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Pericolosità Sociale — Anno 2022

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353 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Pericolosità Sociale

Provvedimenti

Libertà vigilata: l’accordo civile non cancella la pericolosità
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un uomo ritenuto il mandante di un tentato omicidio. Il ricorrente aveva commissionato l'assassinio di un rivale per motivi ereditari a esponenti della criminalità locale. Nonostante l'arresto tempestivo del killer abbia impedito l'evento e le parti abbiano successivamente risolto la lite civile con una transazione, i giudici hanno ritenuto concreto l'accordo criminoso e persistente la pericolosità sociale dell'uomo. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il contatto con la criminalità organizzata e la gravità del piano originario giustificano pienamente la misura applicata.
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Pericolosità sociale: l’accordo non cancella il tentato omicidio
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per due anni nei confronti di un soggetto, ritenuto il mandante di un tentato omicidio legato a dissidi ereditari. L'omicidio non si era consumato solo grazie al tempestivo arresto del killer incaricato. La difesa sosteneva che l'accordo fosse astratto e che la pericolosità sociale non fosse più attuale, poiché la controversia civile sui terreni era stata risolta con un accordo pacifico. I giudici hanno invece respinto il ricorso, stabilendo che la pericolosità sociale rimane concreta e attuale. Questo a causa della gravità del fatto, del ricorso a esponenti della criminalità organizzata e del movente economico originario, elementi che non vengono cancellati da un successivo accordo privato.
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Applicazione della recidiva: i precedenti pesano più del furto
Il ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte di Appello che confermava la sua condanna per furto, contestando l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva è pienamente giustificata dalle modalità concrete del fatto e dai precedenti penali del soggetto, i quali dimostrano una sua accresciuta pericolosità sociale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Confisca di prevenzione: beni persi anche dopo i reati
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di diversi beni, tra cui case, terreni, auto e conti correnti, intestati a un nucleo familiare composto da Padre, Madre e Figlio. I familiari contestavano il provvedimento sostenendo che gli acquisti fossero avvenuti tra il 2015 e il 2018, ossia dopo la fine del periodo in cui era stata accertata la loro pericolosità sociale, terminata nel 2008 per il padre e nel 2014 per il figlio. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che la confisca è legittima anche per acquisti successivi se si dimostra che il denaro utilizzato deriva da risparmi accumulati durante l'attività illecita precedente o dalla vendita di beni acquistati con proventi criminali. I ricorrenti perdono definitivamente i beni e dovranno pagare le spese processuali.
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Espulsione dello straniero: il comportamento in carcere decide
La Corte di Cassazione ha confermato la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero disposta in sede esecutiva nei confronti di un cittadino straniero condannato per rapina. Il Tribunale di Sorveglianza aveva accertato la persistente pericolosità sociale del soggetto, desunta non solo dalla gravità del reato commesso, ma anche dai numerosi comportamenti aggressivi e dalle sanzioni disciplinari ricevute durante la detenzione in carcere, uniti all'assenza di legami stabili in Italia. La difesa sosteneva che la condotta fosse solo frutto di difficoltà di adattamento al carcere. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la valutazione della pericolosità deve essere globale e che la misura può essere applicata anche dopo la condanna definitiva se il detenuto è ancora in carcere. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione delle misure di prevenzione: no a sconti sulla pena
