équipe penitenziaria, i giudici hanno riscontrato una persistente pericolosità sociale e l'assenza di ravvedimento. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valorizzazione del percorso terapeutico. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la valutazione sulla pericolosità preclude l'accesso alla misura e sanzionando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Pericolosità sociale: buona condotta non basta senza ravvedimento
Il Tribunale di Sorveglianza confermava la misura della libertà vigilata per due anni a carico di un condannato per reati di mafia, ravvisando la persistenza della sua pericolosità sociale. Nonostante la condotta regolare durante la detenzione, l'uomo aveva commesso violazioni amministrative, mostrato problemi di abuso alcolico non adeguatamente trattati e mancato una reale rivisitazione critica del proprio passato criminale. Il condannato proponeva ricorso per cassazione lamentando una scorretta valutazione degli elementi probatori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che l'eliminazione della misura richiede fatti sopravvenuti certi e decisivi. Il mero dissenso rispetto alle valutazioni dei giudici di merito non consente una revisione in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato per reati gravi
Il condannato ha richiesto l'accesso alla misura dell'affidamento in prova al servizio sociale per scontare una pena residua superiore a due anni. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto l'istanza evidenziando la presenza di quattro condanne precedenti, trascorsi periodi di irreperibilità e una persistente pericolosità sociale legata ad atti di violenza. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la carenza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché orientato a richiedere un nuovo esame dei fatti non consentito in sede di legittimità. I giudici hanno confermato che la gravità dei reati e la condotta del soggetto ostacolano il positivo esito del percorso rieducativo. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende e pagare le spese processuali.
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Rivalutazione della pericolosità sociale: i limiti delle misure
Un cittadino, dopo una lunga detenzione, chiedeva la rivalutazione della pericolosità sociale per cancellare la sorveglianza speciale. Tuttavia, l'interessato si trovava già sottoposto alla misura di sicurezza della libertà vigilata per tre anni. I giudici territoriali stabilivano il non luogo a provvedere, poiché la legge vieta l'esecuzione contemporanea della sorveglianza speciale durante la libertà vigilata. Il condannato proponeva ricorso per Cassazione contestando la mancata verifica dell'attualità del pericolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'esame sull'attualità della pericolosità deve avvenire solo al termine della misura di sicurezza in corso. Di conseguenza, il cittadino deve prima scontare la libertà vigilata e solo successivamente subire la verifica per la misura preventiva, evitando inutili duplicazioni giurisdizionali.
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Confisca di prevenzione su conti esteri: confermato il blocco
La Corte di Cassazione ha confermato la misura della confisca di prevenzione su un saldo attivo di oltre 250.000 euro giacente in un conto svizzero. Il bene risultava intestato alla figlia di un soggetto ritenuto pericoloso. I giudici hanno accertato che i fondi derivavano da stratificate attività illecite e da operazioni di riciclaggio avviate fin dal 1994. La difesa sosteneva che i capitali appartenessero a un parente deceduto e contestava la sussistenza della pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Nel sistema della confisca di prevenzione il controllo di legittimità è ristretto alle sole violazioni di legge. L'occultamento continuato nel tempo dei proventi illeciti dimostra un'adesione stabile alle logiche criminali, rendendo del tutto irrilevante l'intestazione formale a terzi o l'identità del contributore iniziale.
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Espulsione dello straniero: illegittima senza pericolo attuale
Un cittadino straniero ha impugnato il provvedimento di accompagnamento alla frontiera convalidato dal Giudice di Pace. Il provvedimento amministrativo derivava da una vecchia condanna penale, ma l'interessato aveva già scontato la pena con percorsi riabilitativi positivi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e ha chiarito un principio fondamentale riguardante la misura dell'espulsione dello straniero. Il giudice di pace deve sempre verificare la reale e attuale pericolosità sociale dell'individuo, esaminando l'intera condotta recente. Poiché l'amministrazione non ha dimostrato l'attualità del pericolo, la Suprema Corte ha annullato la convalida senza rinvio e ha condannato il Ministero al pagamento di tutte le spese legali.
