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Latitante

84 provvedimenti applicano questo termine

Definizione

La latitanza è la situazione in cui viene a trovarsi colui, detto latitante, che "volontariamente si sottrae alla custodia cautelare, agli arresti domiciliari, al divieto di espatrio, all'obbligo di dimora o ad un ordine con cui si dispone la carcerazione".

Norme più ricorrenti in questi provvedimenti

Provvedimenti

Ricorso Inammissibile: Termini Violati, Difesa Vanificata
Un individuo, dichiarato latitante, aveva una misura cautelare. Il suo difensore ha presentato ricorso per cassazione contro la decisione del Tribunale che aveva rigettato il riesame della misura. Il Tribunale aveva ritenuto inammissibile il riesame presentato dal difensore nominato dai congiunti del latitante. La Corte di Cassazione ha dichiarato il Ricorso inammissibile perché presentato oltre il termine di 10 giorni dalla notifica dell'ordinanza impugnata. La sentenza sottolinea l'importanza del rispetto dei termini processuali.
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Rescissione del giudicato: la fuga non basta a negare la conoscenza
Un Lavoratore, condannato per reati di stupefacenti, ha chiesto la rescissione del giudicato, sostenendo di non aver avuto conoscenza effettiva del processo. La Corte d'Appello ha respinto la sua richiesta, basandosi su intercettazioni telefoniche e rapporti di polizia che dimostravano la sua consapevolezza dell'indagine e la sua fuga per sottrarsi all'arresto. La Cassazione ha confermato questa decisione, ritenendo che il comportamento del Lavoratore e le azioni della sorella (cercare un avvocato) provassero la sua piena conoscenza del procedimento penale. Il ricorso per la rescissione del giudicato è stato dichiarato inammissibile.
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Riparazione per ingiusta detenzione: la colpa grave non basta
Un Lavoratore, dopo essere stato assolto dall'accusa di favoreggiamento personale di un latitante, ha chiesto la riparazione per ingiusta detenzione per il periodo trascorso in carcere e agli arresti domiciliari. La Corte d'Appello ha negato la richiesta, sostenendo che il Lavoratore aveva agito con colpa grave, creando un'apparenza di reità attraverso conversazioni ambigue e frequentazioni con la famiglia del latitante. La Corte di Cassazione ha annullato questa decisione, ritenendo che la motivazione della Corte d'Appello fosse insufficiente e contraddittoria, non avendo dimostrato un chiaro nesso causale tra la presunta colpa grave del Lavoratore e l'adozione o il mantenimento della misura cautelare. Il caso tornerà alla Corte d'Appello per un nuovo esame.
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Decreto di latitanza: latitanza valida o ricerche carenti?
Un uomo condannato in via definitiva ha contestato l'esecutività della sentenza tramite incidente di esecuzione. La difesa ha sostenuto la nullità del giudizio di primo grado a causa dell'illegittimità del decreto di latitanza, lamentando l'omessa estensione delle ricerche nel suo Paese di origine nonostante l'aggancio di celle telefoniche estere. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso: chi contesta la completezza delle ricerche deve indicare luoghi precisi e documentati non verificati dalla polizia. La semplice attivazione di ripetitori esteri non prova una dimora nota.
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Incidente di esecuzione e latitanza: condanna valida
Un condannato in via definitiva ha promosso un incidente di esecuzione per ottenere la non esecutività della propria sentenza di condanna. La difesa sosteneva che il decreto di latitanza fosse nullo a causa di ricerche incomplete, invalidando la notifica dell'estratto contumaciale e impedendo il decorso dei termini per impugnare la pronuncia. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, rilevando sia l'inammissibilità della censura su atti della cognizione sia l'effettiva completezza delle ricerche svolte dalle forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato: pur ammettendo in astratto la verifica sui vizi della latitanza tramite incidente di esecuzione, il ricorrente non ha smentito l'accertamento concreto sulle ricerche esaurienti compiute prima della dichiarazione di latitanza.
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Furto pluriaggravato al bancomat: condanna per la refurtiva
L'Imputato ha manomesso uno sportello bancomat appartenente a un istituto di credito, bloccando il meccanismo di uscita del denaro per appropriarsi di sessanta euro. Sorpreso dalle forze dell'ordine, ha opposto resistenza ed è successivamente diventato latitante. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto pluriaggravato e resistenza a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha precisato che la remissione di querela presentata da un cliente dell'istituto non estingue il reato, in quanto l'unica persona offesa della somma sottratta dallo sportello è la banca. Inoltre, il risarcimento del danno ai fini dell'estinzione del reato deve essere tempestivo, spontaneo e indirizzato alla reale vittima prima dell'apertura del dibattimento di primo grado. Il furto è stato ritenuto consumato poiché l'Imputato ha conseguito un'autonoma disponibilità della refurtiva. Il ricorso è stato rigettato.
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Particolare tenuità del fatto: stop allo sconto per lo spaccio