Il Ricorrente è stato condannato a tre mesi di arresto per la violazione delle misure di prevenzione, nello specifico per aver trasgredito le prescrizioni imposte dal codice antimafia. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un'eccessiva severità nella quantificazione della pena e una carenza di motivazione da parte dei giudici di merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la determinazione della pena spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se la motivazione è logica e coerente. La condotta del Ricorrente ha dimostrato una chiara pericolosità sociale, giustificando la sanzione applicata. Di conseguenza, il Ricorrente perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Liberazione condizionale: buona condotta contro pericolosità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de Il Condannato contro il diniego della liberazione condizionale. Il Tribunale di Sorveglianza aveva respinto la richiesta, ritenendo incompleto il percorso rieducativo dell'uomo, condannato all'ergastolo. Nonostante la concessione di alcuni permessi premio, i giudici hanno valorizzato una nota della Questura che attestava l'elevata pericolosità sociale del soggetto e il suo stabile inserimento nel contesto criminale d'origine. La Suprema Corte ha confermato che la valutazione dei giudici di merito è stata logica e corretta, ribadendo che i permessi premio non bastano a dimostrare il sicuro ravvedimento se persistono collegamenti con la criminalità organizzata. Il Condannato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Espulsione dello straniero: la gravità del reato batte la difesa
Il Tribunale di Sorveglianza applicava a un cittadino straniero la misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, dopo una condanna a quattro anni di reclusione per lesioni personali aggravate contro la figlia. Il condannato ricorreva in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla sua effettiva pericolosità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la legittimità del provvedimento, poiché la pericolosità sociale emergeva chiaramente dalla gravità del reato commesso e dal disprezzo mostrato verso la vittima, trattata come un oggetto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: mutuo lecito ma l’immobile è perso
La Corte di Cassazione ha confermato la confisca di prevenzione di un immobile formalmente intestato alla figlia di un soggetto socialmente pericoloso. La difesa sosteneva che l'acquisto e la ristrutturazione fossero avvenuti tramite un mutuo bancario lecito. Tuttavia, i giudici hanno rilevato una netta sproporzione tra i redditi dichiarati dal nucleo familiare e le spese effettive, oltre a un prezzo di acquisto reale superiore a quello dichiarato nell'atto notarile. La Corte ha ritenuto fittizia l'intestazione del bene, acquistato in realtà con provviste derivanti da attività illecite del padre, che aveva anche gestito personalmente i costosi lavori di ristrutturazione. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché mirava a una inammissibile rivalutazione dei fatti, confermando definitivamente la misura patrimoniale.
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Pericolosità sociale: la sorveglianza speciale per chi non lavora
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale per due anni nei confronti di un uomo ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava la misura sostenendo che i carichi pendenti e i vecchi precedenti non bastassero a dimostrare la sua attuale pericolosità sociale. Tuttavia, i giudici hanno rilevato una ripetizione costante di reati legati allo spaccio di stupefacenti e una totale assenza di redditi leciti da oltre vent'anni. Questa combinazione dimostra che il soggetto trae il proprio sostentamento esclusivamente da attività illecite. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la legittimità della misura di prevenzione e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Pericolosità sociale: assolto dal commercio, no alla sorveglianza
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un Gestore di una Palestra, revocando la misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Il provvedimento originario si fondava sull'ipotesi di pericolosità sociale del soggetto, ritenuto dedito al commercio di sostanze anabolizzanti. Tuttavia, l'uomo era stato assolto dai reati associativi e di commercio di farmaci nocivi, riportando solo una condanna non definitiva per ricettazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che un singolo episodio di ricettazione, reato a consumazione istantanea, non può dimostrare la dedizione ad attività delittuose richiesta dalla legge. Di conseguenza, mancando il presupposto dell'abitualità della condotta illecita, la Cassazione ha annullato senza rinvio i decreti precedenti, disponendo la revoca immediata della misura di prevenzione.