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Permesso di soggiorno per motivi familiari: vincono i reati
Un cittadino straniero ha impugnato il rigetto della sua richiesta di permesso di soggiorno per motivi familiari, negato a causa di vari reati commessi, tra cui spaccio di stupefacenti, evasione e resistenza a pubblico ufficiale. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello hanno confermato il diniego, ritenendo che la pericolosità sociale prevalesse sulle esigenze di vita familiare. Lo straniero si è rivolto alla Corte di Cassazione lamentando un'errata valutazione comparativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: nel giudizio di legittimità non è possibile riesaminare i fatti o le prove già valutate dai giudici di merito. Il diniego del permesso di soggiorno per motivi familiari resta quindi confermato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Diniego delle attenuanti generiche: quando la Cassazione conferma
L'Imputato è stato condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione per il reato di traffico internazionale di stupefacenti, oltre alla misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'ingiustificato diniego delle attenuanti generiche e la sproporzione della misura espulsiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno confermato che il diniego delle attenuanti generiche è ampiamente giustificato dalla gravità della condotta organizzata, dai precedenti penali dell'imputato e dai suoi legami con la criminalità internazionale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sorveglianza speciale: condanna inevitabile senza prove chiare
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per aver violato le prescrizioni della sorveglianza speciale. La difesa lamentava la mancata rivalutazione della pericolosità sociale del soggetto dopo un periodo di detenzione. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che la questione non era stata sollevata in appello ed era formulata in modo generico, senza dimostrare che la carcerazione fosse durata almeno due anni, limite minimo previsto dalla legge per far scattare l'obbligo di verifica. Di conseguenza, la condanna a un anno di reclusione è stata confermata e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: la Cassazione frena sui vecchi reati
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. I giudici di secondo grado avevano confermato la misura basandosi su fatti risalenti nel tempo, ignorando del tutto che il Tribunale di Sorveglianza avesse recentemente concesso al soggetto l'affidamento in prova con una valutazione pienamente positiva della sua condotta. La Suprema Corte ha stabilito che, sebbene le due misure siano astrattamente compatibili, il giudice non può ignorare elementi favorevoli sopravvenuti. L'omissione di tale valutazione rende la motivazione apparente. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento, ordinando un nuovo esame che valuti la reale e attuale pericolosità sociale del soggetto.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il caso riguarda Il Sottoposto, a cui era stata applicata la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno per tre anni. I giudici di merito avevano confermato la misura basandosi solo sui suoi vecchi precedenti penali e sul legame di parentela con un esponente della criminalità organizzata. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Sottoposto, stabilendo che i giudici non possono presumere in automatico la persistenza del legame criminale dopo molti anni di carcere. È invece obbligatorio accertare l'attualità della pericolosità sociale. Nel valutare questo requisito, i giudici devono considerare elementi positivi come la liberazione anticipata ottenuta per buona condotta e l'effettivo percorso di rieducazione del soggetto. La sentenza impugnata è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Attualità della pericolosità sociale: il passato non basta
Il Sottoposto ha impugnato il provvedimento che confermava l'applicazione della sorveglianza speciale per cinque anni. La difesa ha contestato la mancata valutazione dell'attualità della pericolosità sociale, evidenziando che il soggetto era stato detenuto per sei anni mostrando una condotta esemplare e l'assenza di nuovi elementi di minaccia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici di merito non possono basare la misura di prevenzione su una mera presunzione di appartenenza mafiosa legata a condanne passate. È necessario valutare concretamente il percorso di risocializzazione del detenuto e l'effettiva operatività del gruppo criminale. La sentenza è stata annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Patteggiamento blindato: no ai ricorsi sulla pena concordata
Tre imputati accusati di furto in abitazione concordano la pena tramite patteggiamento. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione contestando la misura della pena. Anche il Procuratore Generale ricorre, lamentando la mancata espulsione degli stranieri dal territorio dello Stato. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili tutti i ricorsi. Per gli imputati, il patteggiamento preclude la contestazione della pena concordata, salvo il caso di pena illegale. Per il Procuratore, l'espulsione ex art. 235 c.p. è una misura di sicurezza facoltativa che richiede l'accertamento della pericolosità sociale; la mancata applicazione implica una valutazione negativa di tale pericolosità. Di conseguenza, gli imputati perdono il ricorso e vengono condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Dichiarazione di abitualità nel reato: undici reati senza lavoro
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello contestando l'applicazione della recidiva e la dichiarazione di abitualità nel reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'uomo ha accumulato ben undici precedenti penali, mostrando una costante progressione nel delinquere nel tempo e l'assenza di qualsiasi attività lavorativa lecita. Questi elementi, uniti a un recente periodo di detenzione, confermano una chiara propensione criminale e una concreta pericolosità sociale attuale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Misura di prevenzione: la detenzione cancella l’automatismo
L'Imputato, sottoposto alla sorveglianza speciale, veniva condannato per aver guidato senza patente. La difesa eccepiva che l'efficacia della misura di prevenzione era sospesa, poiché l'uomo era stato detenuto per oltre tre anni e non vi era stata la necessaria rivalutazione della sua pericolosità sociale al momento della scarcerazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che una detenzione superiore a due anni sospende l'esecuzione della misura. Di conseguenza, senza un espresso giudizio di persistenza della pericolosità da parte del tribunale competente, la misura di prevenzione non riprende a operare e non si configura il reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di condanna, rinviando il caso alla Corte d'Appello per un nuovo esame dei fatti.
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