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione e l'espulsione dallo Stato nei confronti di un cittadino straniero imputato per cessione continuata di stupefacenti. Nonostante la riqualificazione dei reati nell'ipotesi di lieve entità, la Suprema Corte ha escluso il riconoscimento della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno chiarito che la sistematicità delle vendite, il numero di clienti e la reiterazione delle condotte dimostrano una pericolosità sociale incompatibile con il beneficio dell'impunità. Inoltre, la Cassazione ha stabilito che l'imputato latitante non ha diritto alla traduzione personale degli atti se si è volontariamente sottratto alla giustizia.
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Riesame per indagato latitante: latitanza e termini non scaduti
Un indagato dichiarato latitante riceveva una misura di custodia cautelare in carcere. La cancelleria notificava al difensore d'ufficio unicamente l'avviso di deposito dell'atto. Anni dopo, l'indagato nominava un legale di fiducia e presentava istanza di riesame per revocare la misura. Il Tribunale dichiarava l'istanza inammissibile per tardività, ritenendo decorsi i termini dalla prima notifica dell'avviso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'indagato e ha annullato senza rinvio l'ordinanza. I giudici hanno stabilito che il termine di riesame per indagato latitante decorre solo dalla consegna materiale della copia dell'ordinanza al difensore o dalla cattura effettiva. La semplice notifica dell'avviso di deposito non fa scattare la decadenza dell'impugnazione.
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Incidente di esecuzione tra condanna e mancata conoscenza
Un condannato definitivo ha contestato la validità del processo a suo carico. Ha sostenuto di non aver conosciuto gli atti a causa della mancata comprensione della lingua italiana e di vizi nella nomina difensiva. Ha quindi attivato un incidente di esecuzione per ottenere la nullità della condanna. I giudici hanno respinto la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione e dichiarato inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che le nullità per mancata citazione non possono essere esaminate tramite incidente di esecuzione una volta intervenuta la condanna irrevocabile. In tali ipotesi, l'unico rimedio esperibile resta la rescissione del giudicato. Inoltre, l'imputato aveva nominato un difensore di fiducia e compreso il procedimento.
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Riesame cautelare: vietato il bis per il difensore
Un indagato alloglotta e latitante subisce una misura di custodia cautelare in carcere. Il difensore presenta una prima richiesta di riesame cautelare, che i giudici rigettano nel merito. Successivamente, l'autorità giudiziaria notifica al legale l'ordinanza tradotta nella lingua madre dell'assistito insieme al decreto di latitanza. Il difensore deposita quindi una seconda richiesta di riesame cautelare, ritenendo riaperti i termini per la difesa tecnica. Il Tribunale dichiara inammissibile la richiesta e la Corte di Cassazione conferma la decisione. Il principio della pluralità delle impugnazioni tutela esclusivamente il diritto personale dell'indagato di proporre ricorso dopo il proprio legale, ma impedisce allo stesso difensore di reiterare l'impugnazione già esaminata e decisa.
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Notifica a difensore d’ufficio e rimessione in termini
La Suprema Corte di Cassazione ha accolto la richiesta di rimessione in termini presentata da un cittadino condannato in appello nel 2015. L'imputato ha affrontato l'intero processo penale in contumacia, assistito unicamente da difensori d'ufficio senza instaurare alcun contatto effettivo con loro. L'uomo è venuto a conoscenza della sentenza di condanna solo nel luglio 2022. I giudici di legittimità hanno ribadito che la formale notifica degli atti al difensore d'ufficio non dimostra l'effettiva conoscenza del procedimento né la volontaria rinuncia a impugnare. Di conseguenza, la Corte ha riaperto i termini per consentire la presentazione del ricorso per cassazione avverso la precedente condanna.
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Riparazione per ingiusta detenzione negata se aiuti il latitante
Una donna ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo essere stata assolta dall'accusa di aver favorito la latitanza del marito. La Corte d'Appello ha respinto la domanda, ritenendo che la ricorrente avesse comunque tenuto una condotta gravemente colpevole incontrando il coniuge latitante e cercando di trovargli un alloggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna poiché privo di motivi specifici e limitato a riprodurre passaggi di precedenti provvedimenti senza reali argomentazioni giuridiche. Di conseguenza, la ricorrente perde definitivamente il diritto all'indennizzo e viene condannata al pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Favoreggiamento personale aggravato: il prezzo dell’ospitalità
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per favoreggiamento personale aggravato dalla finalità di agevolare un'associazione mafiosa. L'imputato aveva ospitato nella propria abitazione un noto esponente di spicco della criminalità organizzata locale in stato di latitanza. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto nell'abitazione un borsone chiuso contenente gli effetti personali del latitante. La difesa sosteneva l'illogicità della motivazione e l'insussistenza dell'aggravante mafiosa. I giudici di legittimità hanno invece confermato la decisione dei gradi precedenti: la presenza del borsone dimostra sia la volontà di fermarsi sia la prontezza a fuggire. Inoltre, la notorietà del latitante prova la consapevolezza dell'imputato di agevolare l'intera organizzazione criminale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Favoreggiamento personale: ospitare un latitante costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di favoreggiamento personale nei confronti di un soggetto che ha ospitato un latitante per tre giorni. L'imputato era pienamente consapevole dello stato di latitanza dell'ospite, ricercato per associazione mafiosa, a causa del forte clamore mediatico della notizia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, ritenendo corretta la decisione dei giudici di merito che hanno negato la prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva. Questa decisione si fonda sui precedenti penali dell'uomo in materia di armi e droga, che dimostrano una non occasionale vicinanza ad ambienti criminali. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Restituzione nel termine: sì all’evaso, no al latitante