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Esclusione della recidiva: la Cassazione punisce il ricorso generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino che richiedeva l'esclusione della recidiva. L'imputato si era limitato a riproporre la richiesta senza contestare le specifiche motivazioni della Corte d'Appello relative alla sua pericolosità sociale. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Recidiva reiterata: confermata la condanna nonostante il tempo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per furto aggravato in concorso. L'imputato contestava l'applicazione della recidiva reiterata, sostenendo che i giudici di merito non avessero valutato adeguatamente il tempo trascorso dai reati precedenti e la sua reale pericolosità sociale. La Suprema Corte ha invece confermato la correttezza della decisione impugnata. I giudici hanno evidenziato che la spiccata capacità criminale del soggetto emergeva chiaramente dalle modalità professionali e organizzate del furto, oltre che da una carriera criminale iniziata nel 1993 e interrotta solo dai periodi di detenzione. Di conseguenza, l'applicazione della recidiva reiterata è stata ritenuta pienamente legittima, con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Detenzione domiciliare negata: il peso del contesto sociale
Il Condannato ha richiesto l'accesso alla detenzione domiciliare presso un campo nomadi. Il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la domanda evidenziando i suoi precedenti penali, la mancanza di lavoro e il contesto ambientale negativo in cui erano stati commessi i reati precedenti. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la sua pericolosità sociale fosse stata valutata su fatti vecchi di oltre dieci anni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché volto a una mera rivalutazione dei fatti già logicamente analizzati dai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio senza lavoro: sì alla misura di sicurezza dell’espulsione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per spaccio di lieve entità. Il ricorrente contestava l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione, lamentando la mancata valutazione della sua situazione familiare e lavorativa. La Suprema Corte ha chiarito che l'imputato non ha fornito la prova dei documenti allegati, violando il principio di autosufficienza del ricorso. Inoltre, i giudici hanno ritenuto del tutto logica la decisione del giudice di merito, basata sul fatto che lo straniero traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall'attività illecita, in assenza di un lavoro regolare. Di conseguenza, l'ordine di espulsione è stato confermato e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: quando il lusso tradisce i redditi leciti
La Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la confisca di prevenzione applicata a diversi beni mobili, tra cui auto, moto, imbarcazioni e conti correnti intestati a un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava la sussistenza della pericolosità sociale, la sproporzione tra i redditi dichiarati e le spese sostenute, e la correlazione temporale degli acquisti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che nel procedimento di prevenzione il sindacato di legittimità è limitato alla sola violazione di legge. I giudici hanno ritenuto corretta la motivazione della Corte d'appello, che ha evidenziato il ruolo del proposto nel traffico di stupefacenti e l'incompatibilità tra i suoi acquisti di lusso e i redditi leciti dichiarati, calcolati anche sulla base delle tabelle ISTAT. Di conseguenza, il ricorrente perde definitivamente i beni e viene condannato alle spese.
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Pena concordata ma espulsione dello straniero da valutare
Il Tribunale di Cremona applicava a un cittadino straniero la pena concordata di tre anni di reclusione per reati di droga, omettendo però di decidere sulla misura di sicurezza dell'espulsione dello straniero dal territorio dello Stato. Il Procuratore Generale ricorreva in Cassazione lamentando tale omissione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che, anche in caso di patteggiamento, il giudice deve obbligatoriamente valutare la pericolosità sociale del condannato per decidere sull'applicazione o meno dell'espulsione dello straniero. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente a questo punto, rinviando la decisione al Tribunale di Cremona per una nuova valutazione.
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Pericolosità sociale: sorveglianza speciale anche senza condanna
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno a carico di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il ricorrente contestava che la sua pericolosità sociale fosse stata desunta unicamente da procedimenti penali ancora pendenti per truffa, senza condanne definitive. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la pericolosità può essere legittimamente fondata su indizi precisi, denunce e procedimenti in corso, se questi rivelano uno stile di vita orientato al crimine e al guadagno illecito. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Confisca di prevenzione: i contanti sepolti smentiscono la difesa
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della sorveglianza speciale e la confisca di prevenzione di un autocarro e di oltre 56.000 euro in contanti nei confronti di un soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Il denaro era stato rinvenuto sotterrato in buste sottovuoto nel giardino della compagna. La difesa sosteneva che la somma derivasse da donazioni familiari, ma la Corte ha ritenuto le modalità di conservazione incompatibili con una provenienza lecita, evidenziando la sproporzione rispetto ai redditi dichiarati e il legame temporale con l'attività di narcotraffico del proposto. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Sorveglianza speciale: annullata la misura senza prove concrete
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un cittadino contro l'applicazione della sorveglianza speciale per la durata di un anno con cauzione di mille euro. I giudici di secondo grado avevano giustificato la misura basandosi sulla mancanza di un lavoro e su vecchi precedenti penali. La Suprema Corte ha chiarito che la sorveglianza speciale non può fondarsi su semplici sospetti o sulla generica mancanza di occupazione. Per limitare la libertà di una persona, i giudici devono dimostrare con prove concrete e attuali che il soggetto viva abitualmente con i proventi di attività illecite. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato il provvedimento e ha ordinato un nuovo esame del caso.
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