La Corte di Cassazione ha esaminato la richiesta di restituzione nel termine presentata da un cittadino per impugnare tre sentenze di condanna. L'uomo sosteneva di non averne avuto conoscenza a causa di una detenzione all'estero sotto falso nome. La Corte ha respinto la richiesta per le prime due condanne, poiché l'imputato aveva eletto domicilio presso il difensore di fiducia o si era reso latitante. Al contrario, ha accolto il ricorso per la terza condanna, relativa al reato di evasione, in cui era assistito da un difensore d'ufficio e dichiarato irreperibile. I giudici hanno chiarito che la conoscenza del processo per evasione non equivale alla conoscenza effettiva del provvedimento di condanna finale. La decisione impugnata è stata quindi annullata con rinvio limitatamente a questo punto.
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Reato continuato e latitanza: la Cassazione nega lo sconto
Il Ricorrente ha impugnato la decisione della Corte di Appello che escludeva il reato continuato per i ripetuti episodi di assistenza a un latitante. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che non vi era alcuna prova di una volizione unitaria iniziale. Per configurare il reato continuato, infatti, è necessario dimostrare che il soggetto avesse programmato fin dal primo episodio di aiuto anche tutte le condotte successive. Mancando questa pianificazione preventiva, i singoli episodi rimangono reati distinti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha condannato il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Favoreggiamento personale: quando l’amore cede alla mafia
La Corte di Cassazione ha confermato la misura degli arresti domiciliari per la moglie di un esponente di spicco di un clan mafioso, accusata di favoreggiamento personale aggravato. La donna aveva attivamente supportato la latitanza del marito evaso, fornendogli telefoni dedicati e offrendosi di bonificare i veicoli da microspie. La difesa invocava la causa di non punibilità prevista per i prossimi congiunti, sostenendo che l'aiuto rientrasse nei doveri di solidarietà familiare. I giudici hanno rigettato il ricorso, stabilendo che l'esimente non si applica quando l'aiuto si traduce in un'assistenza logistica sistematica e organizzata che favorisce l'operatività di un'associazione criminale.
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Decreto di latitanza nullo: la Cassazione cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per furto aggravato inflitta a L'Imputato, dichiarando nullo il decreto di latitanza emesso nei suoi confronti. I giudici hanno rilevato che le ricerche delle forze dell'ordine si erano limitate a verificare l'assenza dell'uomo presso le abitazioni della compagna e del figlio, senza dimostrare la sua effettiva conoscenza del procedimento o la volontà di sottrarsi alla giustizia. Di conseguenza, le notifiche degli atti processuali eseguite presso il difensore d'ufficio sono state ritenute nulle. La Suprema Corte ha quindi azzerato l'intero processo, ordinando la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per ricominciare la procedura dall'inizio.
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Dichiarazione di latitanza errata: salta il processo di condanna
Due imputati stranieri venivano condannati per reati di droga in un processo celebrato in loro assenza. La difesa ha impugnato la condanna contestando l'illegittima dichiarazione di latitanza, poiché non erano state svolte ricerche adeguate e mancava la prova della loro volontaria sottrazione alla giustizia. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la dichiarazione di latitanza richiede l'accertamento rigoroso della volontà dell'imputato di sottrarsi all'arresto. Di conseguenza, l'erronea dichiarazione di latitanza ha travolto l'intero processo. La Suprema Corte ha annullato senza rinvio le sentenze di primo e secondo grado, ordinando la trasmissione degli atti al Giudice dell'udienza preliminare per ricominciare il procedimento da capo.
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Dichiarazione di latitanza: processo nullo senza vere ricerche
La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna nei confronti di numerosi imputati accusati di traffico internazionale di stupefacenti. I giudici di legittimità hanno accolto i ricorsi evidenziando gravi vizi procedurali. In particolare, la Corte d'Appello ha omesso di valutare la legittimità della dichiarazione di latitanza emessa nei confronti di soggetti residenti all'estero, senza verificare se vi fosse una reale e volontaria volontà di sottrarsi alla giustizia. Inoltre, i giudici di secondo grado hanno utilizzato una motivazione apparente, limitandosi a copiare la sentenza di primo grado senza rispondere alle specifiche contestazioni dei difensori, come l'identificazione dei soggetti e l'inutilizzabilità delle intercettazioni. Il processo dovrà essere interamente celebrato di nuovo davanti a una diversa sezione della Corte d'Appello.
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